Quando l’indignazione non basta. Il disegno criminale va fermato

Il pericoloso legame tra jihadismo radicale e criminalità

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Che siano estremisti di Daesh o lupi solitari a compiere attentati non fa molta differenza.Perché i fenomeni non vanno scissi, ma incastonati nel medesimo disegno criminale che sta lentamente compiendosi.

E che va fermato.

Se l’Arabia Saudita ha investito in tutto il Medio Oriente ingenti risorse nella “rieducazione” dei musulmani locali a un Islam ortodosso, depurato da ogni accenno di modernità, attraverso la nascita di madrasse, in Europa la leva è costituita dalle piccole moschee clandestine dove il narcotraffico va a braccetto con la predicazione estremista del Corano.

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C’è un legame sotterraneo e pericoloso tra jihadismo radicale e criminalità in Europa che s’intreccia, più che in altri luoghi, in Francia e in Belgio.

A Marsiglia tra il 2010 e il 2011, la polizia aveva accertato una connessione tra spaccio di droga e credo qaedista. Specie nel famigerato quartiere de La Castellane dove, al riparo della polizia, si stringono sodalizi tra famiglie di spicco del business della droga e fondamentalisti per la tutela dei reciproci interessi.

Se sono proprio i capi clan ad esercitare un controllo sui jihadisti, soffocandone l’operato terroristico per non richiamare l’attenzione delle forze dell’ordine, a Nizza dove la criminalità è meno diffusa, gli attentatori, anche isolati, sembrano godere di maggiore libertà.

In Belgio gli imam radicali sono alla spasmodica ricerca di giovani disoccupati da educare al jihad contro l’Occidente. E reperirli, nei ghetti isolati dove dilagano povertà e criminalità, non è difficile.

A Molenbeek, quartiere musulmano per eccellenza dove il tasso di disoccupazione si aggira attorno al 40%, l’ingresso è segnato da un cartello: “Sharia controlled zone”. Nessuno può permettersi di bere o mangiare in pubblico durante il mese del Ramadan. Alcool e musica non sono graditi, così come le donne che calzano scarpe col tacco e non portano il velo.

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La polizia non ha il polso della situazione.

"Siamo sotto organico e non possiamo occuparci di qualsiasi altra cosa, e a dire il vero non disponiamo dell’infrastruttura necessaria per indagare o sorvegliare le persone sospettate di legami terroristici e per seguire le centinaia di casi aperti. È una situazione letteralmente impossibile e onestamente è molto grave". Sono le dichiarazioni apparse su Internet lo scorso marzo, a qualche giorno dall’attentato della metro, rilasciate da esponenti delle forze dell’ordine.

"Quando dobbiamo contattare queste persone o mandiamo i nostri uomini a parlare con loro, abbiamo la sensazione di parlare con dei bambini. Non sono attivi, non sanno cosa sta accadendo. Non sono motivati. Gli fa paura ammettere che il loro paese è stato preso d’assalto." Sono le parole di un funzionario dell’intelligence americana, riferite ai colleghi europei, secondo un articolo del Gatestone Institute, pubblicato il 23 marzo scorso a firma di Soeren Kern.

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Il Belgio è tra i paesi con il maggior numero di musulmani dell’Europa Occidentale. Sono circa 300.000, ossia il 25% della popolazione. Negli anni Settanta le autorità incoraggiarono l’immigrazione di massa da Marocco e Turchia per importare, a basso costo, manodopera. Le fabbriche hanno chiuso, ma i migranti sono rimasti, mettendo radici.

In Belgio, come nel resto dell’Europa, diversi musulmani stanno abbracciando il culto salafita, una forma radicale di Islam che invoca un jihad violento contro tutti i miscredenti nel nome di Allah.

I salafiti affondano le loro radici nell’Arabia Saudita, luogo di nascita del profeta Maometto. Glorificano una visione idealizzata di ciò che secondo loro è il vero e originario Islam, praticato dalle prime generazioni di musulmani. Lo scopo del salafismo è quello di ricreare, in epoca moderna, una forma pura di Islam che regoli tutti gli ambiti della vita: dalle leggi alle relazioni private, respingendo i principi democratici della separazione tra Stato e religione, la sovranità popolare, l’uguaglianza di genere e il diritto fondamentale all’integrità fisica.

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Sono migliaia i mini califfati sorti nelle banlieues francesi. Le zone off limits vengono chiamate “Zus” (Zones urbaines sensibles).

Secondo le autorità parigine ce ne sarebbero 751 in tutto il paese e ospiterebbero almeno cinque milioni di musulmani. Covo jihadista per eccellenza, secondo l’intelligence, sarebbe Sevran, nel dipartimento della Senna-Saint-Denis dove il 90% dei 50mila abitanti è di origine straniera. Segue Lunel, un borgo nel dipartimento dell’Herault nella Linguadoca-Rossiglione, con un quarto della popolazione costituita da immigrati e 25 mila abitanti arruolati in Siria.

La situazione non va sottovalutata nemmeno nel resto dell’Europa.

Nel Regno Unito l’itinerario alla scoperta della presenza islamica integralista parte da Liverpool, per toccare Manchester, Leeds, Birmingham, Derby, Bradford, Dewsbury, Leicester, Luton, Sheffield, per approdare a Waltham Forest a nord e a Tower Hamlets ad est di Londra. “Stai entrando in una zona controllata dalla sharia” recitano le scritte a guardia dei confini.

In Inghilterra però dopo l’attentato del 2005, il servizio d’Intelligence ha preso provvedimenti che, stando ai fatti, sembrano funzionare. Il terrorismo appare infatti controllato.

In Olanda particolare attenzione merita il distretto di Kolenkit, ad Amsterdam. A seguire i quartieri di Pendrecht, Het Oude Noorden, Bloemhof a Rotterdam, Ondiep a Utrecht. All’Aia, il distretto di Schilderswijk è chiamato “sharia wijk”.

A Copenaghen, in Danimarca, la zona controllata dagli integralisti è il sobborgo di Tingbjerg, mentre in Svezia è Malmo, il cui quartiere di Rosengaard è abitato da soli migranti.

“Nel 2030 prendiamo il controllo”. È quanto si legge, alzando di poco lo sguardo, sui tanti cartelloni che tappezzano le strade.

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In Spagna, l’intera regione di “Xarq al Andalus” è musulmana.

I jihadisti sono fermamente convinti che il territorio, strappato loro dalla “Reconquista” cristiana appartenga di diritto al Califfato. Sono almeno 50.000 i convertiti musulmani che vivono nel paese e che le autorità tengono sotto controllo. Crescenti pressioni da parte degli islamisti li inciterebbero infatti all’uso della forza quale dimostrazione di impegno nella nuova fede.

Più tranquilla la situazione tedesca dove, nonostante la rilevante presenza musulmana a Berlino, Intelligence e Polizia pare riescano a mantenere il controllo, senza troppi problemi. Almeno all’apparenza.

Massimo Lupi

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