RILEGGENDO POESIA: GIUSEPPE SOLARDI

Accadeva d’inverno

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cms_24919/poesia.jpgSfogliando e risfogliando la nostra rivista ci capita sempre più spesso d’imbatterci in autori o in autrici che meritano più di qualche affrettato trafiletto sui quotidiani locali. Giuseppe Solardi è uno di questi. “Friulano, classe 1936 ebbe, giovanissimo, a Firenze ma soprattutto a Roma, il privilegio d’incontrarsi con alcuni scrittori e critici di rilevo, da P. Bargellini a E. Cecchi: sùbito colpiti, essi al pari di molti altri, dalla civile, convincente rudezza dei versi che Solardi affidava alla loro attenzione (li apprezzarono poi anche Montale, Carlo Levi, Bassani, Bacchelli…). Pur saltuariamente ospitati su periodici di buon livelli (Nuovi Argomenti, Tempo Presente, Paragone, Spirali…) i versi di Solardi non hanno mai trovato la via maestra o la scorciatoia per raccogliersi in un libro.” La rubrica era Inediti, il titolo Giuseppe Solardi, La vittima e la statua. “POESIA offre oggi ai propri lettori versi che confermano schiettezza, libertà di una vena che si direbbe fuori oda, remota da qualsiasi cura di scuola.” (n. 117/maggio 1998).

Com’è andata a finire? Leggiamo da https://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2016/01/18/news/pedulla-riscopre-giuseppe-solardi-il-poeta-eremita.

cms_24919/giuseppe_Solardi_2.jpgGiuseppe Solardi è un poeta friulano che vive appartato, quasi solitario, nei pressi di Udine. Non potrebbe essere più isolato ma intanto sono in molti ad averlo visto di persona, secondo la legge che regola l’incontro di Maometto con la montagna. Io l’ho conosciuto a Roma, l’ho più volte sentito per telefono, che notoriamente è un buon canale con cui comunicare con il troppo e il vano anche analisi e giudizi politici e letterari. È informato di ciò che succede nella società e s’è fatto le sue idee. E talvolta le concentra anche in epigrammi politici che sono inediti ma che io ho letto, senza condividere. A vederlo, settantanove anni “giovanili”, sorridente cordialità, si direbbe che non ce l’abbia con nessuno, ma questo nostro mondo assai poco gli piace e se ne ritrae, con sdegno tranquillo e ironico. Dietro tanta bonomia potrebbe nascondersi un moralista, di quelli che hanno fede nella giustizia divina. Aspettando, scrive versi che pubblica su riviste ben reputate, o nel volume che raccoglie quasi tutta sua produzione (Colloqui con Amleto, Spirali ed.) con la prefazione di Ramat, che non nasconde l’entusiasmo: “Un’opera straordinaria, da non perdere”. Solardi è stato riscoperto parecchie volte. Questo libro dovrebbe rendere giustizia umana, anche se oscillante per gusto, che ora gode dell’aria immobile per bonaccia di storia. Per iscritto Solardi è davvero un uomo di poche parole. Parti con forcipe, i versi non vengono giù precipiti per cascata o romantica pioggia. Non ha fretta questo poeta “di un solo libro”, perenne work in progress. Gli interlocutori gli danno tutto il tempo che vuole. E lui non abusa del tempo altrui, non inonda i lettori di versi corrivi. L’“esistenziale avventura” non cede facilmente il senso, bisogna trovare la musica cui si arrende. Il contegno soprattutto.

cms_24919/solargi_3.jpgA Solardi non piace fare il misterioso, il componimento esibisce chiarezza di propositi e d’espressione. Se non sono incubi, si tratta di luoghi poco frequentati. Se uno lo cerca con gli ismi e le scuole, lui è altrove. In questo libro, che sfogli con l’impressione di esserci già stato si celebra la resurrezione. Ci sono monumenti, ruderi, città morte, ma arriva sempre la buona novella: alla poesia che ci mette una bella parola non si nega mai la vita (Walter Pedullà). “I suoi versi”, affermava Silvio Ramat già allora, “sono riconsegnati ai testimoni più scoperti, ai meno letterariamente preoccupati della lirica primo novecentesca, la cui lezione è ben lungi dall’essere esaurita.” Inutile qui ribadire che siamo d’accordo con lui.

Accadeva d’inverno

La legge che fa mutare aspetto a tutto
ciò che, anche se a fatica, un poco dura
sembra che risparmi là tra la neve
del giardino pubblico
una marmorea figura.
Poco più in alto d’essa, come
qualcuno ricorda, già si videro
voli di rondini: assai se ne videro.
E si vide intorno
sui cipressi e sugli allori
il riaccendersi nell’ora serale
della natalizia festa sfavillanti ori.
Pure con le compagne di migliori
coetanei del luogo
in altri tempi per anni
di luci a tale scena si assistette.
Ora non più con esse,
anche se quelle luci si accendono ancora
e ancora più vivide e fitte,
ma esse sono già madri la cui bellezza
nelle figlie, compagne d’altri, si trasmette.

Raffaele Floris

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