OLTRE L’ESTREMO LIMITE

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Sarà possibile capire fino in fondo il senso della nostra vita su questa sfera denominata Terra? Lo so che è una domanda antica e forse anche un po’ scontata, ma alzi la mano chi si sente sicuro della risposta. Ogni volta che me la pongo è come se fosse la prima volta. E ogni volta riaffiora quella drammatica indecisione tra parole così opposte tra loro: destino e libertà, provvidenza e permissione del male, predestinazione e libero arbitrio.

Elencate così, sembrano parole assemblate in una gran confusione concettuale. Filosofi e teologi si sentirebbero drizzare i capelli in testa, supposto che ne abbiano. Ma noi sappiamo che le distinzioni terminologiche sono essenziali quanto al metodo, un po’ meno nella sostanza. E la sostanza di tutti gli interrogativi è una sola: qual è lo spazio delle nostre libere scelte e quale invece lo spazio già occupato da scelte che ci trascendono.

Il fatto che io sia nato, in un certo luogo e in una certa data, non è stato certo il frutto di una mia decisione. Qualche parte hanno avuto le libere volontà dei miei genitori, ma non fino al punto di determinare fatti certi. Hanno posto le condizioni perché i fatti si verificassero. Poi che cosa è accaduto? Chi ha deciso?

La risposta della fede è chiara. Prima che noi fossimo concepiti, Dio ci conosceva e ci amava. E la conoscenza di Dio è creazione. Da tutta l’eternità Dio aveva stabilito i giorni della nostra vita e noi non possiamo né opporci né modificare quanto è stato deciso dal Suo Amore.

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Eppure questo Amore ha compiuto un miracolo più grande della stessa creazione, dotandoci del dono della libertà. E’ così che la domanda sul senso della vita assume una dimensione sbalorditiva, perché ci introduce nell’ambito del divino e dell’eterno. Noi siamo stati progettati dall’eternità, da sempre, e per l’eternità, per un futuro senza fine. Questo futuro prende forma per noi dal momento in cui scopriamo di esistere. Il futuro ci appare eterno, alla luce della fede. Non sappiamo però quale saranno le tappe del percorso.

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In questa prospettiva, ogni evento della vita quaggiù trova un senso immediato, che è quello che noi andiamo cercando, e uno futuro, che è quello sul quale ci interroghiamo. La sofferenza, la malattia, il dolore e la morte sono i capitoli oscuri delle nostre certezze. Ma guai se non avessero un senso. La risposta più giusta sarebbe la disperazione.

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Nei giorni terribili in cui piangevo la morte di mia madre, un amico mi diceva: “E’ strano, quando finiscono di morire tutti e due i genitori, ci si sente orfani, qualunque sia l’età in cui l’evento si verifica”. E’ vero. Ora che è morta anche mia madre ho l’impressione di aver completato la mia nascita al mondo. E’ come se con la morte mia madre avesse finito di partorirmi. Davanti alla morte di tutti e due i genitori, ci si sente come se le radici della vecchia quercia venissero recise. E allora ci si guarda in giro e si prova una sorpresa strana: è come se si avesse la conferma definitiva che si può restare in piedi anche senza le radici. Noi che non siamo dei “clonati,” ma tutti originali, sentiamo però che i nostri genitori portano via nella morte qualcosa che faceva parte di noi, del nostro corpo ed è come se qualcosa di noi venisse sepolta con loro, e tuttavia noi continuiamo a vivere senza quelle radici, essendo diventati a nostra volta radici, in attesa di essere recise.

La trasmissione della vita, questa catena meravigliosa che dura da decine e decine di milioni di anni e che andrà avanti chissà fino a quando, non è interrotta dalla morte, anche se qualcuno dei suoi anelli non genera altri anelli. E’ una catena così ricca da sopportare sterilità fisiche naturali, volute per il Cielo o per altre ragioni. E’ la catena della specie che non può interrompersi e garantisce la continuità. Eppure la morte appare come un attentato a questa continuità. Forse è per questo che la natura ci spinge a considerarla nemica. E io credo che, in effetti, sia difficilissimo, forse impossibile accettare la morte per un motivo qualsiasi che venga dalla ragione.

Umanamente parlando la morte è l’interruzione di un progetto che è stato concepito senza limiti; è la rottura di rapporti nati per durare all’infinito, perché fondati sulla carne e sul sangue, ma anche sul pensiero e sull’amore o sul suo contrario. E’ solo la rivelazione pasquale che consente di superare le grandi svolte della vita, le svolte che produce la morte dei genitori – o dei figli, che sembra ancora più assurda – o delle persone più care. Una morte provoca sempre sconquasso nella vita delle persone. Ma la rivelazione pasquale realizza un paradosso mai immaginabile da mezzi umani. La Pasqua è la rivelazione della vita mediante la morte.

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E’ il Signore della Vita che ce ne spiega il mistero accettando di morire e di seguire quel comune, inaccettabile percorso che conduce fino alla sepoltura. E’ come se il Signore avesse lasciato vincere la morte fino alla soglia della corruzione, per poi fermarla e dire a noi: la nemica è vinta, guardate, perché io l’ho vinta anche per voi. E noi, che eravamo già stremati su quella soglia della corruzione, come quando vediamo apparire i segni della disfatta sul corpo dei nostri cari, appena la morte li ha presi, noi abbiamo ricominciato a sperare. Sì, è così miei cari: il Signore della Vita ci spiega la vita con la morte.

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E tutto questo non impedisce però di piombare nel dolore, perché la morte rimane quella che è: l’interruzione di un progetto, la soluzione apparente della comunicazione amorosa, parentale, amicale. Ma è solo apparenza. Ecco un altro capitolo della lezione pasquale del Signore della Vita. E’ interruzione solo apparente, perché il progetto continua, perché la vita continua e perché la comunione tra noi e i nostri cari non conosce interruzione.

E’ così: le radici non sono recise, la comunicazione non viene interrotta. E’ solo tutto cambiato: è la vita che viene mutata, ma non annullata. Perché il Signore della Vita è Risorto.

(Foto realizzate da Marina Tarozzi)

Fausto Corsetti

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