QUEL CARVER SEMPRE ATTUALE

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Da dove sto chiamando è una raccolta di racconti dello scrittore statunitense Raymond Carver. Einaudi l’ha pubblicata nel 2014 nella collana Super ET - traduzione di Riccardo Duranti e prefazione di Michela Murgia. La raccolta di trentasette racconti è un’auto-antologia voluta da Carver stesso prima di morire e presenta opere appartenenti a tutto l’arco della sua produzione, dall’esordio di Vuoi star zitta, per favore? fino ai sette racconti di Elefante, che sono gli ultimi che scrisse. E’ in un certo senso, quindi, il best of della sua produzione.

Raymond Carver è uno scrittore di racconti. Ha scritto anche poesie, ma nessun un romanzo, ed è nel genere del racconto breve che è riconosciuto come maestro del Novecento. Nacque nel 1938 da una famiglia povera, si sposò a diciannove anni e a venti aveva già due figli. Le sue prime poesie e i suoi racconti apparvero su rivista quando lo scrittore per sopravvivere faceva lavori di ogni tipo, dall’operaio al guardiano notturno. Tra i figli e il lavoro, non aveva tempo per scrivere e per questo dovette adattarsi alla forma breve, qualcosa che potesse iniziare e finire, almeno nella prima bozza, in una seduta sola. Dopodiché, sottoponeva i suoi racconti a una serie interminabile di revisioni e riscritture. In quegli anni difficili Carver cominciò a bere. Nel 1967 incontrò lo scrittore Gordon Lish, che fu il suo editor e in un certo senso il suo inventore. Quando Carver gli sottoponeva le sue storie, Lish le dimezzava coi suoi tagli. Vuoi star zitta, per favore?, la sua prima raccolta di racconti, fu pubblicata nel 1976 e la critica la etichettò subito come opera minimalista, corrente letteraria di cui Carver, con le sue storie scarne e ridotte all’osso, sarebbe stato l’inventore; ma si trattava in realtà di un’invenzione di Lish, e Carver rifiuterà sempre quella definizione. Nella seconda parte sua carriera, e in particolare alla fine, Carver lavorò con maggiore libertà e ripubblicò alcune dei suoi vecchi racconti così com’erano nati nei suoi desideri, prima dei tagli di Lish. In seguito all’assegnazione di alcune borse di studio, poté finalmente dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, dopo alcuni anni d’insegnamento. Smise anche di bere e fu per lui una rinascita, una seconda possibilità offerta dalla vita. Gli ultimi furono anni di successo e riconoscimento. Raymond Carver morì nel 1988, a cinquant’anni, subito dopo aver dato alla luce questa raccolta, Da dove sto chiamando.

cms_5159/2.jpgL’ambientazione di questi racconti è domestica, le situazioni quotidiane e l’argomento preferito di Carver è la vita di coppia. “Scrivi di ciò che conosci,” afferma lo scrittore, facendo l’eco a Hemingway; “e cosa conosci meglio dei tuoi segreti?”, aggiunge. I personaggi dei suoi racconti, che si occupino di un trasloco o della ricerca di una babysitter, si trovano spesso a fare i conti con il male che hanno fatto, con o senza intenzione, alle persone che amavano: quale colpa peggiore? “Siamo tutti brave persone,” dice Carver, “ma solo fino a un certo punto.” Ed è solitamente a questo punto che cominciano le sue storie.

Lo stile di questi racconti, spesso narrati in prima persona, è il realismo, di cui Carver è considerato un maestro. Ma la sua scrittura ha pure a che fare col cubismo, nell’impresa impossibile di mostrare le quattro facce di una casa in una sola immagine. E nel leggerle sembra di ascoltare il racconto di un tizio al bar. “Ve le dico io le cose che hanno fatto fuori mio padre…”, comincia una storia. Oppure, “Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena…”, comincia un’altra.

Dalla situazione di partenza si sviluppa una catena di avvenimenti così piccoli che si ha l’impressione che non stia succedendo nulla, ma narrati in un modo così aderente che è impossibile smettere di leggere. Così inizia a crescere un senso di attesa che accompagna e alimenta tutta la lettura nella sensazione che stia per succedere qualcosa, magari di catastrofico. Sale l’ansia, perché a questi piccoli personaggi non puoi non affezionarti. Ti domandi se alla fine della storia l’autore ti darà qualcosa, e nonostante le apparenze non sarai deluso. Carver è un riconosciuto maestro della narrativa americana, ma di cosa? E’ un maestro della suspense, tra l’altro.

Scrive Michela Murgia nella prefazione a questo volume che nelle storie di Carver “tutto si arresta nell’istante fulminante della consapevolezza, diversa per ciascun personaggio, impedendo all’ordinarietà delle loro riflessioni di diventare romanzo e darci sollievo, smettendo una buona volta di parlare di noi.”

In altre parole, non c’è un drago da sconfiggere. Cioè sì, il drago c’è ma non può essere sconfitto. C’è un tipo di male che non può essere rimediato o redento, e un tipo di male che non può nemmeno essere consolato. “Inconsolabile… te lo posso dire per esperienza diretta, è la parola più triste di tutto il vocabolario”, dice uno dei personaggi. Ed è per questi momenti che torna utile, come nel titolo di un racconto, “Una cosa piccola ma buona” come la compassione, che ha il sapore di una seconda possibilità.

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