RILEGGENDO POESIA – LUIGI CERANTOLA

Ai brevi dì…

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cms_28152/poesia.jpgNella rubrica Inediti del n. 189 (Dicembre 2004) Luigi Cerantola (1949) si autopresentava.

“Che architettar sonetti suoni operazione desueta ed ancronica non si dica, perché il vivere tutto è operazione antichissima, e il nascere e il morire ancor più, visto che nessuno, a esser moderno, nasce per telecomando o internet, ma dalla propria mamma, e una soltanto, né per questo la gente corre in massa a capestrarsi dagli alberi.

Donde si deduca che far sonetti nel secolo presente è moderno quanto il farsi un caffè la mattina sull’eterna moka, o biciclettar per viottole campestri.”

Il tono era evidentemente provocatorio e il linguaggio volutamente “ancronico”, come direbbe Cerantola, o anacronistico, come diremmo noi. D’altronde ad “architettar sonetti” non era il solo: pensiamo a Giovanni Raboni o a Riccardo Held; a Patrizia Valduga o a Valerio Magrelli, senza dimenticare Silvio Raffo. Tutti autori di cui abbiamo già parlato e sui quali i nostri lettori possono tornare quanto vogliono. La vexata quaestio sull’uso delle forme tradizionali nella lirica contemporanea, e – più in generale – sulla questione della metrica è materia su cui si discute sempre, e non da oggi, ma da quasi un secolo e mezzo. Prima di conoscere meglio Luigi Cerantola leggiamo quanto scrive Maria Grazia Calandrone: “il continuo accanirsi di quasi tutti coloro che si occupano di poesia a stabilire cosa sia o non sia poesia o, addirittura, il tentativo di instaurare una risibile dittatura vietando parole, dimostra la nostra incompetenza su una materia che si fa beffe di chiunque creda di possederla. Per la scheggia di tempo di qualche secolo, abbiamo tentato di ordinare il caos del suono con la metrica. Invano e provvisoriamente.” La prima parte di questa riflessione sembrerebbe, sia pure indirettamente, concordare con la scelta di Luigi Cerantola (l’espressione non ostativa può essere accettata?) la seconda parte, al contrario, non tenerne conto. Rispettosamente osserviamo che, essendo la poesia nata con l’uomo, “la scheggia di tempo di qualche secolo” ci sembra un’espressione un po’ riduttiva. Luigi Cerantola ha insegnato Lingua e Letteratura italiana all’Università di Tokyo. È poeta, prosatore e librettista. Tra le sue opere più importanti si possono citare – piccola parte di una produzione sterminata – i 17 libri delle Arie (2005-2010), i 5 libri delle Favole (1986-1993), una traduzione dei sonetti di Shakespeare (Shakespeariana, 2016) e il testo per l’Opera Aquagranda, opera lirica in un atto unico di Filippo Perocco, commissionata dal Teatro La Fenice di Venezia per commemorare il cinquantesimo anniversario dell’alluvione del 1966 (2016). Suoi testi sono stati musicati da alcuni dei più importanti compositori italiani e stranieri dei nostri giorni, quali Claudio Ambrosini, Curt Cacioppo e Giampaolo Coral.

(https://www.padovaoggi.it/eventi/aperitivi-culturali-disll-11-novembre-2021.html).

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Cerantola è spirito originale e inquieto, cultore della lettera poetica e della musica, praticante un barocco ironico, uomo di scepsi. Innumerevoli sono i link cui possono essere indirizzati i lettori: pubblicazioni, interventi nelle scuole, appuntamenti culturali, articoli, eventi. Luigi Cerantola non si è mai risparmiato e non si risparmia.

L’intervista più interessante, a nostro giudizio, e quella rilasciata a L’Espresso:

https://www.espressoweb.ru/it/08-01/pdf/page030108it.pdf.

Per ragioni di spazio non possiamo riprodurla ma ne consigliamo vivamente la lettura, che tuttavia, vogliamo premetterlo, esula dal discorso poetico vero e proprio. Nel 2017 si è reso disponibile per un laboratorio di scrittura creativa in una scuola primaria, che ha potuto usufruire delle sue grandi competenze poetiche, “uomo umile e straordinario allo stesso tempo.” Partendo dall’aria del Rigoletto di Giuseppe Verdi La donna è mobile, gli alunni sono stati accompagnati alla scoperta della metrica utilizzata dai grandi poeti italiani. I poeti - ha spiegato il noto docente - sono come chirurghi che devono essere freddi e razionali durante il loro lavoro anche se lo scopo è di suscitare grandi emozioni. Gli alunni hanno avuto modo di approcciarsi al testo poetico in modo inusuale, comprendendo la parte logica e razionale che sottende quella tipologia testuale in cui sembrano dominare i sentimenti. La lezione è terminata con l’invenzione di una breve poesia scritta con le stesse regole della metrica dell’aria precedentemente ascoltata, lasciando gli alunni stupiti per le loro scoperte. La poesia in forma chiusa, così come la poesia in versi liberi, bisogna saperla fare. Qualcuno potrebbe obiettare che, con questa espressione, si rischia di scoprire l’acqua calda, e che tutto torni al quesito cosa sia o non sia poesia. Ma c’è troppo pressapochismo e troppa mistificazione in giro: in assenza di un canone “imposto” ne esiste uno implicito: mantenere il proprio stile su un livello medio, seguire la corrente, accodarsi a quel personaggio, a quel salotto o a quella corrente. Quindi scrivere, pubblicare, farsi recensire. Con tanti saluti alla poesia.

Ai brevi dì…

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Raffaele Floris

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