Quell’8 marzo al Liceo Visconti nel ’45 che cambiò l’Italia delle donne.

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Era l’8 marzo 1945. L’aria frizzante di primavera infervorava lo spirito di quelle ragazze di ogni età. C’erano le donne italiane dell’UDI di ispirazione comunista e socialista, le cattoliche del Centro italiano femminile, le vedove dei caduti, le partigiane e le sindacaliste. La sala grande del liceo Visconti a Roma era gremita. In quel giorno speciale, tutte insieme approvarono un ordine che subito raggiunse Londra dove, alla Albert Hall, erano riunite, per celebrare la Giornata Internazionale della donna, le rappresentanze di venti nazioni. Con la Carta si chiedeva la parità salariale, l’accesso a posti direttivi e la partecipazione alla vita nazionale e internazionale.La guerra non era ancora finita, ma il vento della liberazione accarezzava il sogno di un domani diverso. C’era ancora molto per cui lottare. Tanto da costruire. Il diritto al lavoro e quello all’eleggibilità da conquistare. Il suffragio universale era stato introdotto col decreto legislativo luogotenenziale del 24 giugno 1944 e legittimato, nella specifica del voto, il 31 gennaio 1945. Ma le donne erano sole contro un mondo maschile ancorato a quel senso di superiorità che il protezionismo fascista aveva nutrito.

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Il liberale Manlio Lupinacci, racconta Mirella Serri in un articolo uscito su La Stampa sei giorni prima dell’incontro al Visconti, “con una specie di voce dal sen fuggita, dava corpo ai timori maschili: ‘Ho una certa diffidenza istintiva, tradizionale verso la partecipazione della donna alla vita politica. È questa l’unica vera base di ogni opposizione di noi uomini”. Eppure a loro non importava: quell’8 marzo del ’45 sapeva di speranza e di coraggio. Il vento era cambiato e alle battaglie della Kuliscioff e della Mozzoni il presente sembrava finalmente tributare i dovuti onori.L’Italia aveva fatto molta strada, riprendendo in corsa quei paesi nei quali il voto femminile era realtà consolidata. In Finlandia votavano tutti già dal 1906, in Gran Bretagna dal ’28 e in Spagna dal ’31. Per non parlare della Nuova Zelanda dove il gentil sesso alle urne si recava già dal lontano 1893.

Questo era il ’45 che permise dall’anno successivo, a guerra conclusa, la diffusione di una Festa della Donna in tutta la Nazione. L’idea di mettere all’occhiello un simbolo che caratterizzasse la giornata, fu accarezzata a Roma. “Ci voleva un fiore reperibile agli inizi di marzo – raccontò poi Marisa Rodano – poiché all’epoca le serre erano poche e non arrivavano fiori in aereo da ogni parte del mondo in tutte le stagioni […] A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli, quando ancora le altre piante erano spoglie, che crescevano rigogliosi in tanti giardini di Roma e dei Castelli”. Fu così che la mimosa, luminoso emblema di rinascita e di vittoria, adornò i capelli e i blazer delle signore di ogni credo politico e religioso.

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Negli Stati Uniti il primo Woman’s Day si era tenuto trentasette anni prima al Garrick Theatre di Chicago. Era il 3 maggio del 1908 quando alla conferenza domenicale del partito socialista non prese parte il conferenziere e Corinne Brown ne approfittò per parlare di diritti ed emancipazione. L’incontro ebbe un tale successo che alla fine dell’anno fu lo stesso partito a raccomandare a tutte le sezioni di riservare “l’ultima domenica di febbraio del 1909 per l’organizzazione di una manifestazione del diritto di voto femminile”.

Da allora si diffuse in diversi paesi l’esigenza di riunirsi, ma fu solo nel 1914 che si propose di unificare le celebrazioni, dando vita a un evento unico internazionale. Certo, le differenze di sviluppo industriale e di condizioni climatiche erano tali da rendere inattuabile il progetto, almeno in quel momento. Furono la Prima Guerra mondiale e la Rivoluzione bolscevica a imporre l’8 marzo.

Il 23 febbraio del 1917 a Pietroburgo, proprio in occasione della Giornata della donna, lavoratrici e mogli di soldati sfilarono in corteo contro lo zarismo. In Russia mancava il pane e le madri, senza i mariti impegnati in trincea, non riuscivano a sfamare i propri figli.

Il 14 giugno del 1921 la seconda Conferenza delle donne comuniste, riunita a Mosca, istituì l’8 marzo la Giornata internazionale dell’operaia, in ricordo proprio di quel 23 febbraio del ’17.

Il calendario adottato nel regime zarista era quello giuliano, sfasato di tredici giorni, rispetto al gregoriano del mondo occidentale. Il 23 febbraio corrispondeva dunque da noi all’8 marzo, data che venne adottata universalmente.

Ecco la vera storia della Festa della Donna.

Nessun rogo nel 1908 all’industria tessile Cotton. A bruciare fu un’altra fabbrica newyorkese, ma nel 1911. E in quel tragico evento persero la vita 146 persone, tra le quali molte addette alla produzione.

Che la Giornata Internazionale della donna sia stata fissata in loro ricordo è però totalmente infondato.

Probabilmente, come osservato da Marisa Ombra e Tilde Capomassa, agli inizi degli anni Cinquanta si avvertì la necessità di allontanare la ricorrenza dalla storia sovietica: “…la Giornata della donna era fuori dall’area comunista e socialista, largamente vissuta come un fatto eversivo. Associare l’8 marzo al martirio delle operaie americane significava ampliare gli orizzonti della celebrazione a un mondo più grande e al tempo stesso attribuirle un carattere sacro”.

Silvia Girotti

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