RILEGGENDO POESIA – DINO CAMPANA

Donna genovese

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cms_21240/0d.jpgL’assimilazione imperfetta, articolo di Mario Graziano Parri, trattava diffusamente di Dino Campana e del suo tormentato rapporto con Sibilla Aleramo (N. 6/anno II), poeta che merita una rilettura anche oggi. Dino Campana (1885-1932) frequenta il liceo a Faenza e ottiene la maturità a Torino.

Nel 1903 supera le prove scritte per l’ammissione all’Accademia militare di Modena e contemporaneamente si iscrive all’Università di Bologna, facoltà di scienze. Fugge, forse in séguito a un esame andato male: sarà la prima di altre innumerevoli fughe. Il padre vorrebbe internarlo in manicomio non appena compiuti i ventuno anni: sostiene che il figlio manifesta “impulsività brutale e morbosa”.

Nel 1909 Dino s’imbarca per il Sudamerica, tornando come mozzo (ma Ungaretti sostenne che Campana non partì neppure). I viaggi si susseguono: Francia, Germania, Belgio, Spagna, Svizzera. Le gendarmerie di mezza Europa lo fermano più volte, ritenendolo un vagabondo. Nel 1913 è a Firenze per incontrare Papini e Soffici, consegnando un manoscritto quasi subito smarrito: sarà ritrovato quasi sessanta anni dopo dalla vedova di Soffici fra una grande quantità di carte. Nel 1914 escono i Canti Orfici, nel 1915 è in ospedale per una malattia venerea, probabilmente la sifilide.

Nel 1916 incontra Sibilla Aleramo: non poteva che essere l’inizio di un amore impetuoso, tormentatissimo, disperato, anche perché i disturbi psichici si aggravano, tra internamenti e rilasci.

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Sibilla Aleramo

Nel 1918 la sua permanenza nel cronicario di Castel Pulci si fa stabile. Nel 1928 gli viene recapitata la nuova edizione dei Canti Orfici, curata di Bino Binazzi e pubblicata da Attilio Vallecchi, manifestando scontento al fratello Manlio perché a suo dire era “scorretta”. Muore nel 1932, dopo una breve malattia. Oggi esiste a Marradi (FI), sua città natale, un Centro Studi Campaniani curato da Mirna Gentilini notizia che ritroviamo su https://www.campanadino.it/.

cms_21240/1.jpgNel considerare la figura del poeta Dino Campana, spesso non si è riusciti a fare a meno d’immaginarlo come una specie di Orfeo la cui esistenza è stata graffiata dalle cicatrici di periodiche discese nei regni senza luce, sordi e ronzanti, dell’inesprimibile ignoto. Proprio per questo i suoi estenuanti vagabondaggi, la sua solitudine miserabile, la serie quasi persecutoria degli arresti subiti in varie città d’Italia e all’estero, e ancora il degrado sperimentato nelle corsie dei manicomi hanno potuto acquistare il valore di un vero e proprio martirio e di una testimonianza, quasi fossero stati anch’essi i segni dell’autenticità di una parola scavata con le mani sanguinanti alla radice delle cose. Il sito è ricco e ben costruito: lo consigliamo ai lettori che volessero ulteriormente approfondire. «Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato.» – così Dino Campana da Marradi il 6 gennaio del 1914 a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina La Voce. «Per provarmi che esisto», scrive. È la poesia che dà senso alla vita. E la poesia di Campana è una poesia onirica, in cui suoni, colori deflagrano (o implodono) e dove coesistono annientamento e purezza. “Uno dei temi maggiori di Campana, che si trova già all’inizio dei Canti Orfici nelle prime parti in prosa è quello dell’oscurità tra il sogno e la veglia.” Il suo versificare era indubbiamente allucinato ma niente affatto sconnesso. Quanto gli devono il futurismo e la neo-avanguardia? E senza la sua follia sarebbe stato un poeta?

Donna genovese

Tu mi portasti un po’ d’alga marina
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile nell’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!

Raffaele Floris

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