PROSPETTIVE SULLA CRISI RUSSO-UCRAINA

Riepilogo e possibili conseguenze di no-fly zone e pericolo nucleare

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Niente titoli elaborati, evocativi, ad effetto. Non quando il mondo sta cambiando in peggio, non quando gli eventi stanno sfuggendo al controllo di chiunque, non quando migliaia di vite stanno venendo estirpate senza una valida ragione. Ad ogni bombardamento di città e strutture ne corrisponde uno di notizie, e vista la mole di aggiornamenti cui ci si espone urge tirare le fila di tutto il discorso. Quella che, per semplicità, è stata definita come “crisi russo-ucraina” del 2021-2022 nasce, in realtà, il 24 febbraio 2014. Il casus belli è l’occupazione russa della Crimea, penisola contesa dalle due litiganti di questa estenuante storia. Gli esiti hanno portato alla costruzione di basi militari al confine, al primo ammonimento della NATO e degli Stati Uniti, e ad uno scambio di sanzioni che sono andate via via inasprendosi. Ma il round iniziale è andato a Mosca, che ha ottenuto quello che voleva: l’annessione della Crimea. Le perdite sono state ingenti: si contano più di 5 mila morti per il Cremlino, oltre 4 mila per Kiev e 3350 civili deceduti. L’inizio della fine. Tra marzo e aprile dell’anno passato l’acredine sepolta, ma latente, tra Russia e Ucraina si è acutizzata. L’invio di unità militari russe al confine, la più grande mobilitazione dai tempi della Guerra Fredda, hanno portato ad una crisi diplomatica internazionale poi precipitata nell’arco di pochi giorni. L’acme è stata raggiunta, tuttavia, con la richiesta da parte della Russia di riconoscere come parte del suo territorio le repubbliche indipendenti di Doneck e Lugansk. La contesa sul Donbass è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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Il 24 febbraio dell’anno corrente è la data spartiacque della storia recente mondiale: la Russia invade l’Ucraina. Da lì, a valanga, ne succedono di tutti i colori: spari a vista dei soldati russi a quelli ucraini, civili arruolati, profughi in fuga, bombardamenti e sanzioni varie. Tutto il mondo, capeggiato da NATO e Stati Uniti, isola la Russia: le multinazionali rescindono i loro contratti, gli oligarchi vengono espulsi dai vari Paesi e tutto ciò che è collegabile a Mosca viene ostracizzato come non succedeva agli untori ai tempi della Peste Nera del ‘300. Tutti i continenti, poi, si mobilitano in favore dell’Ucraina: chi invia beni di prima necessità, chi aiuta militarmente e chi accoglie le genti in fuga dall’orrore più grande dei tempi moderni, che sta mietendo una quantità sempre più incalcolabile di vittime. Le ultime novità, in ordine di tempo, raccontano della possibile istituzione di una no fly zone: una decisione importante, le cui conseguenze potrebbero portare solamente ad un ulteriore incrinamento degli equilibri mondiali – a dirla tutta, già gravemente compromessi e sulla strada della rottura definitiva. Volodymyr Zelensky, presidente ucraino, ne chiede l’istituzione, altrimenti “i razzi russi cadranno sul territorio della NATO, è una questione di tempo” – esplicita in un videomessaggio. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno respinto la richiesta, giudicandola un rischio che farebbe schizzare alle stelle il livello degli scontri: concretizzando l’aleatorietà, implicherebbe l’abbattimento degli aerei militari russi. Anche l’Italia, per voce del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, boccia momentaneamente la proposta: “dobbiamo continuare a lavorare sulla tregua, non possiamo abbandonare la diplomazia – asserisce – L’Italia continuerà a dire a Putin di dimostrare che non vuole continuare questa guerra perché noi abbiamo fatto tutti i passi possibili per aprire alla possibilità di dialogo e di una soluzione diplomatica”.

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La NATO si allinea: il divieto di sorvolo dello spazio aereo di un Paese è un’azione offensiva, non difensiva. Inoltre, equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra: la Russia vuole impedire la costruzione di basi dell’Alleanza al confine, e la stessa controlla i cieli ucraini; un rischio che, coscienziosamente, nessuna delle parti in causa vuole assumersi. L’altro grande pericolo porta il nome di “nucleare”. Chernobyl dice qualcosa? Sì? Bene. La centrale, diventata tristemente famosa per il disastro del 1986, si trova in questi giorni senza elettricità. E visto che le reazioni nucleari sono tanto delicate quanto instabili e pericolose, ci manca poco per una catastrofe di proporzioni pantagrueliche. In aggiunta, si vuole evitare che si passi a dei bombardamenti su larga scala con armi nucleari, in quanto le conseguenze sfuggirebbero all’immaginazione di chiunque. La NATO, in ogni caso, non volta le spalle all’Ucraina: continua ad inviare armamenti, si prodiga in sanzioni e continua a consolidare la coalizione con gli Stati Uniti. Nella sua Futura, Lucio Dalla cantava di un mondo fragile, a un passo dal collasso: “chissà domani su cosa metteremo le mani… i russi, i russi, gli americani – recita il testo del capolavoro musicale dell’artista bolognese, – qui tutto il mondo sembra fatto di vetro e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”. Come la Guerra Fredda, più della Guerra Fredda; dalla Crimea al Donbass, è tutto un pesante retaggio dello scontro fisico e ideologico di due mondi antitetici. Solo che, questa volta, ci sono molti più attori coinvolti e non si potrà tornare come prima. “Questo sole è una catena di ferro senza amore… non girare la testa, dove sono le tue mani? Aspettiamo che ritorni la luce, di sentire una voce”. E tutti noi lo auspichiamo!

Francesco Bulzis

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