NON E’ UN PAESE PER NOI

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Ha ancora senso riproporre a teatro i grandi classici della tragedia? E se sì, quali accorgimenti occorrono per attualizzarli e renderli più fruibili e immediati?

cms_22299/1.jpgLa scorsa settimana ho avuto modo di assistere ad uno spettacolo che mi sembra abbia risposto più che egregiamente a questi interrogativi.

“Non è un paese per noi”, riscrittura dell’Amleto di W. Shakespeare curata dagli allievi-attori dell’Accademia STAP Brancaccio di Roma, è andato in scena il 16 e 17 giugno a Spazio Diamante, con la regia di Virginia Franchi e il tutorato alla drammaturgia di Lorenzo Gioielli.

I temi dell’opera originale sono ben noti: in primis la ricerca dell’identità, ma anche il conflitto intergenerazionale, i ruoli imposti dalla società, il rapporto con morte, amore, l’incertezza della guerra che incombe dall’esterno.

Da qui l’immagine di Elsi, un paese circondato da una nebbia impenetrabile, metafora di quell’ignoto che è il fuori, il futuro, una comunità fondata per creare un mondo senza guerra, armonico e pacifico.

Per essere riconosciuti come membri adulti della comunità, i giovani sono sottoposti ad un rito di passaggio, una sorta di gioco di ruolo in cui a ciascuno viene assegnato un personaggio da interpretare e un obiettivo da raggiungere. Chi perde, finisce nella nebbia.

"Vincerete contando l’uno sull’altro" dice Fortebraccio, un ragazzo che ha già affrontato il gioco nell’edizione passata. Per questa edizione i ruoli assegnati sono proprio quelli dell’Amleto, che i ragazzi di Elsi non conoscono.

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Essere o non essere, quindi?

I protagonisti, alle prese con la risoluzione del noto dubbio amletico, dovranno far fronte a una vera e propria frammentazione dell’identità e dei rapporti, nell’ottica di un conflitto continuo fra personaggio e persona, in un vortice di dubbi, perdite, alleanze e solitudini.

Ho la fortuna di conoscere personalmente Eleonora Bracci che, oltre ad essere una delle ideatrici dello spettacolo, vi ha anche preso parte nel ruolo di Camilla (che ritroviamo nel “gioco” come Gertrude, vedova del re assassinato nella tragedia shakespeariana).

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Ne approfitto per farle quale domanda.

Mi ha colpito molto il grido di accusa pronunciato da uno dei ragazzi: “è il vostro pregiudizio: lasciate indietro chi secondo voi è indietro”, che racchiude l’amara scoperta della menzogna del mondo adulto, lo smascheramento di una comunità marcia in cui i giovani non possono davvero realizzarsi, se non secondo schemi prestabiliti. Secondo te quanto pesa il sistema di aspettative e di profezie che si autoavverano sullo sviluppo delle nuove generazioni?

Dal mio punto di vista fa parte della giovinezza e del passaggio al mondo adulto l’interrogarsi sull’eredità che ci cade addosso, la tradizione che abbiamo alle spalle e il sistema di valori che ci vengono trasmessi, ragionando al contempo sul futuro che vogliamo, la storia che vogliamo scriverci, e il nostro ruolo nel mondo. Credo che sia un passaggio che tutti abbiamo affrontato nella vita e penso che oggi la nostra generazione, così interconnessa grazie all’utilizzo della tecnologia, abbia rispetto alle precedenti moltissime prospettive nuove. In questo preciso momento storico poi, anche la pandemia ha fatto sì che gli interrogativi relativi al nostro futuro siano più che mai impellenti.

Voi ragazzi dell’accademia concludete il vostro percorso proprio quest’anno, lo spettacolo rappresenta un po’ anche il vostro rito di passaggio?

cms_22299/3.jpg“Stiamo concludendo il nostro percorso quest’anno, ed anche per noi è un momento di passaggio, una sorta di rito se così vogliamo definirlo. Ora stiamo affrontando gli ultimi 4 spettacoli e dopo l’esame finale saremo effettivamente lanciati nel mondo vero. Ci è quindi richiesto di diventare “adulti” artisticamente e professionalmente, ma in realtà il processo di lavoro non è partito dall’intenzione di scrivere un testo che rappresentasse una parte del nostro percorso. L’idea è venuta da sé, quasi spontaneamente, anche se in fondo penso che in qualunque processo artistico la vita reale non possa in qualche modo non influenzare il prodotto finale. Mi riferiscono i ragazzi: “se almeno uno tra il pubblico sarà uscito chiedendosi se è così che si cresce, se il sistema funziona, se questo è un paese per noi, potremo dire di aver fatto una riscrittura degna dell’originale.

Trovo che gli spunti di riflessione suggeriti dallo spettacolo siano estremamente attuali: quanta influenza abbiamo sulla realtà che ci circonda? Come fare del mondo, così come ci è stato consegnato, un posto più “nostro”? Quale ruolo abbiamo nella costruzione di un domani che ci rispecchi?

A volte l’impressione è che i membri delle nuove generazioni si ritrovino quasi accidentalmente fra le mani il testimone passatogli dai più anziani. Occorrerebbe forse prestare grande attenzione a tale momento di passaggio e affrontarlo magari con maggiore consapevolezza, perché è proprio questo scambio a determinare gli esiti della società futura.

Ludovico Aniballi

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