OLTRE LA COLONNA SONORA: "IL PADRINO"

Arte, cinema e musica

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Orchestre e compositori nel corso degli anni, si sono impegnati a fornire testi e brani musicali , in grado di contribuire al successo di una pellicola cinematografica. Molti ignorano l’importanza tecnica delle colonne sonore, il lavoro che si nasconde dietro la realizzazione delle musiche, l’analisi che i compositori effettuano sul film e sul contenuto stesso . Una melodia mette in collegamento le diverse scene di un film, descrive un’emozione, uno stato d’animo, enfatizza il tono che sia esso drammatico o allegro. Serve anche a descrivere la percezione di spazio e tempo sottolineando i movimenti e rappresentando rumori e azioni. Per chi comprende questo suo potente ruolo, la colonna sonora diventa anche input per commentare, ricostruire l’accaduto e dare una maggiore rilevanza alle immagini. Lo spettatore si sente attirato dalle scene grazie alla musica, desidera guardare il tutto e terminare la visione del film. Non dimentichiamo infine l’importante significato che le musiche hanno da un punto di vista emotivo. Sentimenti e narrativa si amalgamano sulle note di una canzone, così che agli occhi dello spettatore la storia appaia ancora più intensa di quanto già sia.

Oggi voglio parlarvi di uno dei film più importanti della storia cinematografica, Il Padrino e della sua famosissima colonna sonora.

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Il primo dei tre film apparve nel 1972 e tra gli interpreti figurano nomi del calibro di Marlon Brando, Al Pacino, James Caan e Richard Castellano. E’ ambientato nell’America degli anni Quaranta, dove un potente boss mafioso di origine siciliana, Vito Corleone, festeggia il matrimonio della figlia e intanto coordina l’attività della sua organizzazione criminosa. Legato all’immagine di una vecchia mafia onorata, rifiuta la proposta di allearsi con un altro clan, allo scopo di garantirsi il controllo del traffico della droga. Ciò scatena una lotta senza esclusione di colpi tra famiglie rivali, nella quale ha modo di distinguersi il giovane figlio, che riceve dal padre l’investitura a succedergli.

La prima pellicola ebbe un enorme successo, tanto che successivamente sono stati prodotti altri due capitoli.

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L’originalità del secondo è caratterizzata dall’essere allo stesso tempo sequel e prequel con un Robert De Niro che nell’arco del film compie la sua metamorfosi in Marlon Brando con gradualità e senza forzature. Nel film tutto appare più cupo, triste, un modo per preparare l’incombente tragedia.
Emigrato negli Stati Uniti dall’Italia, Vito, un ragazzino, si fa strada tra la piccola criminalità di Little Italy e crea una vera e propria industria del crimine fatta di controllo delle case da gioco e della prostituzione. Questo impero del male viene in seguito ereditato dal figlio Michael il quale, però, inizia a meditare sul futuro della famiglia mafiosa: troppi, infatti, sono i segni di disgregazione e i tradimenti che si consumano all’interno del clan.

La terza e ultima parte è ambientata alla fine degli Anni Settanta.

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Michael Corleone, sessantenne ormai debilitato dal diabete e tormentato dai rimorsi, stanco di violenza, ha raggiunto la rispettabilità: venduti i casinò di Las Vegas e investito il ricavato, è diventato celebre per le sue opere di beneficenza che gli fanno ottenere, con l’aiuto di una arcivescovo americano, una onoreficenza della Santa Sede. Ma la spirale di sangue e violenza non è ancora finita. In seguito agli ennesimi fatti di sangue, Michael, ormai stanchissimo e avvilito, si ritira in un paesino della Sicilia. Il film termina mostrando la fine di Michael, ormai anziano, molti anni dopo la morte di Mary, in una villa in Sicilia. Il boss si spegne mentre è seduto da solo nella quiete del giardino della meravigliosa villa. Questo capitolo è sicuramente il più introspettivo dei tre dedicati alla famiglia Corleone: Don Michael è ormai vecchio e stanco, non è più il lucido e spietato capo del clan. La lettera che legge ai figli Anthony e Mary, in apertura del film, con voce bassa e sofferente, dà praticamente la chiave di lettura dell’intero film.
La parte finale, logicamente si svolge là da dove è partita la famiglia: la Sicilia. Tutti si ritrovano al Teatro Massimo di Palermo per assistere al debutto teatrale del figlio di Michael e di Key. Qui la nemesi storica avrà compimento: le colpe dei padri ricadranno sui figli.

Le musiche sono composte da Nino Rota e dirette da Carlo Savina. Tra i pezzi più significativi sicuramente ci sono “I Have But One Heart” e “Speak Softly Love (Love Theme From The Godfather)”. Si tratta di brani musicali diventati celeberrimi nella versione strumentale e conosciuta, nel tempo, semplicemente come The Godfather theme. Nino Rota è presente anche nei due successivi capitoli della saga. Tutte le melodie sono caratterizzate da un sapore profondamente mediterraneo, italiano. Se si conoscono i film di Fellini, questa sensazione è ancora più accentuata. Eppure, il maestro riesce a dare un tono diverso, più oscuro e drammatico, tragico e epico. Non si tratta della stessa epicità che potrebbe venire in mente pensando a un blockbuster, per esempio, non è incentrata sulla pomposità e magniloquenza di suoni enormi e di molti layer stratificati. Tutt’altro: in queste musiche l’aspetto più epico della composizione risiede nella scelta delle note, della melodia, dell’arrangiamento e dei timbri utilizzati. La melodia riesce a essere intima, sottolinea la figura di Vito Corleone, uomo potente ma umano, all’apice di una rete di relazioni malavitose, eppure padre di famiglia amorevole: una figura complessa e affascinante. Il tema è eseguito da una cornetta, uno strumento a fiato molto simile alla tromba che, in questo caso, suona da solista, senza accompagnamento. È un dettaglio molto importante, che ritorna altre volte nei brani di questa colonna sonora; lo strumento solista sottolinea la solitudine del padrino, ma anche la sensazione che potrebbe sentire un immigrato italiano al suo arrivo in un grande paese come l’America. Il brano stesso suona come un’ode alla malinconica solitudine della famiglia Corleone.

Grazia De Marco

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