RILEGGENDO POESIA – FERRUCCIO BENZONI

La casa rossa

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cms_25136/poesia.jpgRicordo di Ferruccio Benzoni fu un articolo curato da Gabriele Zani e pubblicato nel novembre 1998 (n. 122). “Nato a Cesenatico, dove è sempre vissuto, il 18 febbraio 1949, Ferruccio Benzoni è morto a Cesena il 16 giugno 1997, per una emorragia interna in una clinica privata.” Non è quindi scontato, data la breve vita del poeta, che i nostri lettori ne possano ricordare la figura e le opere. Colmare queste inevitabili lacune è anche compito nostro: i destinatari di questi articoli non sono esclusivamente poeti, critici, saggisti (che probabilmente potrebbero insegnare a noi), ma tentano di raggiungere il maggior numero possibile di appassionati di letteratura e, in particolare, di poesia. Per nostra fortuna, molti sono i blog e i siti letterari che si sono occupati di Ferruccio Benzoni. Ve ne proponiamo alcuni.

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Per i cenni biografici essenziali https://poesia.blog.rainews.it/2020/12/ferruccio-benzoni-1949-1997/, con questa premessa: Benzoni non era un poeta “minore”! Ferruccio Benzoni (Cesenatico, 1949 – Cesena, 1997), fu tra gli animatori della rivista “Sul Porto”, pubblicata dal 1973 al 1983, che creò un dibattito tra gli allora giovanissimi redattori Stefano Simoncelli e Walter Valeri e alcuni dei maggiori poeti delle generazioni precedenti come Franco Fortini, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici e Vittorio Sereni. A testimonianza della lunga frequentazione fra Benzoni e Sereni si ricordi Miei cari tutti quanti… Carteggio di Vittorio Sereni con Ferruccio Benzoni e gli amici di Cesenatico, a cura di Dante Isella (San Marco dei Giustiniani, 2004). Un quaderno collettivo del 1980, con una nota di Giovanni Raboni (Quaderni della Fenice-64, 1980), che comprende la raccolta La casa sul porto, costituisce un primo documento rilevante della sua poesia. Seguono poi le raccolte Notizie dalla solitudine (San Marco dei Giustiniani, 1986), Fedi nuziali (Scheiwiller, 1991), Numi di un lessico figliale (Marsilio, 1995), Sguardo dalla finestra d’inverno (Scheiwiller, 1998). Nel 2004 è uscito postumo Canzoniere infimo e altri versi, curato da Dante Isella per San Marco dei Giustiniani.

Con la mia sete intatta Marcos y Marcos riunisce, per la prima volta, in un’unica opera, tutte le poesie di Ferruccio Benzoni.

cms_25136/000.jpgPer quanti volessero ulteriormente approfondire consigliamo invece https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/lettere_e_arti/Frontiere_confini/frontiereconfini_benzoni.html.

Liceale a Cesena (studi classici), universitario a Bologna (Lettere), dove sostiene una dozzina di esami, senza mai laurearsi. Nel 1967 muore la madre: la ferita sarà profondissima, mai rimarginata. Nel ’70 muore anche il padre. Benzoni comincia a bere, abitando nel frattempo presso una zia. Quando muore anche lei, torna definitivamente nella casa paterna. Gli anni dell’università furono caratterizzati, sul piano personale, da un alto fervore rivoluzionario, e segnati, a livello invece biografico, dall’iscrizione alla FGCI e dal trasferimento a Bologna. È qui che Benzoni si rende conto del fatto che una vita così soggetta alle perturbazioni dell’attualità e alle volubilità degli altri non è ciò di cui ha veramente bisogno. Torna a casa. Nel 1983 incontra Ilse Maier, che poi sposerà nel 1995. Precedentemente, nel 1990, è costretto al ricovero ospedaliero, uscendone miracolosamente verso il finire dell’anno, smettendo di bere. Disinteressato della propria carriera letteraria, indifferente ai salotti, non tiene (più) contatti con altri poeti, per lo meno dopo la morte di Sereni. La spirale inarrestabile, “la non accettazione della morte, la claustrofobica incapacità di elaborazione dei lutti, i morti reiteratamente invocati” (G. Zani) non lo lasceranno mai più. Le sue poesie, le bellissime prose, sono invece tutte lì. Aspettano solo di essere scoperte.

La casa rossa

Non c’è più la casa rossa dov’era sfollato
mio padre e mia madre quasi in un presagio
spiava la morte. Pure quanta vita ancora
e voglia di crescere per gioco un bambino!
Dante Arfelli era un giovane e sapeva l’inglese:
vennero gli alleati e sorridendo accendeva le sue luckystrikes…

Quando vidi “Accattone” da una cabina di proiezione
– poca gente in sala e un’idea di benessere ai piedi
nelle scarpe all’inglese coi buchi – ero appena ragazzo,
piangevo. ‘ Gisto l’operatore, ma vieni domani – imprecava –
che danno i cowboys… Fu il mio modo
di sentirmi comunista, sentendomi controluce.

La prima ragazza che ebbi io non l’amavo.
Ma aveva i seni duri sotto il grembiule di scuola.
Fu un pomeriggio ai campi. Arrivammo nel sole
in bicicletta: ricordo un odore di lacca e di sete, d’ascelle.
Il batticuore mi seccava la gola. Sapevo di ridere male.
Lei era svelta e triste se diceva “mi ami?”

Non c’è più la casa rossa e vivere è ormai necessario.
Arfelli scrisse “I Superflui” che io ero dentro mia madre.
Adesso che ci parliamo e so quanto sia chiuso quel libro
e agro, cosa fu la vita – mi dico – quegli anni
di mia madre e di me, dentro di lei, un’estate
del quarantotto. Come un romanziere allora
vorrei fingerla morta…

Raffaele Floris

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