POST VERITA’, DISINFORMAZIONE E ATTACCO ALLE EMOZIONI

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cms_27903/1.jpgEletta nel 2016 dall’Oxford Dictionaries, parola dell’anno, l’aggettivo post-verità è entrato nella discussione politica e in quella giornalistica. Il significato della parola si aggira attorno a un concetto molto semplice, legato all’era digitale e, appunto, post-mediale che stiamo vivendo: la resa incondizionata dei fatti oggettivi a tutto vantaggio dell’appello alle emozioni nella formazione dell’opinione pubblica. L’aggettivo dunque per sua natura si lega favorevolmente al discorso politico i cui esempi negli ultimi anni si sono via moltiplicati, portando alla ribalta dell’informazione giornalistica un mondo sempre più soggettivo in cui la narrativa batte i fatti. Il ruolo delle piattaforme social nella ribalta della post-verità ha un posto significativo, nel momento in cui lo spazio di intervento dell’utente e il proliferare delle sue opinioni, ha portato all’emergere di una realtà sempre più parziale. Ognuno interpreta la realtà come meglio crede, trascinando in questa spirale di disinformazione, gli apparati mediatici spesso confusi su cosa sia notiziabile e cosa invece frutto di speculazioni social. Siamo in un’era non solo definita post (comunicativa, politica, moderna, ecc.), ma anche di forti campanilismi e rissosi schieramenti; ognuno, dalla politica alla salute, dall’economia allo sport, dal gossip all’attualità, argomenta screditando l’avversario di turno e tutti antepongono agli argomenti dell’altro il termine fake news, di fatto erigendo un muro al potenziale dialogo e bloccando così ogni tentativo argomentativo. Illuminante sembra essere a tal proposito l’analisi di Lee McIntyre, ricercatore al Centro di filosofia e storia della scienza all’Università di Boston che nel suo libro Post-Truth, illustra i meccanismi neurocognitivi che sono alla base delle trappole mentali che ci portano a distorcere i dati di fatto, anche se quest’ultimi ci vengono presentati con chiarezza.

cms_27903/2_1665890387.jpgSecondo l’analisi di McIntyre la post-verità è un ambito in cui l’ideologia ha la meglio sulla realtà perché quale sia la verità, interessa poco o niente, ciò che conta è la forza di imporre, attraverso concetti semplici e ridondanti, la propria versione tralasciando i fatti. I social in questo ambito hanno il loro peso e hanno gran parte di responsabilità, non solo per la facilità con cui creano le cosiddette camere dell’eco e relative bolle informative, ma in particolar modo per la loro capacità di fungere da aggregatori di notizie la cui fonte di dimostra, alla prova dei fatti, falsa. Non è un caso che negli ultimi anni la politica abbia occupato sempre di più gli spazi infiniti dei social, anteponendo il racconto demagogico e populista alla verità e al dialogo costruttivo. Lo spazio disintermediato della rete, causato dalla crisi di legittimità del giornalismo, dei media e dei partiti tradizionali, ha portato all’imporsi di una sfera di informazione sempre più centrata sui social media. Il concentrarsi dell’informazione, non solo politica, in un unico spazio, ha creato la diffusione di sensazionalismo, faziosità e forme estreme di ideologizzazione politica che ha trasformato la sfera pubblica in un’arena dove vale tutto e il contrario di tutto, tra cui idee cospirazioniste e negazioniste. Le fake news sarebbero dunque la naturale conseguenza di numerose devianze nell’uso della rete in generale e dei social in particolare, un fenomeno che spesso sfocia, da parte dei poteri forti, in una balcanizzazione della rete con la scusa e l’esigenza di esercitare un controllo sui flussi informativi, spesso devianti e anti regime, presenti all’interno delle piattaforme.

cms_27903/3.jpgControbattere la deriva della post verità è possibile, come è altrettanto possibile provare a bloccare il diffondersi di falsa e fuorviante informazione attraverso un’attenzione dell’utente sulle fonti di informazione che quotidianamente appaiono sulle proprie bacheche social. Assieme all’opera di responsabilità del singolo, si affiancano metodi di debunking ormai presenti in rete e che con perizia e acume giornalistico, provano a smontare la notizia falsa per poi rimontarla nella sua giusta dimensione di vicinanza al vero. Rimane tuttavia l’amara consapevolezza che fenomeni come fake news, hate speech e post verità siano strettamente connessi a un forte disagio sociale e a una frustrazione diffusa a vari livelli. Il clima di forte e continuo disorientamento attanaglia da troppo tempo istituzioni politiche non in grado di sapere gestire società sempre più complesse e multiculturali. Globalizzazione da una parte e democrazia digitale dall’altra hanno tradito le grandi attese della vigilia, portando a emergere la consapevolezza che vi siano nuovi squilibri sociali e disfunzioni all’interno del sistema politico nazionale. La disillusione per le speranze perdute e le promesse non mantenute ha portato di conseguenza la classe politica, e ciò che rimane dei corpi intermedi, a cavalcare l’onda del successo rappresentato dagli spazi del digitale e a fare leva sugli spauracchi sempre attuali legati a fobie mai sopite: insicurezza, minacce esterne, futuro incerto. Nella infosfera dell’opinione di rete le false notizie sono diventate un mercato redditizio basato sulla vero somiglianza e sull’attacco emotivo, armi sempre attuali nell’era post fattuale e della post verità.

Andrea Alessandrino

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