RILEGGENDO POESIA – CAMILLO SBARBARO

Il mio cuore si gonfia per te, terra

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“Se pensiamo allo Sbarbaro maggiore, ci accorgiamo che nessuna delle vie presenti nel suo laboratorio di ragazzo è stata più seguita: né l’oggettto-simbolo di Pascoli, tantomeno la musica incalzante di D’Annunzio; ma neppure l’ironia di Gozzano o Palazzechi, né le preoccupazioni filosofico-orientali di Novaro, né quelle etico-religiose di Boine. Sbarbaro maggiore: se ne danno diverse immagini: quella di un poeta dall’ “intenso prosaismo morale” (Sanguineti), quella del poeta maledetto, cantore della perdizione e del vizio, quella dell’interprete della crisi dell’uomo moderno, del suo vuoto e della sua aridità. Per quanto mi riguarda, penso che nessuna di queste immagini sia vera.” Così un esaustivo Giuseppe Conte approcciava Camillo Sbarbaro e il suo primo libro Resine, del 1911 (n.7/8 lug-ago anno II di POESIA).

cms_21312/2.jpgIn quell’articolo Conte fu talmente chirurgico che saremmo quasi tentati di riproporlo ai nostri lettori così come fu scritto, senz’altro aggiungere. Ma tale “spoileraggio” ex post sarebbe ingeneroso soprattutto nei confronti del poeta di Resine e di Pianissimo. Ecco invece alcuni cenno biografici. Camillo Sbarbaro (1888-1967) fu poeta, scrittore e anche grande lichenologo, forse il maggiore della prima metà del ‘900. Il padre era ingegnere e architetto, la madre, ammalata di tubercolosi, muore ben presto e Camillo (al secolo Pietro) sarà allevato con la sorella Clelia dalla zia Benedetta. Tra Santa Margherita Ligure e Varazze frequenta le elementari, poi, nel 1904, a Savona il liceo. Comincia a scrivere. Diplomatosi, trova lavoro nel 1910 presso l’industria siderurgica di Savona.

Il suo esordio di poeta avviene nel 1911 con la raccolta Resine. Successivamente pubblicherà Pianissimo (1914) e nello stesso anno, recatosi a Firenze, conoscerà Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Dino Campana e altri artisti e letterati che facevano riferimento alla rivista La Voce. Allo scoppio della Grande Guerra si arruola volontario nella Croce Rossa, ma nel 1917 viene richiamato alle armi. La silloge Trucioli è di quel periodo, poi pubblicata nel 1920. Nel dopoguerra conosce Eugenio Montale e collabora con la Gazzetta di Genova, arrotondando lo stipendio con lezioni private di greco e latino. Nel 1927 è insegnante di queste materie all’Arecco di Genova, ma abbandona ben presto: rifiuta la tessera del PNF. Successivamente si recherà a Stoccolma, per la sua attività di lichenologo e dopo il ’33 collaborerà alla Gazzetta del Popolo. Calcomanie sarà censurato e vedrà la luce soltanto nel ’40, quasi clandestinamente. A partire dagli anni ’50 collaborerà con numerose riviste letterarie e arriveranno anche i riconoscimenti (premio Saint-Vincent e premio Etna-Taormina). Sbarbaro, ci diceva Conte, aveva una sua ardua, continua riflessione morale estranea a ogni ilare gioco futurista e avanguardista. Nonostante in lui già ci fosse l’idea di Genova, città moderna, cieca, tumultuosa, oppressiva. Ma c’è anche “il dialogo con un’interlocutrice discreta, segreta, esigente, che non ha altro nome se non anima.” I Versi a Dina sono capolavori commoventi, coinvolgenti: le più belle poesie d’amore che ci sia dato leggere. C’è in Sbarbaro il desiderio e insieme il terrore di perdersi, di mineralizzarsi, di diventare materia. Ma c’è anche il tentativo di mettere il proprio cuore in sintonia con quello della terra. A oltre cinquant’anni dalla morte, ci sembra di poter concludere che Sbarbaro meriti almeno pari considerazione rispetto ad altri poeti della sua generazione, ben più degnamente immortalati e celebrati. Un antifascista della prima ora, un borghese “uomo di scienza”, in un’Italia che sarebbe ben presto diventata di cartapesta, avrebbe avuto ancor molto da dire, anche dopo la sua morte. Se ci fosse stato qualcuno disposto ad ascoltare.

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,

come la zolla a primavera.

Io torno.

I miei occhi con nuovi. Tutto quello

che vedo è come non veduto mai;

e le cose più vili e consuete,

tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’acqua

dove si scordi tutto di se stesso.

La mia miseria lascio dietro a me

come la biscia la sua vecchia pelle.

Io non sono più io, io sono un altro.

Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.

Finché vicino a te mi sentirò

così bambino, fin che la mia pena

in te si scioglierà come la nuvola

nel sole,

io non maledirò d’esser nato.

Io mi sono seduto qui per terra

con le due mani aperte sopra l’erba,

guardandomi amorosamente intorno.

E mentre così guardo, mi si bagna

di calde dolci lacrime la faccia.

Raffaele Floris

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