PROPOSTE DI LETTURA – UMBERTO SABA: L’autunno

Mio solo amico

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cms_18918/1.jpgSaba (Trieste 1883 – Gorizia 1957), all’anagrafe Umberto Poli, figlio di un agente di commercio triestino (Ugo Edoardo, con ascendenze nobiliari) e di Felicita Rachele Cohen, un’ebrea triestina, nipote per parte di madre dell’ebraista, poeta e storico Samuel David Luzzatto. Fu per lei, per reclamare in qualche modo l’amore che non gli aveva dato, che utilizzò lo pseudonimo Saba? Non ci è dato saperlo con certezza: Saba in ebraico, per alcuni significa pane, per altri significa nonno. Visse un’infanzia infelice, a causa della mancanza del padre, fuggito pochi mesi prima della sua nascita. Fu inoltre allevato per tre anni dalla balia slovena Gioseffa Gabrovich Schobar, detta "Peppa". Con questi presupposti personali Umberto Saba si affacciava alla vita e all’arte. Non fu facile, così come non poteva esser facile inebriarsi di socialismo interventista in gioventù (collaborò col Popolo diretto da Benito Mussolini) e rendersi conto, da adulto, che era italiano ma anche triestino. Soprattutto era ebreo per parte di madre (Saba dovette fuggire, prima in Francia, poi a Firenze. Gli era accanto la moglie Carolina: Lina). Il dopoguerra fu un po’ più generoso: nel 1946 Saba vinse, ex aequo con Silvio Micheli, il primo Premio Viareggio per la poesia del dopoguerra, al quale seguirono nel 1951 il Premio dell’Accademia dei Lincei e il Premio Taormina, mentre l’Università di Roma La Sapienza gli conferì, nel 1953, la laurea honoris causa. La sua storia personale fu percorsa a lungo dalla depressione, curata con la psicanalisi.

Proponiamo ai lettori L’autunno (e non Autunno come affrettatamente e sconsideratamente citato in qualche blog), poesia che dovrebbe essere imparata a memoria, se ancora ci fosse abitudine a farlo.

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Che succede di te, della tua vita,
mio solo amico, mia pallida sposa?
La tua bellezza si fa dolorosa,
e più non assomigli a Carmencita.
Dici: "È l’autunno, è la stagione in vista
sì ridente che fa male al mio cuore".
Dici - e ad un noto incanto mi conquista
la tua voce –: "Non vedi là in giardino
quell’albero che tutto ancor non muore,
dove ogni foglia che resta è un rubino?
Per una donna, amico mio, che schianto
l’autunno! Ad ogni suo ritorno sai
che sempre, fin da bambina, ho pianto".
Altro non dici a chi ti vive accanto,
a chi vive di te, del tuo dolore
che gli ascondi; e si chiede se più mai,
anima, a dove e a che, rifiorirai.

Un’espressione innovativa, inusuale occorre sottolineare: il poeta definisce la sua sposa "mio solo amico", al maschile. Quanto ci appare distante, nella sua disarmante semplicità, questa invenzione rispetto all’eccesso di prudenza del linguaggio odierno (la ministra, la sindaca, la prefetta)! Con toni colloquiali e sommessi Umberto Saba dà lezioni di poesia, di vita, di amore, di coraggio. Con versi né futuristi né d’avanguardia, movimenti ai quali non aderì. Ma versi ugualmente nuovi, di chi sprigiona poesia dall’inconscio, dalle viscere, dalle membra e persino sottopelle. Versi di poesia autentica, Di poesia onesta.

Raffaele Floris

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