PATRICK ZAKI E LA DETENZIONE INFINITA

Altri 45 giorni di prigionia nell’Egitto incurante delle leggi internazionali e dei diritti umani

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È arrivata ieri dagli avvocati dell’Eipr, l’Iniziativa Egiziana per i diritti personali, la notifica della proroga di 45 giorni della detenzione cautelare di Patrick Zaki, ancora in attesa di rinvio a processo. Entrato lo scorso 8 febbraio nel secondo anno di incarcerazione preventiva disposta dalla Procura generale del Cairo, essenzialmente per la sua attività da attivista per i diritti umani, lo studente egiziano, immatricolato al primo anno del master GEMMA dell’Università di Bologna, resta rinchiuso nel carcere di massima sicurezza, in assenza di un ordine giudiziario motivato e perlopiù non per sentenza passata in giudicato. I capi d’accusa contestati sono quelli di istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione; accuse a cui la Procura apporta come evidenze 10 post pubblicati su fb, i quali, secondo i legali di Zaki, non sarebbero direttamente riconducibili al profilo privato del ragazzo. Non provoca, in realtà, scalpore il trattamento riservato a Zaki, nella misura in cui, alla stregua della legislazione antiterrorismo introdotta nel 2015, le violazioni gravi delle più basilari garanzie giuridiche e un contesto di dispregio dei diritti umani fondamentali, perpetrati dal sistema giudiziario e carcerario egiziani, sono diventate una consuetudine consolidata, ben nota e apertamente denunciata da svariate Ong.

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Misure quali: il protrarsi sine die della detenzione preventiva, che dovrebbe solitamente essere una misura straordinaria e temporanea; la negazione del diritto di far ricorso ai propri avvocati; le restrizioni del diritto di visita dei familiari; l’isolamento, il mancato accesso alle cure mediche, la tortura e tutti i trattamenti inumani e degradanti, a cui i prigionieri di coscienza come Zaki sono sottoposti nelle carceri egiziane, sono il simbolo della repressione che il regime di Al-Sisi sta consumando silenziosamente, avvalendosi delle sue istituzioni, con la funzione di sordina contro tutte le contestazioni e le manifestazioni di dissenso, mettendo in dubbio uno dei pilastri dei sistemi democratici, che è la pluralità di opinioni. Naturalmente il bersaglio principale di questa politica sono gli attivisti di diritti umani, gli studiosi, i ricercatori, i giornalisti e gli studenti a maggior ragione se legati ad università estere; si pensi che il mese scorso, i componenti dell’organizzazione a cui Patrick fa parte, sono stati iscritti nelle liste di presunti terroristi, e come tali hanno subito una serie di provvedimenti sanzionatori nei propri confronti, come il congelamento dei beni propri e dell’organizzazione, risultata in questo modo privata di una sede fisica.

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Tale prassi non ha naturalmente lasciato indifferente la comunità internazionale. Risale sempre allo scorso febbraio, ad esempio, la denuncia del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, circa le violazioni implicate dal preoccupante trattamento riservato dall’Egitto agli attivisti dei diritti umani, facendo riferimento in particolare alla sfera della libertà di espressione, la libertà personale e la violazione della vita privata e familiare, per il discredito sociale provocato dall’iscrizione alle liste di presunti terroristi. Sul piano internazionale, l’Egitto potrebbe facilmente essere chiamato a rispondere delle violazioni del divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, fondato nel diritto consuetudinario, e facente parte di quel nucleo di norme cogenti o imperative, che tutti i paesi senza alcuna distinzione, sono tenuti inderogabilmente ad osservare. In base al diritto internazionale inoltre, l’Egitto risulta vincolato al rispetto dei diritti e delle libertà individuali, in quanto Stato ratificante di convenzioni di carattere universale come: il Patto sui Diritti civili e politici della Nazioni Unite del ’66 o la Convenzione Onu dell’84 contro la tortura, se non che, di convenzioni di carattere regionale come la Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli o la Carta Araba dei diritti umani, all’interno delle quali vengono direttamente contemplati i diritti a cui si è fatto riferimento.

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Seppur l’Egitto possa quindi notificare una deroga formale al Patto, per motivi di comprovata rilevanza quali la sicurezza pubblica, si prevede che essa debba essere necessaria, proporzionata e assolutamente non discriminatoria, e nel caso di specie, tali elementi non sussistono. Lo stesso Comitato del Patto sui diritti civili e politici si è pronunciato negativamente riguardo l’ipotesi di uno scenario in cui l’arresto di giornalisti e attivisti dei diritti umani, fosse considerato una misura atta a salvaguardare l’integrità e la vita dello Stato; perciò le nefandezze di cui l’Egitto si è reso responsabile sotto l’egida dello stato di emergenza proclamato nel 2017 non trovano giustificazioni. Nella fattispecie del caso di Zaki, la differenziazione concettuale tra tortura e trattamenti inumani e degradanti, ha un confine labile, che non si schiarisce facendo leva sull’elemento della gravità delle sofferenze inflitte alla persona, se si guarda piuttosto alla soggettività delle condizioni in cui essa versa e Zaki purtroppo ha dichiarato di essere esausto, provato nel corpo e nella psiche. È questa la ragione principale che spinge il referente di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, ad appellare le istituzioni a non perdere tempo: "Con questa decisione, l’ennesima di prolungare la detenzione cautelare di Patrick Zaki, mi pare evidente che le autorità egiziane intendano accanirsi usando tutto il tempo previsto dalla legge per tenere in carcere un innocente, ossia il limite dei due anni per il rinnovo della detenzione cautelare […], è necessario che la reazione italiana, della Farnesina e di tutte le istituzioni sia decisa e porti a pretendere la liberazione di Patrick. Non c’è altro da aspettare: va fatto qualcosa subito".

Federica Scippa

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