PROFONDO UMANO

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Lungo vie affollate di passi frettolosi, di volti curiosi, di storie sconosciute, di sguardi inafferrabili, di labbra silenziose, camminando dentro a percorsi urbani traboccanti di folle anonime, immersi dentro città senza identità, confuse, sconosciute, dove uno sa essere loquace solo con chi è lontano, con chi non c’è, con chi sta da un’altra parte…può capitare di perdersi, di scoprirsi soli, smarriti, strappati a noi stessi.

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Ci si può smarrire…dentro al vortice delle cose che “si devono” fare, quelle che ci costringono ad inseguire il tempo che non c’è o che ci portano dove non abbiamo scelto di andare, coinvolti in obiettivi importanti solo per altri, trascinati avanti da chi ci sta dietro, spinti oltre verso una meta che, il più delle volte, non ci appartiene.

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Annusare il sapore della luce, quella che parla di ciò che è diverso da sé, che invita a dare un nome, il nome giusto a ciò che ci abita intorno e, al tempo stesso, definisce esattamente il nostro volto, i lineamenti che fanno di noi quell’unico e irripetibile mistero che siamo per gli altri, e per noi stessi.

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Racconto inedito: questo è ciò che siamo. E così sono anche le pagine di vita che sfogliamo nello scorrere dei giorni. Pagine fatte di volti, storie, segreti, sogni e profondità.

C’è, in ogni uomo, una superficie e una profondità. La superficie è piatta e uguale, la profondità un abisso.
Viviamo spesso in superficie, nel mondo della banalità, del “si dice”, della chiacchiera, del distrarsi, del ripetuto, dove non ci sono emozioni ma, al massimo, sorpresa o curiosità, talvolta soltanto pettegolezzo.
Possiamo restare giorni e giorni incollati al televisore, guardare tutti i talk show, tutti i dibattiti politici, tutti gli incontri salottieri, e non allontanarci un istante dalla superficie. Talvolta, possiamo perfino andare in vacanza, fare affari restando in superficie.

Eppure, è strano, non poche sono le persone attratte dalla profondità.

Alcuni, ad esempio, dicono di voler provare delle emozioni forti, adrenaliniche, magari correndo in automobile, praticando attività sportive estreme oppure cimentandosi in prove “no limits”: cercano qualcosa che sta al di là.

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Non è detto che la trovino, forse la trovano per un istante e devono perciò ripetere l’esperienza estrema, finché anche questa non si usura, non perde potere e novità.
Eppure tutti, ogni tanto, siamo condotti sull’abisso della profondità quando qualcosa scuote i fondamenti della nostra esistenza.

Quando siamo impegnati in una lotta disperata per ottenere un risultato, per superare una dura prova e ci riusciamo. E proviamo un senso di immensa esultanza, il momento di “gloria” che potremo ricordare. Oppure, sul versante negativo, quando muore una persona che ci è cara o ci ammaliamo di una malattia di cui temiamo gli esiti e ripercorriamo, riguardiamo con occhi diversi tutti i nostri rapporti, tutta la nostra vita.

Distinguiamo, allora, ciò che è essenziale da ciò che essenziale non è, la superficie dalla profondità.

Capiamo che la profondità è sacra.

E, di più: accade di incontrarla quando ci innamoriamo, quando il nostro animo si dilata e diventa capace di emozioni, di pensieri tanto più grandi di noi stessi che vorremmo abbracciare il mondo e fonderci con esso.

Afferrati dall’amore, possiamo essere felici solo con chi amiamo e se ci distraiamo, se preferiamo altre compagnie o altre cose, la nostra unicità si incrina, si degrada. L’amore è esigente.

Tutte le cose perfette richiedono una concentrazione totale: il compositore è totalmente assorbito dalla sua musica, lo scrittore dal suo romanzo.

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Sicuro, c’è un’altra strada verso la profondità: l’arte, la grandissima arte.
Ci sono dei libri, dei romanzi, dei film, dei brani musicali, talvolta delle opere di pensiero, che invadono il nostro spirito e sembrano sul punto di farlo esplodere tanto ci apriamo al mondo, agli altri, a noi stessi: vediamo, così, qualcosa della nostra essenza, di cosa potremmo essere...
Un poeta appagato dalla vita potrebbe mai abbandonarsi davanti al foglio bianco?

Un pittore nauseato dalla realtà potrebbe mai dare vita ai colori?

Potrebbe mai raccontare qualcosa di nuovo la penna di uno scrittore incapace di andare oltre le apparenze dei fatti e dei sentimenti?

Potrebbe mai inseguire la persona amata colui che rimane concentrato su di sé e sulle proprie aspettative?

Dove c’è sazietà non vi è slancio, dove c’è appagamento non vi è cammino. Se non c’è inquietudine non vi è desiderio e tanto meno voglia di vivere.

La vera guida della nostra esistenza è la sete: insegna al fiore a trattenere la rugiada della notte; muove i passi degli animali alla spasmodica ricerca di lontane pozze d’acqua; spinge l’uomo a chiedere; rende possibile il desiderio, la passione, il cammino, la ricerca.

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La sete, la sete di trovare pace, di ricevere tenerezza, di donare amore, di portare gioia indica che non si è ancora arrivati, non si è ancora trovato, non si è ancora ricevuto, non si è ancora donato.

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La sete è incompiutezza, ma resta almeno una buona ragione… per vivere.

Solo la sete permette a due amanti di ritrovarsi a sera con la stessa trepidazione, sorpresa, attesa del primo incontro.

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Solo la sete consente di vivere questa nostra esistenza come un grande dono, come una incessante attesa, come una raccolta mai completata di frammenti che lasciano presagire la Completezza.

(Servizio fotografico realizzato da Marina Tarozzi)

Fausto Corsetti

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