NUCLEARE??? DISINNESCHIAMO QUESTA BOMBA!!!

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Si impone sempre una riflessione ad ampio raggio davanti ad ogni nuovo disastro come quello che a Tianjin, in Cina, è già costato molte vite umane in seguìto all’esplosione di un grosso deposito di materiale chimico di cui è solo ipotizzabile, in termini molto negativi, il protrarsi nel tempo dell’alto potere inquinante nell’ambiente.

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Tale riflessione non può non riportarsi al timore derivante dalla consapevolezza dell’esposizione al pericolo di una emergenza Nucleare rispetto alla quale non solo è pressocchè inesistente la prevenzione, ma sarebbe anche difficile il controllo del propagarsi di effetti globalmente tragici. Tanto ci dice la similare deflagrazione della bomba atomica già sperimentata dal nostro mondo con l’immane ecatombe di Hiroshima e Nagasaki la cui commemorazione, per il ricorrente settantesimo anniversario, intanto sarà servita in quanto ne sia derivato un veramente generale attivismo contro l’esposizione delle popolazioni all’evenienza delle altrettanto terribili conseguenze di una catastrofe nucleare.

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Infatti, pur essendo stato visto in una prospettiva di fonte energetica, il Nucleare presenta il suo lato di preponderanza negativa proprio nella possibilità di un fatale “sfuggire di mano” per errore e, persino, di un deprecabile abuso proditoriamente ricercato; come rovescio della medaglia di ogni lodevole parto della nostra superiore intelligenza fervida e vincente nel penetrare attraverso i meandri di ogni mistero, il suo stesso compreso, ma così troppo spesso feroce a tal punto dell’avere spesso barattato il suo naturale tendere alla vita con il potenziale dell’ homo hominis lupus spinto anche ai limiti di quella follia, distruttiva sotto vari aspetti e in varie forme, di cui si è tramandata la memoria attraverso i secoli.

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Da questa ottica, paradossalmente, discende la stessa ideologia perseguita, sino dal 1999, sia pure nei termini della “deterrenza” voluta dalla NATO circa gli arsenali nucleari che detengono il potenziale distruttivo di seicentomila bombe come quella di Hiroshima, duemila delle quali su missili pronti all’azione. L’Italia stessa, facendo parte dell’ alleanza NATO, non si sottrae al “nuclear sharing”; per cui annovera 90 testate nucleari delle quali 40 a Ghedi e 50 ad Aviano, mentre i porti sono assoggettati al transito di navi con carico nucleare e di sommergibili a propulsione nucleare.

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A decorrere dal 2000, la dottrina della “deterrenza” è stata affiancata da una nuova rincorsa all’approvvigionamento nucleare con bombe piccole che gli USA intendono come armi convenzionali anche da “attacco”; così pure la Francia risulta non esente dal Nucleare e la Gran Bretagna si dedica ad un “ammodernamento” con recenti prototipi di armi nucleari; mentre Giappone e Germania annoverano grandi quantità di plutonio da cui ricavare nuove bombe. Pertanto, è notevole il rischio di finire coinvolti nell’olocausto di una guerra nucleare che, se non addirittura voluta in base a deprecabili calcoli di leaders politici, sia frutto di errore umano o di fallibili comandi di software preposti al controllo.

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D’altra parte, dopo la sperimentazione di una bomba all’idrogeno fatta nel 1952 dagli USA; contro la corsa all’armamento nucleare, che nel 1961 aveva visto la Russia dotarsi di una bomba dall’enorme potenziale quattromila volte maggiore dell’atomica di Hiroshima, si è avuta una presa di coscienza a partire dal 1968 con il Trattato di “Non Proliferazione Nucleare” cui, tranne il Pakistan l’India e Israele, hanno aderito i 2/3 delle terre emerse che, per accordi fra gli Stati, sono diventate “nuclear free”; essendosi colto l’autorevole monito di uomini come Albert Einstein e Bertrand Russell, anche in base alla CARTA dell’ONU che ha posto la priorità della salvaguardia della dignità e, quindi, della sopravvivenza umana.

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Alla stessa stregua si sono poste le Conferenze: di Oslo nel 2013, di Nayarit nel Messico e di Vienna nel 2014 appellandosi al coerente impegnarsi nella lotta perchè sia bandito l’armamento nucleare; il che presupporrebbe, innanzitutto, di non abbassare la guardia per scongiurare il verificarsi di “incidenti” nucleari dei quali, fra l’altro, si verrebbe a conoscenza solo qualora, in quanto incontenibili, sfociassero in relative nuove catastrofi. Ma come si esplicherebbe, concretamente, il controllo su un tale pericolo latente che non conosce reale prevenzione? Tenendo in conto che i mezzi militari a propulsione nucleare non risultano sottoposti a norme di sicurezza ed, inoltre, è segreto di Stato la loro stessa dislocazione; non rimane che chiedersi se sono previsti concreti piani di sicurezza degli impianti civili e delle popolazioni nel caso di incidente nucleare nei nostri porti che non possono sottrarsi al transito di navi e sommergibili a testata nucleare.

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Ma su questo basilare tema dell’emergenza, facente capo alla Protezione Civile, si è in larga parte sorvolato anche in occasione dell’ultima commemorazione dell’ecatombe di Hiroshima e Nagasaki. Tuttavia, al riguardo, va annotata l’eccezione di quanto trattato a Trieste circa un piano di revisione, da parte della Prefettura, in difesa da attacchi chimici su sorgenti “orfane”radioattive e per far fronte ad emergenze riguardo a navi e sommergibili a propulsione nucleare, in transito e alla fonda nel porto giuliano; con la previsione di una cosiddetta “simulazione di praticità” tendente a coinvolgere Trieste e Capodistria in base ad uno stesso “Piano Unificato di Sicurezza” ad opera delle Protezioni Civili coordinate in esercitazioni annuali.

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Auspicandosi la denuclearizzazione dell’intero mare Adriatico, è stata evidenziata la necessità che, così come a Lubiana, si organizzino strutture per l’attuazione della sicurezza che è compito governativo dal momento che, secondo il nuovo codice marittimo, proviene dallo Stato l’autorizzazione al transito di natanti a propulsione nucleare. Non essendosi esclusa l’attenzione nemmeno sullo strategico sito di Aviano al cui riguardo risulterebbe presentato a Vienna uno studio che ne avrebbe evidenziato una esposizione a pericolo equivalente a quello del disastro di Chernobil; in conclusione, non è mancato l’accento posto sull’autorevole ruolo della prestigiosa Scuola di Fisica Teorica di Miramare con il suo lavoro planetario anche in questo arduo campo del Nucleare.

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L’attenzione che Trieste dimostra di tenere viva sul problema della difesa dal pericolo di una emergenza nucleare non è solo espressione di indubbia alta civiltà, che si vorrebbe estesa ad ogni parte della Nazione; ma rappresenta anche un valido esempio di come la vera arma auspicabile contro ogni guerra, persino nucleare, possa essere quella della “democrazia del quotidiano” entro una serie di appositi istituti e organismi che, riguardo a ciò su cui la cittadinanza non abbia un potere diretto di intervento, ne attuino il combattivo spirito di pace.

Rosa Cavallo

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