PASSAPORTO,PATENTINO,GREEN PASS O CERTIFICAZIONE DEFINIZIONI EQUIVOCABILI?

Il parere del Comitato Nazionale di Bioetica

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Mentre la sottoposizione a vaccino di fasce sempre più ampie di popolazione e l’adozione di misure restrittive quali il distanziamento fisico, l’uso delle mascherine, la pulizia delle mani, il rilevamento della temperatura corporea fanno ben sperare che si possa giungere alla tanto attesa immunità di gregge si dibatte sul tipo di certificazione e contestualmente sulla denominazione da dare al documento comprovante l’avvenuta condizione di immunità raggiunta.

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‘Passaporto’, ‘patentino’, ‘green pass’ o ‘certificazione’ sono gli “identitari” del soggetto portatore di una delle tre seguenti condizioni:

1) Essere stato vaccinato

2) Aver effettuato test sierologico che attesti la presenza di anticorpi in quantità sufficiente a contrastare l’infezione da SarsCov-2 oppure certificato di guarigione dalla malattia rilasciato dal medico curante,

3) Aver effettuato un tampone negativo nelle ore precedenti l’attività (non oltre 48 ore).

Se nella percezione collettiva le definizioni di cui sopra possono essere considerate equivalenti, il Comitato nazionale di Bioetica è, invece, intervenuto con uno specifico parere pubblicato lo scorso 30 aprile per evidenziare le ricadute in termini di bioetica e per affermare che i termini sono equivocabili.

Sul punto vien prioritariamente stigmatizzato l’uso indiscriminato (e fuorviante) della specificazione ‘vaccinale’ e ‘di immunità’ perché, come testualmente si legge nel documento, «in tal modo verrebbe esclusa la modalità dei tamponi negativi, alla quale potrebbe sottoporsi chi non si è potuto vaccinare o non dispone di anticorpi sufficienti a contrastare il Covid-19».

La portata del margine di ingannevolezza, dunque, non è affatto surclassabile e lo stesso autorevole Consesso suggerisce l’opportunità di utilizzare una locuzione più appropriata quale quella di “certificazione sanitaria per uso non solo medico relativa al Covid-19” (o, più brevemente ‘Pass Covid-19’). Le valutazioni di bioetica dettagliatamente riportate nel documento si fondano sulla non totale immunità anche nei vaccinati, che sono comunque esposti alla possibilità di essere contagiati.

Immunità che non possono vantare nemmeno coloro che si sottopongono a test sierologici che certifichino la quantità di anticorpi presenti nel sangue. Il test sierologico, peraltro, esprime solo l’immunità umorale, ma non misura l’immunità cellulare (cellule B, linfociti T e macrofagi) nonché la memoria immunitaria.

Relativamente al tampone (test rapidi antigenici e test molecolari), poi, è noto che l’assenza di infezione è limitata al momento in cui viene effettuato e che, per tale ragione, non esclude falsi negativi e soprattutto la possibilità che la persona si ammali subito dopo aver fatto un tampone risultato negativo.

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Il Comitato, considerando le certificazioni sono in corso di adozione in diverse Regioni e che esse siano un’attestazione fruibile a livello nazionale ed internazionale è dell’avviso che sia ragionevole, invece, la Proposta di Regolamento della Commissione europea (17 marzo 2021), che prevede l’istituzione di un ‘Certificato EU Covid-19’ che include le tre tipologie di strumenti di cui sopra per tutelare la libertà di movimento all’interno dell’Unione europea, nell’ottica di stabilire un sistema comune, stabile e trasparente, che impedisca ai singoli Stati di adottare misure eterogenee e variamente discriminatorie e permettendo gli spostamenti extra-Unione. Il rischio psicologico di ingenerare un falso senso di sicurezza nella popolazione potrebbe creare problematicità. Inoltre, l’introduzione del ‘passaporto biologico’ è ritenuta una misura eccezionale e non deve costituire un precedente per un suo eventuale uso permanente, come strumento di sorveglianza biopolitica della popolazione.

Francesco Leccese

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