QUELLA PAROLA CHIAMATA “POESIA”

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Molti mi hanno chiesto che cosa sia per me la poesia e di dare, riguardo ad essa, la mia personale spiegazione come poeta che sente il bisogno di esprimersi in versi e di usare tutti gli strumenti retorici legati all’antica e nobile ars poetica.

Detesto lo stile complesso e la poesia ermeneutica e, soprattutto, non amo il “poetichese”.

Pertanto, cercherò di dire con parole mie, cos’è per me la poesia, soprattutto, dal momento che in questo periodo d’’isolamento cogente, siamo impegnati in riflessioni profonde anche riguardo ai nostri modi di comunicare e di interagire col mondo che, per quanto mi riguarda, si estrinsecano principalmente attraverso la poesia. La dimensione del mio universo poetico è confinato sostanzialmente da tre semplici parole.

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La prima parola che mi sovviene in mente è proprio “incontro” che potrebbe tradursi anche in “esperienza empirica ”.

Ognuno di noi vive la sua vita come un incontro continuo con gli altri e da questi incontri nascono le esperienze che ci segnano, che ci formano e che, in qualche modo, rimangono custodite nel forziere della nostra conoscenza.

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Il poeta riesce a decodificare e a tradurre queste esperienze in poesia, facendo sì che da personali diventino universali.

“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale ed ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” così scriveva Eugenio Montale.

Ecco che noi percepiamo perfettamente quel sentimento, vediamo chiaramente quell’immagine e la interiorizziamo poiché la stessa è un’esperienza che ci appartiene.

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In quel momento si realizza un ulteriore incontro, quello tra il poeta e il suo lettore, creandosi in tal maniera una relazione narrante o, per meglio dire, una simbiosi incontrollabile ed empatica che difficilmente verrà dimenticata.

Come molti di voi sapranno già, io mi occupo anche di traduzione e devo proprio ad un’interessante ed appassionante lettura del libro di un mio caro amico (il cui titolo è “Con gli occhi di Sarbatureddu” di Salvatore Caltagirone) la fortuna di aver trovato la seconda parola che intendo usare, che è appunto “incantamento”; anche quest’ultima potrebbe essere tradotta tranquillamente con “stupore”.

Sì, perché è solo guardando il mondo con l’immutato stupore del bambino che se ne possono cogliere le sue sfumature, se ne possono percepire i movimenti, si possono far nascere emozioni e trasformarle in sentimenti. Pertanto, non bisogna temere ancora oggi di parlare di Giovanni Pascoli il quale mitizzava il “fanciullino” che è dentro ognuno di noi.

Egli infatti sosteneva che solo guardando attraverso lo sguardo del bambino si possa essere davvero poeti, trasformando esattamente il fantastico e il surreale in reale.

Quando Dante Alighieri, nel famoso sonetto scriveva: “ Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento” voleva descriverci un momento quasi magico, dove egli avrebbe potuto realizzare il desiderio di essere trasportati su di un vascello per conoscere l’amore, contemplando le donne amate.

Ebbene anche l’incantamento, lo stupore con cui riusciamo a vedere e quindi ad esprimere la realtà che ci circonda, in pratica ce lo rende noto, ce lo avvicina, ci fa capire come sia possibile che le cose in qualche modo possano accadere.

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La terza parola che userò è "ricamo". In questi giorni sto leggendo un libro di Tracy Chevalier, già autrice del più famoso, “La ragazza con l’orecchino di perla”, dal titolo “La ricamatrice di Winchester” che parla di una ragazza che scopre attraverso la pratica del ricamo, l’arte di aspettare, di avere pazienza e di creare qualcosa che resterà nel tempo.

Ebbene, anche la poesia può essere definita l’arte di tessere, di ricamare attraverso la parola situazioni e sentimenti che resteranno nel tempo.
Mai come adesso avvertiamo il bisogno di "ricamare" il nostro tempo per costruire memoria e lasciarla in eredità ai nostri figli, ai nostri nipoti e, perché no, ai nostri lettori futuri.
Infine, voglio lasciarvi con un’ultima considerazione. Si parla tanto di calo imponderabile di lettori di testi poetici. In realtà, la poesia non solo può ma deve rispondere ai bisogni dell’Uomo.

Le trasformazioni che interessano la società non sono certo direttamente proporzionali al calo di interesse per la lettura della poesia, o almeno io non lo credo. La lingua di questo genere, così come avviene in ogni ambito dove la parola ha un significato, è capace di evolversi, di modificarsi, di adeguarsi ai cambiamenti pur perpetuando quello scavo interiore che il poeta stesso continua ininterrottamente a fare su di sé, come il minatore di “caproniana” memoria. La stessa cosa avviene per i contenuti.

L’amore oggi è cantato in sfaccettature più inquiete e poco rassicuranti. Della donna si parla in termini di femminicidio, della società si raccontano le evoluzioni e le involuzioni, il mare ad esempio è una finestra sul mondo e, al contempo, anche il luogo delle tragedie e dell’accoglienza.

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Ma, i poeti continuano a specchiarsi nei loro maestri, a ritrovare quelle finestre di dialogo che si sono aperte leggendo i versi preferiti e, da questo, a trarre ispirazione per i propri "ricami".
Si rinnovano i linguaggi, si aggiorna il sentire ma le vicende dell’uomo sono le stesse da millenni.
I lettori, anch’essi, sono sempre gli stessi di allora: pretendono di ritrovarsi in quelle letture, pretendono che quelle letture lascino un segno tangibile di quel passaggio dentro di loro, hanno voglia di un contatto empatico che gli racconti la realtà nei suoi interstizi più profondi, senza finzioni.
Potrei concludere dicendo che scrivere poesia oggi è quello che più serve per restare umani, per cantare il proprio tempo, per esserne testimoni-profeti e per lasciare un segno che possa rimanere parlando di noi.

Quindi cosa aspettate, riempite d’inchiostro i vostri calamai ed iniziate a scrivere la vostra poesia, solo tessendo i vostri ricami il mondo che viviamo potrà diventare il mondo che desideriamo.

(Le immagini sono scatti di Gianni Profeta)

Antonello Di Carlo

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