RILEGGENDO POESIA – CRISTINA CAMPO

Moriremo lontani

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cms_22633/1.jpgIl libro del mese. Cristina Campo: La Tigre Assenza. Due interventi lucidissimi comparivano sul n. 49/anno V del nostro mensile. Uno firmato Franco Loi, l’altro Emanuele Trevi, per commemorare la poetessa bolognese (il cui vero nome era Vittoria Guerrini) nata nel 1923 e scomparsa nel 1977.

Scriveva Loi: “ La poesia è un invitoalla nostra interiorità per chiamarla al movimento, a raccogliere i soffi segreti dell’essere, i moti del corpo che lo attraversano. La memoria non sarebbe che un vuoto ripiegamento – come inerte è il pensiero senza l’amore -, un cedimento alla debolezza della nostalgia e del rispecchiamento, non fosse per il desiderio profondo di tutto mettere in rapporto e dare luce e significati.”

cms_22633/3.jpgCosì invece Trevi: “ Fulminea e circolare come un madrigale di Monteverdi, la poesia che reca per titolo La Tigre Assenza appariva nel 1969 su Conoscenza religiosa.

Composti pro patre et matre (nel giro di pochi, dolorosi mesi, tra il 1965 e l’anno successivo erano morti entrambi di genitori di Cristina Campo), questi quattordici versi si caricano oggi della responsabilità di accogliere sotto il loro titolo l’intera opera poetica della più affascinante e meno classificabile pensatrice (altra definizione proprio non sappiano indicare) del Novecento italiano.

Un cosmo linguistico e morale di impareggiabile nobiltà non potrà disconoscere a questi versi la qualità di testimoni di un itinerario poetico di assoluta rilevanza.”

Presentiamo quindi Cristina Campo (da: https://www.cristinacampo.it).

cms_22633/2_1627262632.jpgVittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea.


Appassionata studiosa di Hofmannsthal, rivisitò il mondo misterioso delle fiabe svelandone le trascendenti simbologie. Fu traduttrice e critica di originale metodologia, enucleando dalle opere letterarie l’idea del destino e il dominio della legge di necessità sulle vicende umane che l’arte esprime in una aurea di bellezza.

Appartenne al ristretto nucleo di intellettuali che avviarono l’introduzione di Simone Weil in Italia.

Negli anni cinquanta maturò la sua prima formazione nella Firenze dei grandi poeti del tempo ove conobbe Gianfranco Draghi che la indusse a pubblicare i suoi primi saggi su “ La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda e del Ticino”.

Dal ’56 si trasferì per sempre a Roma. Studiosa di spessore leopardiano, stabilì intensi sodalizi umani e spirituali e innumerevoli frequentazioni di grandissimo rilievo, basti menzionare: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. Tra i filosofi ricordiamo Elémire Zolla, Andrea Emo, Lanzo del Vasto, Maria Zambrano, Danilo Dolci che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di Jung, di cui era stato allievo.

Fu consulente editoriale, scrisse su importantissime riviste e studiò l’esicasmo, la mistica occidentale ed orientale, i grandi classici e i poeti di ogni tempo. La sua “metafisica della bellezza” la indusse a una controversa e profonda riflessione sulla liturgia, ritenendo la sacralità dei riti e la comprensione del valore della trascendenza efficaci difese dalla minaccia della despiritualizzazione del mondo incombente sulla modernità che secondo la Campo, in una certa misura, è disattenta alla bellezza ed esposta alla vanificazione delle intenzioni (non apprezzò la riforma liturgica del Concilio Vaticano II ma non aderì neppure allo scisma lefevbriano, sebbene altre fonti siano più caute su questo punto, NdA). L’architettura culturale e spirituale dell’universo campiano si desume anche dai tanti e ricchi epistolari. In particolare dalle “Lettere a Mita” (la scrittrice Margherita Pieracci Harwell), uno degli epistolari più affabulanti di tutta la letteratura italiana, è infatti possibile ricostruire la storia di un’anima che palpita per l’incanto e la tragedia della vita. Vita che per la Campo è teatro della sfida al destino condotta dalla poesia e dal sacro.

Avremmo potuto ulteriormente ridurre la corposissima nota biografica di Arturo Donati. Avremmo potuto ma non abbiamo voluto. Non è pensabile che in Italia si trascurino figure di questa statura, che sono parte del nostro immenso patrimonio culturale. Si approssima, nel 2023, un altro centenario. Ma – siamo pronti a scommetterci già sin d’ora – c’è e ci sarà poco da sperare.

Moriremo lontani. Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco

sappiamo. Berrà forse dai bacini

delle concave notti senza passi,

poserà sotto aeree piantagioni

germinate dai sassi...

O signore e fratello! ma di noi

sopra una sola teca di cristallo

popoli studiosi scriveranno

forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti

nella necropoli deserta».

Raffaele Floris

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