RILEGGENDO POESIA – GIORGIO ORELLI

"A una bambina tornata al suo mare"

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cms_21984/1.jpg“Quando nel 1962 Giorgio Orelli seleziona e raccoglie quanto fino allora scritto per dare alle stampe L’ora del tempo ha alle spalle quasi vent’anni di attività. La raccolta, forse fin troppo severa nelle scelte, accoglie solo una parte delle liriche già pubblicate, unite a solo cinque del tutto inedite, segnando così una prima fase e aprendone un’altra che vedrà alquanto diradarsi la sua presenza poetica.” (Francesco Napoli, da POESIA del dicembre 1990, n.35/anno III).

I nostri lettori avranno còlto – e speriamo apprezzato – il nostro intendimento di alternare poeti assai noti (anche oggi, non solo trent’anni fa) e poeti che, per ragioni misteriose, sono noti soltanto ai critici e ai lettori più costanti. Saranno i lettori di questa rubrica a giudicare se quell’intendimento si è almeno in parte realizzato. Non c’è dubbio che il nome di Giorgio Orelli, oggi, non è dei più noti. Proviamo a conoscerlo, integrando la breve nota biografica del nostro mensile. Suggeriamo il sito: https://www.giorgioorelli.com/lavita.html.

cms_21984/2.jpgGiorgio Orelli (1921-2013) nasce in una famiglia della piccola borghesia, il padre lavora all’ufficio postale ad Airolo. Dal ’21 al ’39 la famiglia si trasferisce a Locarno, dove il padre gestisce un negozio di prodotti caseari. Il piccolo Giorgio frequenta per due anni l’Istituto Sant’Eugenio e per tre le scuole elementari comunali. Durante gli anni del ginnasio, e fino alla «mobilitazione», i genitori ritornano a Mascengo (PO). Il figlio rimane nel Locarnese, allievo del Collegio Papio di Ascona dove ottiene la maturità liceale. Dal 1939 la famiglia risiede stabilmente a Prato Leventina. Trascorre gli anni della seconda guerra mondiale alternando gli studi universitari presso l’Università di Friburgo ai frequenti richiami nell’esercito, come caporale. L’ottenimento della laurea in storia non impedisce lo sviluppo di un interesse preponderante per la filologia e la letteratura italiana, favorito dall’incontro (presto trasformatosi in amicizia) con Gianfranco Contini, allora giovanissimo professore. Dopo alcune prove in prosa sui quotidiani ticinesi, nel ’44 vince la seconda edizione del Premio Lugano con la raccolta inedita Né bianco né viola, in seguito pubblicata nella Collana di Lugano di Pino Bernasconi. A ottobre è tra i soci fondatori dell’Associazione degli Scrittori della Svizzera Italiana, di cui dal 1951 sarà anche membro del comitato direttivo in qualità di segretario. Dopo gli studi universitari a Friburgo, Orelli si trasferisce a Ravecchia (Bellinzona), dove diventa docente di letteratura italiana, dapprima alla Scuola Cantonale di Commercio, poi al Liceo Cantonale. La sua poesia, in parte appartenente al filone post-ermetico, a tratti avvicinata a quella Linea Lombardaanceschiana che, però, fatica a contenerlo, è ricca di grazia musicale (notevole è l’attenzione - non solo poetica, ma anche critica - di Orelli per la dimensione fonosimbolica) e si caratterizza per una sua ironica ambiguità. Giorgio Orelli è un profondo conoscitore della letteratura italiana (che viene sviscerata nel saggio Accertamenti verbali), traduttore (Goethe) e narratore. Ha vinto il Gran Premio Schiller, il Premio Dessì (1989), nel 2001 gli è stato assegnato il Premio Chiara alla carriera e nel 2002 il Premio Bagutta. Nello stesso sito da cui abbiamo tratto questi cenni biografici si possono visualizzare in dettaglio tutte le opere (poesie, prose, traduzioni, saggi). Maestri di Orelli furono Ungaretti, Montale, Eliot, Sinisgalli, compagni di viaggio Anceschi, Sereni “e quanti, negli anni Cinquanta, animavano il dibattito letterario nel capoluogo lombardo, superando ogni attardamento ermetico. (…) Orelli sembra attribuire al mondo animale una funzione di orologio naturale e questa scansione cronologica si avvicina a certe movenze di Sinisgalli che connota il tempo su parametri naturalistico-rurali.” Siamo ormai al centenario della nascita: Giorgio Orelli, i cui maestri abbiamo appena citato, ora meriterebbe discepoli.

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A una bambina tornata al suo mare

Ti dirò, Grazia, che
posso pensare a capre senza offenderle,
a sere scivolate sopra schiene
curve di vacche ai pascoli sinceri.
Da quanto tempo è chiusa
la stanza dove ho inciso il mio nome
senza superbia,
scritto i miei primi versi.
Ma i ruscelli hanno agli orli
del loro canto il più giovane verde.
E raggio insieme a raggio
del sole posso sentire posarmi
in quest’ora sul corpo, e non mi lagno
se come un vecchio dentro ne risuono.
Volentieri perdono
al vento, e in un esiguo prato
m’arresto a ricordare
te che immersa nell’erba mi gridavi:
«Guarda, nuoto nel mare».

Raffaele Floris

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