RILEGGENDO POESIA – MARINO MORETTI

Allegretto ma non troppo (XIX)

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cms_22132/1.jpgLa rubrica La poesia italiana 1940-1945 per titoli esemplari era condotta da Silvio Ramat, del quale abbiamo già avuto occasione di parlare sia come poeta, sia come saggista.

Nel gennaio 1991 (n. 36/anno IV) presentava, nella sesta parte, la figura di Marino Moretti, dicendo: “Potenza di un titolo! Poesie scritte col lapis volle dir subito un tono, una misura e meglio ancora un’impronta, un segno eventualmente più facile da cancellare.

Un principio del resto in accordo con quell’immagine crepuscolare dell’arte e dell’esistenza, di cui Moretti continua a sembrarci l’esponente di più comprovata fedeltà e costanza.

” Elogiamo ancora una volta la chiarezza espositiva di Ramat, mai esorbitante, mai insufficiente. Sempre “a servizio” del lettore e mai autocontemplativa: ogni pagina critica dovrebbe essere così.

cms_22132/Marino_Moretti.jpgPresentiamo dunque oggi ai nostri lettori Marino Moretti (da: https://www.casamoretti.it, 1885-1979). Le sue origini familiari sono narrate ne Il romanzo della mamma (1924). Iniziati gli studi classici a Ravenna, li continuò a Bologna, ma li interruppe nel 1901 per frequentare a Firenze la Scuola di recitazione diretta da Luigi Rasi. Qui conobbe tra gli altri Aldo Palazzeschi, divenuto poi suo fraterno amico: il racconto di quegli anni è in Via Laura (1931). Ben presto interruppe anche la scuola di Firenze per dedicarsi interamente alla letteratura. Fra il 1902 e il 1903 escono le prime raccolte di novelle e poesie, e nel 1905 i versi di Fraternità.

In questi primi volumi e soprattutto in Poesie scritte col lapis del 1910, Poesie di tutti i giorni dell’anno seguente, e Il giardino dei frutti (1915) si avverte l’impronta di Pascoli e già quel tono "crepuscolare" - secondo la definizione di Borgese - che si ritroverà anche nella sua narrativa. Dalla prima raccolta di racconti, I lestofanti (1909), ai romanzi, i più noti: La voce di Dio (1920), I puri di cuore (1923), Il trono dei poveri (1928), L’Andreana (1938), La vedova Fioravanti (1941), Il fiocco verde (1948), Moretti descrive vicende semplici ambientate in un mondo provinciale popolato da personaggi spenti e rinunciatari, rese in uno stile dimesso, ma attraversato da lampi di personale umorismo. Collaborò inoltre con vari giornali e riviste, tra cui "La Riviera Ligure", dove divenne amico dei fratelli Novaro; nel 1914 diresse "La Grande Illustrazione" di Pescara. Nel 1916 pubblicò a puntate sul "Giornale d’Italia" il suo primo romanzo Il sole del sabato. Dal 1923, viene chiamato al "Il Corriere della Sera". Moretti inaugurò la sua stagione più felice, dopo quella del poeta crepuscolare e del narratore post-naturalista, avvicinandosi al nuovo e fresco linguaggio ironico de I grilli di Pazzo Pazzi (1951), cui seguirà La camera degli sposi del 1958. Nel 1952 ricevette il "Premio dell’Accademia dei Lincei per la Letteratura”, nel ’55 il Premio Napoli, e il primo volume delle sue opere, Tutte le novelle, pubblicate ne "I Classici Contemporanei Italiani" di Mondadori, vinse il Premio Viareggio. L’ultima stagione del poeta vede un felice ritorno alla poesia con la pubblicazione delle raccolte mondadoriane L’ultima estate (1969), Tre anni e un giorno nel 1971, Le poverazze nel ’73 e, l’anno seguente, del Diario senza le date. Curioso il fatto che a poco più di trent’anni dichiarò che non avrebbe più scritto versi, smentendosi brillantemente, superati gli ottanta. Visse quasi un secolo. Dichiaratosi contrario al fascismo, firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, anche se non partecipò attivamente alla vita politica rimanendo sempre appartato. Nel 1932 l’Accademia d’Italia assegnò a Moretti il Premio Mussolini, premio subito ritratto. Nel 1944, durante la RSI, lo stesso premio verrà assegnato a Moretti, che lo rifiuterà con fermezza. Ci fa piacere osservare e segnalare che Marino Moretti, e con lui l’amico di sempre Aldo Palazzeschi, siano ancor oggi ben presenti nei blog e nelle riviste letterarie on line. Ebbe il marchio di "crepuscolare", ma la luce di alcune immagini poteva risultare folgorante; e la sua "poetica delle cose" non trascurò il senso più profondo e recondito di quegli oggetti della sua poesia.

Disse di sé che la sua poesia non era tale, ma solo prosa-poesia, e che le Poesie scritte col lapis potevano anche essere cancellate. Evidentemente stava scherzando: il suo lapis era indelebile.

Da Allegretto ma non troppo

Beethoven, terza pagina. La testa

fra le candele, due ceri sottili…

“No, non suonare! Andiamo! Quanti aprili

ci attendono al di là della foresta!”

Non ode. Volta. Pallide, inquiete

mani! La testa fra le due candele!

“Anima, dammi un poco del tuo fiele,

un poco del tuo fiele, anima; ò sete!”

Raffaele Floris

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