NON SPRECARE QUESTA CRISI

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A differenza del 2008, la grande crisi finanziaria, questa crisi colpisce soprattutto l’economia reale, il lavoro. Si presenta come un contemporaneo collasso della domanda e dell’offerta. Prima di tutto, però, questa crisi ha un’inedita dimensione antropologica. La pandemia minaccia la salute e la vita delle persone, sconvolge le abitudini, gli stili di vita di centinaia di milioni di esseri umani, cambia radicalmente le relazioni interpersonali e il rapporto con il lavoro.

Difficile pensare di tornare semplicemente alla situazione precedente, magari dopo aver trovato il vaccino. E’ possibile, auspicabile, necessario cogliere questa immane tragedia come una opportunità per il cambiamento come ci dice, esortandoci, Stiglitz.

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Joseph Eugene Stiglitz (Gary, 9 febbraio 1943) Premio Nobel per l’economia nel 2001.

Si coglie, al di là degli inviti delle istituzioni e delle autorità sanitarie, la cautela, il mantenimento delle regole di sicurezza, con cui la maggior parte della popolazione, affronta la ripartenza (tranne qualche rara e deprecabile eccezione, magari proprio di politici in cerca di selfie).

C’è insieme una maggiore attenzione ai beni comuni, come la salute e l’ambiente e aggiungo anche la cultura. Una consapevolezza che avanza, forse non è ancora maggioritaria, ma ha già intaccato luoghi comuni, convinzioni radicate. La pandemia ha messo a nudo le debolezze e i problemi delle società più avanzate, in cui prevale l’individualismo, che il liberismo ha coltivato ed esaltato. Queste società, compresa la nostra, sono fragili impaurite, prive o con una solidarietà, che prima si esprimeva nel welfare oggi indebolito, prive dei corpi intermedi o per lo più con quest’ultimi fortemente ridimensionati.

Il risultato è che le classi dirigenti sono sempre più casuali e improbabili, frutto anche di una campagna antipolitica contro i Partiti e la sfera pubblica. Abbiamo non solo una economia di mercato, ma anche una società di mercato. Berlinguer disse, in una intervista, che la spinta propulsiva della Rivoluzione sovietica si era esaurita, forse anche noi dovremmo affermare che la spinta propulsiva e attrattiva del libero mercato si è esaurita e trarne le conseguenze.

La stessa Unione Europea appare istituzionalmente e politicamente impreparata ad affrontare questa sfida. E tutto questo appunto per l’impostazione ideologicamente contraria all’intervento dello Stato e per i vincoli a cui è stata sottoposta la spesa pubblica.

UNA PREVALENZA DELL’ECONOMIA SULLA POLITICA.

Tra i pericoli che corriamo a causa di questa crisi mondiale c’è anche quello della guerra. Non è retorica, la guerra è stata nella storia una via d’uscita dalle crisi economiche che il nazionalismo ha predicato e praticato, rimettendo in moto per questa via l’apparato produttivo nel modo ritenuto più efficace e soprattutto più rapido. Certo oggi una guerra mondiale sarebbe una follia, la distruzione del genere umano, ma la guerra a pezzetti come dice Papa Francesco è già in corso, gli esempi non mancano.

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I sovranisti, più o meno mascherati, per giustificare la contrarietà all’Unione Europea, si lamentano dei vincoli imposti dalla stessa Unione Europea, i vincoli sono necessari per tenere insieme una Comunità di Stati, il problema è che questi vincoli, finora sono stati a senso unico in termini liberisti, ma non ci sarebbe niente di male se imponesse un coordinamento delle politiche del fisco che impedisse la formazione di veri e propri paradisi fiscali in alcuni Stati e stabilisse degli standard dal punto di vista dei diritti sociali.

L’Europa deve essere capace di discutere la quantità degli aiuti e la qualità dello sviluppo che si deve promuovere.

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Ricordo infine il titolo evocativo dell’ultimo libro di Stiglitz: NON SPRECATE QUESTA CRISI

Luciano Chiolli

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