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Le conseguenze dell’ingerenza del Vaticano nel ddl Zan e della politica nello sport

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11 febbraio 1929: il Duce Benito Mussolini e il Cardinale Pietro Gasparri firmano i Patti Lateranensi, che regolano i rapporti tra lo Stato italiano e lo Stato del Vaticano. Va specificato sin da subito che i rapporti tra le due istituzioni non erano mai stati particolarmente distesi, ma sono andati progressivamente migliorando sino alla firma del documento sopra citato. Negli anni ’80 si rese poi necessaria una revisione, che portò alla creazione del famoso Concordato del 1984: il Presidente Bettino Craxi firmava, con successiva delibera del Parlamento, una serie di punti atti a riformare la disciplina dei rapporti Stato-Chiesa. Alla seconda furono concessi vari privilegi: il poter destinare i fondi dell’8x1000 alla Chiesa, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, il diritto per i credenti di manifestare la propria fede liberamente. Veniamo al presente, dove la Santa Sede contesta un punto focale del disegno di legge Zan: nel caso dovesse diventare legge ufficiale, gli esponenti del Vaticano non potrebbero più manifestare apertamente la loro contrarietà alle unioni omosessuali, ritenute peccaminose dalla dottrina cristiana. Timore che i religiosi nutrono ma che è infondato, visto che l’articolo 4 del ddl recita testualmente: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Niente viola il Concordato dell’84.

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Il secondo punto focale del ddl Zan contestato dal Vaticano riguarda le scuole. Stanti i tempi correnti - sta per scattare il settimo mese dell’anno del Signore 2021! - nelle scuole dovrebbe venir impartita un’educazione riguardo l’identità sessuale, col fine di abbattere qualunque barriera discriminatoria. La contestazione della Chiesa in merito a questo punto del ddl (che, provenendo dallo Stato, riguarda anche le scuole private e religiose) solleva una grande contraddizione: tutto ciò che non si attiene pedissequamente alla dottrina cristiana - quindi, per citare qualche esempio, anche il divorzio e il matrimonio con solo rito civile - dovrebbe essere oggetto di ostracismo e discriminazione. E si sa che questo non può essere possibile, poiché si manderebbero in fumo anni e anni di lotte per la parità portate avanti da diverse categorie. Per di più, occorre ricordare che tolleranza e inclusione del prossimo sono valori cristiani…! Sia chiaro ai lettori e alle lettrici: il presente articolo non è anti-religioso, bensì intende far riflettere su come la via della conciliazione di strade che sono più affini di quel che si pensa a volte non venga scelta per essere percorsa. È lapalissiano sottolineare l’importanza dell’educare i bambini e le bambine al rispetto di tutti e tutte sin da tenera età. Se questo viene impedito dalla convivenza tra Stato e Chiesa, diventa pleonastico asserire che il problema sia la legge che la disciplina e come essa venga applicata. E non è detto che non la si possa modificare, come già accaduto in passato.

Questa sola idea è stata paragonata all’atteggiamento assunto dal premier britannico Boris Johnson: dopo che aveva aderito alle regole per rientrare nel Mercato Unico Europeo, ha iniziato a non rispettarle, tanto da indurre la Commissaria Europea Ursula Von der Leyen a ricordargli che “i patti vanno rispettati”. Ovviamente le due situazioni non sono minimamente paragonabili, però rendono bene l’idea di come la lotta ai diritti civili subisca ingerenze di stampo non solo religioso ma anche politico, favorite anche dai tempi pandemici tutt’ora correnti. La polemica che si è sollevata riguardo la possibilità di far disputare le semifinali e la finale di EURO 2020 nello stadio di Wembley è l’emblema di tutto questo. Ed è proprio lo stadio l’elemento chiave di come la politica, che nulla ha a che vedere con la protezione delle categorie discriminate, influenzi i diritti civili. Un’altra polemica, poi rientrata, riassume efficacemente la situazione: lo stadio Allianz Arena di Monaco di Baviera, in occasione della partita Germania-Ungheria di avantieri sera, non si è potuto colorare di arcobaleno come suo solito per il Pride Month, il mese dedicato all’orgoglio del proprio orientamento sessuale diverso dall’eterosessualità. Questo a causa delle disposizioni emanate dal governo dell’Ungheria, Paese di poco più di 9 milioni di abitanti, che ha manifestato rimostranze in materia appellandosi alla UEFA. Nessuno sa con quali influenze ha avuto ragione, perché la reazione più naturale avrebbe contemplato decisioni contrarie a quelle che sono state intraprese.

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Approfondiamo ora il caso Wembley esplorando il tema delle ingerenze politiche nel calcio. La bomba è scoppiata quando il premier italiano Mario Draghi ha fatto sapere di essere all’opera “affinché le semifinali e la finale del Campionato Europeo per Nazionali 2021 non si svolgano in un Paese dove i contagi stanno aumentando”. Di certo non un’eresia, visto che la variante Delta sta preoccupando molto i cittadini inglesi ed europei. Ma il governo d’Oltremanica ha risposto con la contraerea, informando che si sta adoperando con la UEFA per mantenere Wembley come sede delle ultime tre partite della manifestazione. Questa intromissione fa il paio con la polemica, che tale diventa solo per chi non approva per qualche strana ragione, sollevata ai danni della Nazionale italiana per l’adesione parziale al movimento Black Lives Matter. Il quale, si badi bene, non ha nulla a che vedere con l’associazione di stampo politico presente negli Stati Uniti d’America. Bensì è una causa, come quella anti-omofobia o anti-razzismo, cui ognuno può sentirsi libero di aderire. E infatti la Nazionale stessa ha espresso il suo sostegno al movimento antirazziale, a prescindere dal fatto che tutti abbiano o meno scelto di inginocchiarsi all’inizio di ogni partita. Nessun politico è legittimato a sostenere che i calciatori si facciano portavoce di ideologie politiche di estrema destra o di centro-sinistra a seconda.

Soprassedendo poi sul fatto che l’Ungheria ha approvato una legge contro i diritti della comunità LGBTQ+, paragonando - con un’associazione che non sta né in cielo né in terra! - l’omosessualità alla pedofilia, la lamentela mossa alla UEFA è che la bandiera arcobaleno sarebbe una bandiera politica. Nulla di più sbagliato, perché dire no all’omofobia non è per nulla diverso dal dire no al bullismo. E nessuna campagna anti-bullismo diventa di stampo politico, perché da patti sui diritti civili non devono esserci ingerenze che nulla hanno da spartire con gli stessi. Piccolo inciso: la UEFA, che si dichiara neutrale, finisce in realtà per non farci una bella figura, avendo trasposto la questione Superlega sullo stesso piano politico pur di ottenere ragione.

Al di là delle querelle che poco si sposano con quello che è l’autentico spirito calcistico, occorre osservare tuttavia che l’espediente del dipingere tutto di arcobaleno per un mese è ormai diventato quasi un gioco retorico e stilistico, visto che l’orgoglio di sé e del proprio orientamento sessuale andrebbe manifestato in ogni occasione possibile e non solo in un determinato periodo. Ed è un risultato verso cui ci si augura di arrivare, ma che appare ancora lontano, considerato che ci sono dei patti che indicano la via da percorrere ma che talvolta non vengono rispettati. Comunità cristiana e comunità LGTBQ+ fanno parte dello stesso mondo, che condividono in armonia, ed è compito di uno Stato laico preservare e proteggere entrambe.

Francesco Bulzis

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