RILEGGENDO POESIA – PATRIZIA CAVALLI

Se posso perdonare…

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cms_25906/poesia.jpgOggi parliamo di un’autrice molto nota, almeno a chi frequenta il mondo della poesia: Patrizia Cavalli. E lo facciamo avvalendoci dell’articolo di Francesco Vinci pubblicato nell’aprile del 2000 (n.138) nella rubrica Lo scaffale di Poesia.

Egli la definiva “raro esempio novecentesco di testualità che tende a configurarsi come naturalmente refrattaria a ogni troppo classificatorio esercizio di interpretazione. La poesia di Patrizia Cavalli si conferma nuovamente ai suoi personalissimi umori diaristici ed epigrammatici, con una visibilità espressiva che stupisce – di poesia in poesia, di raccolta in raccolta – ritrovare puntuale e incontaminata, miracolosamente sopravvissuta tanto alle intemperie delle poetiche corrive quanto alle lusinghe di ogni possibile canone nobilitante.”. Il libro di cui parlava Vinci era Sempre aperto teatro, Einaudi, 1999, vincitore (finalmente) del premio Viareggio. La poesia di Cavalli è caratterizzata da una complessa tecnica poetica. Le misure metriche che utilizza sono classiche, ma il lessico e la sintassi sono quelle della lingua contemporanea; sono assenti poeticismi e manierismi, e il linguaggio è quello quotidiano e familiare.

cms_25906/Patrizia_Cavalli.jpgNata a Todi nel ’47, ha pubblicato per la Collezione di poesia di Einaudi alcune raccolte di successo: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), L’io singolare proprio mio (1992). Queste tre sillogi vengono riunite nel volume (Poesie 1974-1992) (1992). Pubblica, sempre con Einaudi: Sempre aperto teatro (1999, Premio Letterario Viareggio-Repaci), Pigre divinità e pigra sorte (2006, Premio Dessì), Datura (2013), Vita meravigliosa (2020). La sua unica prova narrativa è Con passi giapponesi (2019), vincitore del Premio Campiello - selezione Giuria dei Letterati. Sempre per l’editore Einaudi ha tradotto Anfitrione di Molière e il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare; dello stesso autore ha tradotto inoltre Otello, messo in scena dal regista e attore Arturo Cirillo nel 2009. Insieme alla cantautrice Diana Tejera ha realizzato nel 2013 il libro/disco "Al cuore fa bene far le scale" edito da Voland/Bideri. Con lei e la cantautrice jazz Chiara Civello ha scritto il brano E se. Premio Betocchi - Città di Firenze 2017. Vive a Roma.

“Lavorando sulla lingua, la Cavalli costruisce un italiano che comunica umanità profonda e pienezza di esperienze. Comunicare in questo modo significa praticamente tutto. Patrizia lo sa.”

(da https://www.repubblica.it/cultura/2016/09/07/news/patrizia_cavalli_io_la_malattia_e_le_mie_pene_d_amor_perdute_-147331659/),

link cui i nostri lettori potranno accedere, se vorranno, per leggere anche l’intervista, che tuttavia è del 2016. Una, più recente, è stata pubblicata dal Corriere (https://www.corriere.it/cultura/trend-topic/notizie/patrizia-cavalli-vivo-senza-amore-anni-non-chiamatemi-poetessa-sono-poeta-8ab8c83e-e935-11ea-a9ca-79a6b2bfb572.shtml), ma dobbiamo obiettivamente costatare che in quel caso di poesia s’è parlato poco. In quell’occasione Patrizia Cavalli ha affermato: «Non sono una che apre la bocca per dargli fiato. Ho scritto cinque libri di poesie, è tanto. Non mi pesa stare senza scrivere». E ancora: (Perché si fa chiamare «poeta» e non «poetessa»?) «Perché poetessa fa ridere, dai. Non mi è mai passato per la testa l’idea di farmi chiamare poetessa. Sembra quasi una presa in giro». Premesso, per quanto ovvio, che ciascuno ha tutto il diritto di essere chiamato come vuole, nel corso dei secoli Veronica Gàmbara, Vittoria Colonna, Isabella Morra, Gaspara Stampa, Sibilla Aleramo, Ada Negri, Margherita Sarfatti, Amalia Guglielminetti, Antonia Pozzi sono state definite poetesse e non ha mai riso nessuno. Ma l’intervista, come dicevamo, verteva più sul costume che non sulla poesia. Godiamoci dunque alcuni dei suoi (splendidi) versi, augurandoci che il dibattito sulla poesia non si riduca e non si esaurisca alla vexata quaestio poeta-poetessa.

Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.

Raffaele Floris

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