PAVESE E NIETZSCHE

L’ “amor fati”

1618360220PAVESE_E_NIETZSCHE.jpg
cms_21572/1.jpgMercoledì, 14 aprile 2021, 15:00 (21:00, Roma) Gabriella Bianco (UNESCO Réseau internationale des femmes philosophes) tiene una conferenza sul tema “Cesare Pavese, l’enigma di un poeta e di uno scrittore: Il Taccuino segreto e altri scritti” presso Istituto Italiano di Cultura di Montréal (link di accesso libero alla fine di questo articolo). Parte del saggio in esclusiva per i lettori de La Pagina della Cultura dell’InternationalWebPost “Ach! quando mai si vuole il destino? Ci vuole l’’amor fati’ di Nietzsche. La guerra è destino come l’amore”.

Amor fati

Pavese ravvisa, nella decisione di studiare il tedesco, il segno di un destino, una passione che nel Taccuino segreto emerge in tutto il suo significato, tutt’altro che marginale: nella decisione di studiare il tedesco, Pavese ravvisa l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà, chiudendo quella notazione con un illuminante “Amor fati”.

Epica nazionale o amor fati?

cms_21572/2.jpgEpica nazionale o piuttosto amor fati? Lasciandosi tentare dall’ambigua mistica del “sangue e suolo”, “Blut und Boden” alla quale allude Il taccuino segreto e di cui è percorsa tutta la sua scrittura, Pavese giunge all’amor fati di Nietzsche», riflettendo sulla propria esperienza personale: «Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà. Un destino. Amor fati».

Da germanista autodidatta Pavese entusiasmatosi per La nascita della tragedia, si cimenta nella traduzione de La volontà di potenza e con l’ Übermensch, “l’uomo dell’oltre”, come verrà proposto da Gianni Vattimo, l’uomo dell’al di là che si apre quando - sospesa la cogenza dei contesti storici e la pluralità del mondo del dopoguerra come epoca di ripensamento -, al soggetto non resta, che il proprio, inesorabile declino, “nell’inalterabilità del rimosso ad opera del tempo” (Freud), nell’atemporalità dell’inconscio.

Il Nietzsche del “superuomo” accoglie il corpo e la ragione dell’uomo e l’io che ne è il prodotto, ma questo Übermensch sembra non investire la stessa critica dell’uomo come “soggetto”, quanto il soggetto linguistico – l’ego cogito - come soggettività complessa, spazio di scontro di opposte tendenze in lotta fra di loro. Nell’ego cogito, nell’ich denke, risuonano pensiero e corporeità, concetto e sentimento, astrazione ed esperienza.

E tuttavia, se nel nichilismo di Nietzsche, nel suo ‘eterno ritorno’, il futuro - come afferma Baudelaire – nulla racchiude di nuovo, il soggetto dell’oltre e le cose si muovono verso il loro declino. Ma se la cosa in sé in quanto noumeno, in quanto oggetto di pensiero si dissolve, essa, nello scrittore, nel corpo, che vale come cosa in sé, si traduce nella forma, trattata appunto come la cosa stessa.

Se nell’ inconsistenza delle cose e del soggetto che pure muta, si risolve il nichilismo di Nietzsche, celebrato nel mito dell’ ‘eterno ritorno’, in cui si perpetua la ripetizione infinita della propria irrevocabile condizione umana, la “consistenza” del soggetto si traduce nella consistenza delle cose nel loro costante mutamento in un campo continuo di tensioni, in Pavese realista il corpo ha una consistenza reale e, mentre aveva tentato di superare il nichilismo “costringendo il proprio caos a diventare forma”, traducendolo attraverso la forza plastica del proprio agire artistico, alla fine soccombe, non riuscendo a superare il proprio “grande silenzio”, quello stesso di Zarathustra.

Così in Pavese, nell’amor fati che soffre il disgusto di sé e del reale, la transitorietà – e non l’eterno ritorno – si esprime nell’abbracciare la morte e nel suo silenzio non c’è assecondamento, ma il rifiuto di ogni violenza, quella propria e quella delle cose. Nel “sangue e suolo”, “Blut und Boden” dello scrittore c’è questo, non il superamento della crisi della guerra e del dopoguerra, ma dopo aver tentato di costringere il caos – il proprio caos – alla forma, discendendo negli strati più profondi dell’anima e del corpo, Pavese sfocia nel disprezzo e nella negazione di sé.

Mentre patisce la sfiducia nei mezzi, nel linguaggio e nell’azione politica, Pavese non arriva ad occupare lo spazio al di là della politica, nell’atrocità degli eventi della guerra, che per lui rimangono tali, nell’ambito della storia come agire politico.

Pavese poeta e scrittore, nell’evento storico della guerra che coinvolge lui, i suoi amici più cari e la società intera, stravolgendo i loro destini, nella catastrofe non vede un progetto possibile (o forse, l’unico progetto possibile è quello del fascismo, in cui forse aveva sperato) alla fine non ha abbastanza forza per vincere la corrente, che lo trascina nel gorgo: “Scenderemo nel gorgo, muti”, come muta è la voce della disperazione e del disprezzo di sé.

La “forma” non ha contenuto il suo caos individuale, e dalla profondità di anima e corpo – l’Übermensch, l’uomo che non sa essere l’uomo dell’oltre, nel suo declinare, abbraccia il suo destino, “amor fati” e con il suo ultimo, atroce gesto, -gesto di punizione e di espiazione-, precipita nel nichilismo e nel silenzio: “Non scriverò più”.

Sul nichilismo passivo di Cesare Pavese

cms_21572/3.jpgNel “nichilismo passivo” di Pavese osserviamo un atteggiamento etico ed estetico che rifiuta ogni forma di violenza, anche la propria, che riconosce essere la sigla della sua debolezza e codardia. Il suo “nichilismo passivo” gli impedisce di essere convintamente fascista, dunque la questione estetica, se il suo sia un ‘antifascismo estetico’, è collegato all’orrore per la violenza e il sangue.

Ma se le sue osservazioni includono tutto, le sue critiche vanno più per il popolo italiano: -“Professore - esclamò Nando a testa bassa - voi amate l’Italia? (…)

-No - dissi adagio - non amo l’Italia. Gli italiani”.

(La casa in collina), che per il fascismo, mentre ne “Il carcere” non dice nulla contro il fascismo esplicitamente, nemmeno quando Vincenzo all’osteria, con cui sfiora il problema politico, gli dice: “…foste fesso. Non si discute col governo. Stefano lo guardò senza espressione. Fare un viso insensibile gli ridava la pace: come tendere i muscoli in attesa di un colpo”. (Il carcere).

Pavese non è fascista ma nemmeno antifascista e la sua apoliticità non risiede tanto nel suo non capire la politica - come avrebbe potuto, essendo circondato da antifascisti autentici, che si erano giocati la vita? -, quanto nel suo ‘nichilismo passivo’, quello che gli fa ripetere infinite volte nei suoi libri:

“Stefano si sentì felice. “Si sentì libero…capì che avrebbe fatto a suo piacere…”, (Il carcere,). E ancora: “Mi piaceva star solo e immaginarmi che nessuno mi aspettava” (La casa in collina).

E: “…Bastava la pace, la fine del sangue versato”. Ecco, quando la violenza lo paralizza, si chiede: “…se in prigione, o sotto le bombe, o davanti ai fucili puntati, qualcuno godeva (una simile) pace. Forse la morte a questo patto era accettabile. Ma parlarne non era possibile”. Ecco, appunto: parlarne non era possibile. “Mi sentivo braccato e colpevole - scrive - mi vergognavo dei miei giorni tranquilli”. (La casa in collina)

Ed allora ci sono gli appunti, le domande senza risposta, la questione etica sempre aperta e senza risposta: infatti, “conta quello che si fa, non che si dice” – dice Cate ne ‘La casa in collina’, e lei infatti si gioca e viene presa dai tedeschi e dai repubblichini.Corrado è cosciente dell’impegno politico, dell’affetto, del contatto con gli altri, dell’eroismo, della possibilità di porre il proprio sapere al servizio di coloro che gli sono vicini: “sai tante cose, Corrado, e non fai niente per aiutarci”, gli dice Cate, ma alla fine Corrado si rende conto che non desidera la “pace del mondo”, ma soltanto la sua.

E poi la fuga e questo senso di inadeguatezza, che torna sempre e non lo abbandona: così scrive ne ‘La casa in collina’: “Oggi ancora mi chiedo perché quei tedeschi non mi aspettarono alla villa (…). Devo a questo se sono ancora libero (…). Perché la salvezza sia toccata a me (…) forse perché devo soffrire dell’altro? Perché sono il più inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo? (…) L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi ed (…) essere vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta”.

E più avanti, quando si nasconde a Chieri: “in sostanza, chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo”.

A causa della sua deprecata riluttanza e impotenza all’impegno politico e nei sentimenti, eticamente Pavese non si assolve: “Mi accorgo che ho vissuto un solo, lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi, entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie e si dimentica di uscirne mai più”.

La scrittura del ‘Taccuino’ è senz’altro servita a Pavese per comporre pagine indimenticabili de ‘La casa in collina’, già definito da Mondo come il romanzo del rimorso e dell’espiazione dell’esperienza bellica. Ma Pavese esce da quell’isolamento e quando esce, non si perdona: e quando la guerra è finita “solo per loro, i morti, la guerra è finita davvero” (pag. 257), trova solamente il proprio senso di colpa, e il suo senso etico ed estetico si risolve nelle parole che rivolge a tutti nell’ultimo messaggio: “Perdono a tutti e chiedo perdono a tutti. Va bene? Non fate pettegolezzi”.

Poiché: se “ogni guerra è una guerra civile, ogni caduto assomiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Anche lui rientra in chi è reduce di quella guerra civile che lui non ha combattuto: ciononostante, interrogandosi, si trova colpevole: “questa guerra è giunta fin qui, e prende alla gola anche il nostro passato”, quella guerra “interna” non è mai finita e in quel senso di colpa Pavese perde la vita, perché niente (nemmeno i morti repubblichini) è faccenda altrui, (…) lo stesso destino tiene noialtri inchiodati (…). Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati, perché si capisce che (…) se viviamo, lo dobbiamo al cadavere imbrattato”.

D’altronde, ne ‘Il mestiere di vivere’ è lui stesso ad affermare di avere “una tendenza a celebrare nella vita piuttosto le facoltà statiche goditrici che non quelle attive rinnovatrici”: il suo rinnovamento morale non può provenire da una rivoluzione, quanto più dalla letteratura, dotata di facoltà rigeneratrici. E aggiunge: “Se non è però pigrizia o vigliaccheria”, delineando così il suo timore di diventare un vile, nel seguire quella che definisce “la mia natura”. Quanto questa natura sia giustificabile e quanto possa provocare vergogna, è certamente un dilemma sia per Pavese che per Corrado.

E questa vergogna, questo rimorso si spegne solamente con la morte: “Un gesto. Basta parole. Non scriverò più.”, un gesto definitivo, totale, poiché niente “è faccenda altrui, storia trascorsa”. (La casa in collina)

Rivela un debito, un senso di colpa inestinguibile, che si può estinguere solo con la morte, come un destino che finalmente si compie.

(#IICMONTREALWEBINARSERIES) link di accesso libero:

https://iicmontreal.esteri.it/iic_montreal/it/gli_eventi/calendario/2021/04/cesare-pavese-l-enigma-di-un-poeta.html

Gabriella Bianco

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


Meteo


News by ADNkronos


Politica by ADNkronos


Salute by ADNkronos