RAVENNA E VENANZIO ONORIO CLEMENZIANO FORTUNATO

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Chiesa Santi Giovanni e Paolo o Chiesa degli Angeli Custodi- Ravenna

Ravenna è una piccola città provinciale, ancora oggi è abbastanza scomoda da raggiungere, divenne sede dell’Impero romano nel 402 proprio per il suo essere quasi inaccessibile, dal tardo medioevo subì un lento ma inarrestabile processo di marginalizzazione e ancora nel XIX secolo era esclusa dai “Grand Tour”, ovvero i viaggi culturali dell’élite nord europea, questa sua immobilità, ha permesso che si salvassero perlopiù intatti, poiché quasi dimenticati, i famosi mosaici che sono una testimonianza unica in quanto rappresentano il passaggio stilistico del V/VI secolo tra il realismo occidentale e l’astrattismo orientale.

Ravenna accoglie anche le spoglie di Dante, ma intendo parlarvi di un poeta che i più non conoscono, l’autore del “Il Vexilla regis”, un inno, scritto in occasione dell’arrivo della reliquia della Vera Croce a Poitiers.

Viene principalmente cantato il Venerdì santo in onore della Santa Croce. La fama di questo inno è stata accresciuta dal fatto che venne ripreso nella Divina Commedia da Dante nel verso Vexilla regis prodeunt inferni, (Inf. XXXIV) (Avanzano le insegne del re dell’Inferno) “Il Vexilla regis”, viene così ribaltato da Dante per descrivere il principio di tutto il male, ovvero di Lucifero, della superbia e soprattutto del male travestito dal bene.

Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato (Duplavilis, odierna Valdobbiadene, 530/ Poitiers, 607) è stato uno degli ultimi autori di poesie in lingua latina, biografo di molti Santi, fu un vescovo ed è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica.

Era di antica e nobile famiglia romana. Nato al tempo del regno gotico (governato da Amalasunta, figlia di Teodorico, per conto del figlio minorenne Atalarico) per continuare gli studi e approfondirli andò “all’estero”, ossia a Ravenna, capitale dei domini bizantini d’Italia: ai tempi uno dei grandi poli culturali d’Europa.

A Ravenna studiò grammatica, retorica, poetica, forse anche giurisprudenza, per cinque anni, secondo le notizie che ci dà Paolo Diacono. Ravenna era allora la miglior scuola di diritto, dopo Roma, per accedervi Venanzio deve aver prima seguito un corso di studi regolare, forse ad Aquileia, perché la scuola di Ravenna era specialistica, una sorta di Università ante litteram. A Ravenna si ammalò di una grave malattia agli occhi. Ne fu colpito anche il suo amico Felice, il futuro vescovo di Treviso, colui che fermerà Alboino e i Longobardi sul Piave.

Venanzio e Felice si ungono gli occhi con l’olio della lampada che brucia nella cripta con l’immagine di San Martino, nella basilica di Giovanni e Paolo e guariscono. La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, nota oggi come chiesa degli Angeli Custodi, sorge nello stesso luogo di un edificio di culto più antico, risalente al V/VI secolo, tutt’oggi vi è nella cappella di destra, un dipinto coi Santi Martino di Tours e di San Rocco del 1668, forse a ricordo dell’antica immagine miracolosa di San Martino.

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Chiesa Santi Giovanni e Paolo-I Santi Martino di Tours e Rocco (1668) - foto di Giampiero Corelli

Da questa chiesa proviene anche un pregevole ambone custodito al Museo Arcivescovile di Ravenna. Di questo ambone è giunta a noi la parte frontale che conserva, scolpite sui lati, le immagini dei due santi eponimi, Giovanni e Paolo, identificati dall’iscrizione posta sul loro capo.

Questi Giovanni e Paolo non sono da confondersi con gli Apostoli, la tradizione li presenta come due fratelli, la cui data di martirio è dai più attestata sotto la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nella notte del 26 giugno del 326 quando sarebbero stati decapitati nella loro abitazione a Roma, e lì sepolti. A Ravenna essi sono presenti anche nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo nella processione dei Santi. Sul fronte dell’ambone, sono scolpite le figure di vari animali: agnelli, cervi, pavoni, colombe, anatre, pesci, sicuramente con significato allegorico perché si riscontrano in altri amboni ravennati.

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Ambone coi Santi Giovanni e Paolo - Museo Arcivescovile di Ravenna

Nel 565 Venanzio lascia Ravenna e si reca in Gallia, sulla tomba di Martino a Tours, per ringraziarlo di aver avuto salva la vista. Un pellegrinaggio dal quale non ritornerà più.

In Gallia fu accolto da famiglie signorili, conquistate dalle sue poesie in latino, che tutti giudicavano sublimi, tra i tanti personaggi analfabeti la sua cultura stupisce.

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Lawrence Alma-Tadema - Venanzio Fortunato legge i suoi poemi a Radegonda

Giunto a Tours, come ho già detto, prega sulla tomba di San Martino (al quale dedicherà un poema) e poi si trasferisce a Poitiers. Qui conosce un personaggio eccezionale, non perché è una regina, ma perché è singolarmente colta in mezzo a re e principi che non sanno leggere.

E’ Radegonda, figlia del re di Turingia. Era una bambina di appena dieci anni, dalla pelle e dai capelli chiari, quando fu strappata insieme al fratello più piccolo, dalla casa paterna, da Clotario, uno dei figli ed eredi di re Clodoveo, il quale la porta in ostaggio nella sua reggia, attratto dalla sua bellezza. Clotario la fa studiare, poi la sposa e infine le uccide il fratello, forse per gelosia. Radegonda fugge inorridita dalla dimora del re, con la figlia adottiva Agnese, si rifugia a Poitiers, dove si ritira in un monastero.

Fortunato rimane affascinato da Radegonda, come pure l’ex regina che “in lui ritrova l’affetto insieme casto e pieno che l’aveva legata al fratello perduto”, anche se corrono voci malevole sul loro scambio epistolare così ricco sul piano affettivo.

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Vetrate Chiesa Santa Radegonda – Poitiers (Francia)

L’incontro dà un nuovo indirizzo alla vita di Venanzio, ammirato dal modo di vivere la fede religiosa di Radegonda, Venanzio diventa sacerdote. Nel 595-97, viene consacrato vescovo di Poitiers, muore un 14 dicembre, forse del 607, e presto lo si venera come Santo come pure è venerata come Santa, Radegonda.

Paola Tassinari

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