RILEGGENDO POESIA – ANTONIA POZZI

"Amore di lontananza"

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cms_21061/0.jpg“Opportunamente, a cinquant’anni dalla tragica scomparsa, l’editore Garzanti propone Parole, libro che raccoglie tutte le poesie di Antonia Pozzi” (N. 4/anno II, 1989). Affermava Giosuè Bonfanti: “Era una giovane di notevolissima sensibilità, capace di straordinari slanci intellettuali: basterebbe riferirsi alle lezioni di estetica che lei tenne invitata da Vittorio Sereni – allora assistente di Banfi – su Aldous Huxley”. I nostri lettori – ci riferiamo in particolare alla rubrica I Colori della Cultura – avranno già sperimentato che non è nostro intendimento sciorinare nomi ad libitum, senza presentare l’autore o l’autrice nel contesto storico e letterario in cui operano, o operarono, come nel caso di Antonia Pozzi.

Eccone, quindi, alcuni cenni biografici, ricavati dal sito

https://www.antoniapozzi.it/biografia/.

cms_21061/ANTONIA_POZZI.jpgClasse 1912, bionda, minuta, delicata, Antonia cresce in un ambiente colto e raffinato. Padre avvocato molto noto a Milano, madre poliglotta e pianista, la giovane frequenta il ginnasio non ancora undicenne; si diploma nel 1930 e prosegue gli studi all’università, la Statale di Milano.Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi. Sarà ben presto amore, un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita. Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, percitarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi; con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente. Nel frattempo i viaggi: Inghilterra, Sicilia, Grecia, Africa settentrionale, poi Austria e Germania. Il suo dramma esistenziale non traspare ma c’è, è profondissimo, insondabile. Non c’è conforto per lei: né dalla poesia, né dalla fotografia (eccelleva in entrambe). La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: si toglie la vita nel 1938. La crisi di un’epoca s’intreccia alla sua tragedia personale (le leggi razziali travolsero alcuni carissimi amici) e, come scrisse in una lettera, «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare». Quel dolore non si placa nella sua poesia ma, come un fiume carsico, ora vi circola sotterraneo; ora emerge e tracima, sommergendo l’espressione poetica nel modo stesso in cui travolse la sua vita. “Parole che trasferiscono peso e sostanza alle immagini, per liberare l’animo oppresso ed effondere il sentimento nelle cose trasfigurate.” (E. Montale). Quel dolore non poteva placarsi. Era, è un dolore eterno.

Amore di lontananza

Ricordo che, quand’ero nella casa

della mia mamma, in mezzo alla pianura,

avevo una finestra che guardava

sui prati; in fondo, l’argine boscoso

nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,

c’era una striscia scura di colline.

Io allora non avevo visto il mare

che una sol volta, ma ne conservavo

un’aspra nostalgia da innamorata.

Verso sera fissavo l’orizzonte;

socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo

i contorni e i colori tra le ciglia:

e la striscia dei colli si spianava,

tremula, azzurra: a me pareva il mare

e mi piaceva più del mare vero.

Raffaele Floris

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