Pari opportunità, serviranno 100 anni per colmare il gender gap (Altre News)

Coldiretti,ad agosto 12 tempeste al giorno, danni all’Agricoltura - Coronavirus, l’Università ’Federico II’ alza a 24mila euro ’No Tax Area’

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Pari opportunità, serviranno 100 anni per colmare il gender gap

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Per colmare il gender gap nel mondo potrebbero volerci quasi 100 anni: secondo il Global gender gap report 2020 del World economic forum, la capacità di colmare le differenze di genere fra uomini e donne a livello mondiale è del 68,6%. Dal 2006 ad oggi la riduzione del gender gap è stata mediamente di tre punti percentuali all’anno. Rispetto alla scorsa edizione, la riduzione del gap prevede un arco temporale inferiore di quasi dieci anni, grazie a progressi in tutti gli item che compongono l’indice, ad esclusione dell’item che misura la partecipazione e le opportunità economiche; il tempo richiesto per colmare il gap di quest’ultimo item si attesta a 257 anni.

L’Italia perde 6 delle 12 posizioni guadagnate lo scorso anno nella classifica Wef sulle differenze di genere, e rimane al 17° posto in Europa. secondo lo studio annuale del World economic forum (Global Gender Gap Report 2020) il gender gap index, che misura le differenze di genere in campo sanitario e della salute, della partecipazione e opportunità economiche, dell’istruzione e della partecipazione politica, è nel nostro paese pari a 70,7% (dove 100% indica la parità raggiunta). A livello mondiale l’indice medio è del 68,6%.

Su 153 paesi siamo settantaseiesimi, e prendendo a riferimento solo l’area relativa all’Europa Occidentale (quella mediamente più virtuosa), siamo al 17° posto su 20 paesi, davanti solamente a Grecia, Malta e Cipro. Secondo i dati Wef, la partecipazione politica e quella economica delle donne hanno in Italia livelli del tutto insufficienti. E al di là della posizione in classifica (la prima ci vede comunque nel gruppo di testa, la seconda ci vede al 117° posto) gli indici mostrano quanto l’Italia sia arretrata in questi due ambiti: secondo il Global gender gap report 2020, guadagniamo una posizione in classifica rispetto allo scorso anno nell’area della partecipazione ed opportunità economiche delle donne, ma il gap da colmare è ancora superiore al 40%. Molto grave invece il campo della valorizzazione politica, dove il nostro paese rimane nella parte alta della classifica, ma con un gap da recuperare di oltre il 73%.

L’aspetto più critico della bassa partecipazione economica delle donne in Italia è il cosiddetto gender pay gap: l’indice medio a livello mondiale per quanto concerne l’equità di salario a parità di lavoro fra maschi e femmine è del 61,3%. In Italia siamo fermi al 52,9%. (125° posto nella classifica del world economic forum). Eurostat attesta il gender pay gap italiano al 20,7%, posizionando l’Italia al 18° posto su 24 Paesi dell’Ue.

La partecipazione delle donne al mercato del lavoro potrebbe portare benefici evidenti: il pil mondiale potrebbe crescere fino al 35% ed arrivare a 28 trilioni di dollari entro il 2025. In Italia si prevedono benefici in termini di crescita positiva del pil per oltre mezzo punto l’anno. Dal 2009 a oggi sono cresciute le percentuali di occupazione e di forza lavoro femminile, ma il tasso di disoccupazione femminile risulta ancora fra i più alti del mondo: secondo l’Istat dal 2009 al 2019 la forza lavoro femminile è salita del 10,1% e il numero di occupate è salito del 7,8%. Tuttavia, il tasso di occupazione delle donne è ancora minore rispetto a quello degli uomini (50,1% contro il 68%) e quello di disoccupazione è fra i più alti del mondo con un valore del 11,1% che ci colloca al 7° posto nel mondo.

Oltre ad avere difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro, le donne scontano anche le problematiche legate al bilanciamento vita-lavoro: a livello globale, il lavoro di cura non retribuito è svolto per il 75% dalle donne, che vi dedicano dalle 3 alle 6 ore al giorno. Non stupisce quindi che il numero di donne che lavorano part time sia il 32,9% del totale delle occupate. La scelta di lavorare part time, oltre a ridurre il guadagno medio annuo a parità di salario, deve contare anche una retribuzione oraria più bassa (-16%) a parità di mansioni.

A parità di lavoro con un collega uomo, in Italia è come se una donna cominciasse a guadagnare dal 6 febbraio: Dopo una diminuzione del gap vista nel periodo 2016-2018, nel 2019 la differenza retributiva tra uomini e donne è peggiorata, attestandosi all’11,1%, pari ad oltre 3.000 € lordi annui a sfavore delle lavoratrici. Questa brusca frenata allunga i tempi di raggiungimento della parità salariale, stimati in non meno di 55 anni.

L’accesso delle donne alle posizioni apicali resta ancora molto basso, soprattutto nelle aziende private: secondo l’Istat nel 2019 la percentuale di dirigenti donna è del 32%, quella dei quadri il 46%. Considerando solamente i dipendenti di aziende private, escludendo i dipendenti della pubblica amministrazione, la situazione peggiora, con il 15% di dirigenti donna e il 29% di quadri donna. La Legge Golfo-Mosca ha apportato progressi significativi ai vertici delle aziende quotate, tuttavia è stato necessario estendere la sua portata per altri 9 anni: il dato positivo ci dice che le donne erano il 5,9% dei consigli di amministrazione nel 2008 e ora rappresentano il 36,4%. Progressi sicuramente significativi, ma se guardiamo ai ruoli apicali, le donne ceo sono aumentate solo di tre unità dal 2013 ad oggi; sembra inoltre che la Legge Golfo-Mosca non abbia portato cambiamenti a cascata sul rapporto uomo/donna all’interno delle aziende quotate rispetto al resto del mercato italiano.

Il gender pay gap cresce al diminuire della categoria contrattuale ed è più alto fra impiegati e operai, che fra dirigenti e quadri: a parità di inquadramento contrattuale, le donne hanno sempre una retribuzione inferiore rispetto ai colleghi uomini. Il divario retributivo è più penalizzante tra gli operai (11,3%), seguito dal gap tra gli impiegati (11,1%), dal gap tra i dirigenti (8,8%) e infine quello più contenuto tra i quadri (4,4%). Una donna guadagna meno di un collega maschio sia a parità di ruolo professionale, che a parità di settore d’impiego: da un’analisi statistica condotta sul database di JobPricing, nel 77,8% dei casi gli uomini hanno retribuzioni superiori alle donne e questa situazione è estesa a tutti i settori professionali.

Quando gli uomini guadagnano più delle donne il gap a loro favore può arrivare al 28%, se invece sono le donne ad avere una retribuzione migliore il gap a loro favore arriva al massimo al 15,4%. Gli unici tre settori dove in media le donne risultano avere stipendi superiori sono edilizia, utilities e agricoltura, dove tuttavia l’effetto potrebbe essere determinato dalla bassa rilevanza statistica del genere, dato il numero molto ridotto di donne occupate in queste industry. Infatti, in tutte le industry con occupazione femminile superiore al 40% la retribuzione degli uomini è sempre superiore. Tra le famiglie professionali, infine, dove le donne risultano mediamente collocate in maggioranza nelle funzioni c.d. di staff, queste ultime sono anche quelle meno remunerative.

Le donne in Italia studiano di più, si laureano in corso in numero maggiore e con voti più elevati, ma privilegiano studi che hanno minori prospettive occupazionali e retributive: il Gap retributivo è più alto fra laureati (anche superiore al 47% nel caso di master di II livello) che fra non laureati. Il motivo è probabilmente duplice: le donne scelgono per lo più percorsi formativi con prospettive di carriera e stipendio inferiori (in particolare, sono poche le diplomate e laureate con profili tecnici e dell’area stem); le donne laureate sono ’più giovani’, nel senso che hanno da poco preso la strada dell’istruzione terziaria, e quindi per la maggior parte sono in una fase del loro percorso professionale che non ha ancora visto maturare le opportunità di carriera e di retribuzione collegate al titolo di studio. Ed infatti il peso delle donne sul totale dei laureati aumenta al diminuire delle classi di età. Il secondo motivo lascia uno spiraglio di speranza, se si considera il trend del gap tra laureate e laureati dal 2015 ad oggi.

I lavoratori uomini senza laurea guadagnano di più del totale delle donne, comprese le lavoratrici con titolo accademico: se in media il gap tra i lavoratori uomini laureati e non è di 17.000 euro, per le donne la stessa differenza è di 8.000 euro. Infine, la differenza fra le donne con laurea e uomini senza è poco meno di 6.000 euro.

Le donne sono mediamente meno soddisfatte degli uomini riguardo le loro retribuzioni: secondo il Salary satisfaction report 2020 dell’Osservatorio JobPricing, su un indice che va da 0 a 10 in cui 10 rappresenta la massima soddisfazione, le donne risultano meno contente degli uomini (4 contro 3) e le valutazioni più negative riguardano la meritocrazia (2.4), l’equità interna (3.6), la mancata correlazione tra performance e retribuzione (3.1) e la mancanza di fiducia e comprensione (3.1).

L’approccio al pacchetto di reward di uomini e donne denota profili tutto sommato simili, però contano di più per le lavoratrici gli aspetti legati al work life balance e welfare (cioè alla gestione fra tempo della vita e tempo del lavoro), ed alle relazioni interpersonali.

Coldiretti,ad agosto 12 tempeste al giorno, danni all’Agricoltura

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L’agosto 2020 è segnato fino ad ora da una media di 12 tempeste al giorno da nord a sud fra grandinate, tornado e bombe d’acqua generate dal grande accumulo di energia termica nell’atmosfera. E’ quanto emerge da una elaborazione di Coldiretti su dati dell’European severe weather database (Eswd) in riferimento all’ultima ondata di caldo che sta investendo l’Italia con allarme rosso in diverse città della Penisola.

"Negli ultimi dieci giorni il maltempo ha coinvolto dal Piemonte alla Lombardia alla Calabria, dalla Puglia alla Sicilia – spiega Coldiretti – si sono verificati violenti nubifragi, con trombe d’aria, grandinate e bombe d’acqua che hanno causato pesanti danni a uliveti, ortaggi in pieno campo, frutteti, vigneti e tabacco ma anche a strutture rurali con tetti scoperchiati e serre divelte. L’ultimo episodio in Calabria, in provincia di Catanzaro, dove nel comune di Decollatura la grandine ha devastato ettari di zucchine, pomodori e peperoni pronti per essere raccolti e andare sul mercato con la perdita di un intero anno di lavoro".

Sottolinea l’associazione: "La pioggia è attesa per combattere la siccità nelle campagne ma per essere di sollievo deve durare a lungo, cadere in maniera costante e non troppo intensa, mentre i forti temporali soprattutto con precipitazioni violente provocano danni poiché i terreni non riescono ad assorbire l’acqua che cade violentemente e tende ad allontanarsi per scorrimento provocando frane e smottamenti. I cambiamenti climatici con le precipitazioni sempre più intense e frequenti con vere e proprie bombe d’acqua si abbattono infatti su un territorio reso più fragile dalla cementificazione e dall’abbandono con il risultato che sono saliti a 7252 i comuni italiani, ovvero il 91,3% del totale, che sono a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Ispra".

Coldiretti conclude sottolineando come "siamo di fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia dove l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma, con una tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con grandine di maggiori dimensioni, una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, che compromettono anche le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne".

Coronavirus, l’Università ’Federico II’ alza a 24mila euro ’No Tax Area’

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(Andreana d’Aquino)- L’Università di Napoli ’Federico II’ rilancia e alza a 24mila euro la No Tax Are prevista dal Decreto del ministero dell’Università e Ricerca e superando così il minimo dei 20mila euro stabiliti dal Governo sul piano nazionale. Non solo. La storico ateneo napoletano ha deciso anche di utilizzare come parametro fiscale "l’Isee dell’anno in corso", e non quello dell’anno 2019, per dare margini più ampi di iscrizione all’Università anche a chi "ha subito danni economici" a causa dell’emergenza dettata dal nuovo Coronavirus. Ad annunciarlo è il Rettore di Unina, Arturo De Vivo, che si è affidato ai social per parlare alla platea degli studenti e per evidenziare che "solo investendo sul Capitale umano l’Italia potrà uscire dalla crisi economica". In un video postato su YouTube e sul sito dell’Unina, il Rettore della Federico II annuncia anche che, se "il Covid ha costretto" l’Ateneo ad una riduzione "del 50% della capienza delle aule", l’Ateneo partenopeo riprenderà a settembre dando la precedenza a tutte le matricole per i corsi "in presenza". La Federico II conta circa 22 mila posti a sedere quotidianamente dal lunedì al sabato, ma l’emergenza sanitaria, costringe anche l’Università Federico II a fare i conti con le doverose regole del distanziamento di sicurezza, quindi riaprirà a settembre "in presenza a cominciare dalle matricole".

"L’Università nel mese di agosto normalmente va in pausa, ma quest’anno le pause hanno avuto un carattere diverso" perché con il lockdown "l’Università è stata costretta a rinunciare ai suoi studenti" argomenta De Vivo. "Il Covid -sottolinea il Rettore - ci costringe a ridurre del 50% la capienza delle nostre aule, ciò fa in modo che sarà privilegiata la didattica delle matricole, reduci da un pezzo consistente di formazione superiore a distanza" per via della chiusura delle scuole, "e che invece potranno avere la possibilità di frequentare in presenza" il loro primo anno accademico.

E così, alla Federico II si riprende dall’1 settembre, ripartono gli esami "principalmente in presenza" anche se, anticipano dall’Ateneo all’Adnkronos, si tenderà a dare una organizzazione di ’frequenza mista’, ovvero in presenza e online "ma non per tutti". "Dipenderà -spiegano le fonti- dalle scelte dei professori e anche tenendo conto di possibili problemi dei fuorisede". Insomma "è garantita una certa flessibilità" prevista fin da adesso, salvo "ovviamente variabili sulla scena dell’emergenza sanitaria".

Inoltre è lo stesso Rettore Arturo De Vivo a sottolineare che "l’Ateneo Federico II ha scelto di creare e allargare le condizioni che possano favorire la scelta dell’Ateneo anche a coloro che hanno subito svantaggio dalla crisi economica determinata dal Covid-19". Il sistema della tassazione, argomenta il Rettore, prevede per questo di produrre "il cosiddetto Isee corrente, cioè quello di quest’anno piuttosto che quello dello scorso anno" così da "non essere penalizzati" se si sono subiti danni economici dalla pandemia scoppiata nel 2020. Non solo. Se "il decreto del Governo, in particolare del Mur, ha stabilito risorse per alzare No Tax Area da 13mila a 20mila, in passato già -ricorda De Vico- la Federico" aveva alzato la No Tax Area "da 13mila a 15 mila euro di reddito, analogamente anche questa volta rispetto al limite 20mila abbiamo esteso la NoTax Area a 24mila".

Ma il Rettore della Federico II segnala anche "ulteriori interventi da 24mila a 30mila euro". "Già il nostro Ateneo aveva fasce di riduzione di tasse tra 24-26 mila euro; 26-28mila euro; 28-30mila euro. Questa scontistica è incrementata" tanto che per chi frequenterà l’Ateneo napoletano si potrà contare su "sconti progressivi del 40%, 30% e 20%" spiega Arturo De Vivo. "Abbiamo anche altri meccanismi che cercano di alleggerire il sistema di tassazione: i Cfu, e tagli di spesa legati al merito per un 50% per coloro che si siano maturati con 100 e Lode o coloro che si iscrivono alla magistrale con una laurea triennale con 110 e Lode" evidenzia il Rettore. "Abbiamo investito risorse per creare le migliori condizioni per iscriversi all’Università, alla Federico II perché siamo convinti -osserva infine De Vivo- che solo investendo sul capitale Umano il nostro Paese potrà uscire dalla crisi acuita dal Covid e allinearsi sugli standard migliori del sistema europeo".

Redazione

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