NATALE È DONO, DENTRO DI NOI

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Natale è un momento magico dell’anno, in cui nessuno rinuncia a vivere secondo le atmosfere che ne sono peculiari. È come un sole splendente che irradia con i suoi raggi spigolature diverse ma collegate tra loro in modo indissolubile. Rimane un punto fermo, nella sua ciclicità come il sole nell’alternanza del suo moto apparente. È un cordone ombelicale che non si recide mai, nel suo andar e tornar, fucina di idee, progetti, organizzazioni da condividere nell’armonia che si respira e scrigno di ricordi in cui veleggiare a più livelli. Un microcosmo di insiemi che riguardano il sacro e il profano, dalla notte dei tempi. Un profano sempre etico di condivisione, aiuto, accoglienza, di valorialità come l’importanza dell’essere a cui fa da contraltare l’essenzialità dell’avere. I suoi simboli hanno vita imperitura quali lo schiudersi al mondo, l’omaggio al nascituro, i doni, la visita di benvenuto, la buona luce di guida. Naturalmente la gioiosità e la partecipazione di quelli che ruotano attorno nel dare l’abbraccio alla vita.

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Nel tempo è scemato l’interesse non tanto per il sacro, quanto per il liturgico, lasciando sempre vivo l’aspetto sacrale che rimane, consciamente o meno, intrecciato a quello mondano. Il Natale, pur demonizzato a tratti nell’attualità, rimane qualcosa che si ha dentro, un nostòs, un ritorno nostalgico verso la propria terra, la propria famiglia, il cuore. Spesso si critica aspramente l’aspetto commerciale, che vede al centro i regali. Il dono è intrinseco al sacro che a sua volta è preceduto dal suo esistere nella classicità. Nel percorso etimologico donare, è un dare senza ricompensa, prezzo, è generosità. Al di là del dono immateriale, incommensurabile, è un qualcosa, sempre nel sentimento a cui esso è legato, di concreto, un oggetto, quale materializzazione dell’omaggio, nella gioia dell’incontro. I greci onoravano l’ospitalità e si prodigavano in doni, i latini altrettanto; abbiamo testimonianze note in Orazio, Marziale sui doni per gli ospiti per ringraziare, mostrare gratitudine, accoglienza, piacere. Donare fa scaturire lo scambio reciproco non nell’intento del do ut des, l’uomo fa offerte agli dei per ottenere qualcosa di propizio per sé attraverso la mediazione divina, riconoscendone la superiorità nei propri confronti o per rendere grazie di quanto ottenuto, anche nel religioso cristiano si fanno offerte, sacrifici votivi, preghiere, si riconosce anche la mano donativa divina, ci si appaga nel donarsi anche ricevendo un sorriso, chiudendosi così il cerchio della naturalità del donare, sublimata nella temporalità natalizia. Le luminarie, luci di ogni fattezza e colore sono il simbolo della luce divina che si dà ad illuminare il mondo umano. La luce è la grazia, la verità che risplende nel buio, è il raggio illuminate la mente, l’anima e il cuore, il lumicino che ti fa compagnia nella solitudine, è la fiaccola che ti mostra il cammino nell’angoscia a cui a tratti ti induce la vita, è la stella polare guidante i Re Magi dal bambinello. Le luci natalizie ci infondono gioia, ci rischiarano il cuore e spesso illuminano quella zona d’ombra in cui si è avvizzita la bontà, ricordiamo, prendendolo a prestito dal mondo letterario, testimonianza pregnante dei meandri dell’animo e degli accadimenti umani, Scrooge, in “Canto di Natale” di Dickens, per il cambiamento che si attua in lui.

A conferma dell’incontro del sacro e profano, humus della natura dell’homo, l’albero di Natale, in relazione al simbolo della vita che si espande in un continuum circolare e infinito. quale appunto è l’albero con le sue radici, il fusto, le fronde. Di origine celtica, attribuita ai sacerdoti dei Druidi, la tradizione dell’addobbo dell’abete per propiziarsi gli spiriti. L’abete è un albero sempreverde che dunque simboleggia la vita, prestandosi al collegamento con il cristiano Natale e facendo scomparire dalla nostra mente la non sacralità cristiana dell’albero natalizio Si rimane sempre nell’ambito del donare, trasferendoci nel contempo nel mondo magico, fatto di elfi, gnomi, folletti, casette da fiaba, renne che trainano slitte su cui campeggia Babbo Natale, antonomasia del dono, figura che, pur passando dall’età infantile a quella adulta, rimane lì fissa, irremovibile dal nostro immaginario di voluta credenza fantastica. Senza tralasciare anche in questo caso il collegamento con il sacro, risalente a San Nicola, per la sua bontà di donare, come è noto. Altro simbolo il Presepe, la cui tradizione iniziata da San Francesco, ci fa cogliere sempre la condivisone, la partecipazione, l’accoglienza, la gioiosità, la mescolanza di alto e basso, perché sotto le vesti che possono essere di umile panno o pregiata porpora, esiste l’uomo nella nudità del suo finito essere. Centro nodale la famiglia, il cuore di tutto, che rimane il cuore pulsante per sempre, sia che risieda in una modesta casa come la capanna sia in una reggia. Ecco lo smuoversi da ogni dove per riunirsi a Natale, essere il presepe vivente che respira all’unisono affettivo l’alito della vita che si vuole omaggiare.

Il cibo a Natale, altro elemento che assurge a metafora non solo di necessaria sopravvivenza ma di vita, abbondante, luculliano, nel convito “fastoso e festoso” a cui ci si siede in nome dell’unione che mescola spirito religioso e laico. Il nostòs, ritorno, coinvolge tutti, a livello fisico e mentale, anche se reca un velo di malinconia perché spesso il simposio fa avvertire la mancanza di chi non c’è più, di chi non può esserci accanto per svariati motivi. La malinconia cresce se non ci si può abbracciare nella circolarità della famiglia, per la complessa, svariata dislocazione geografica dei suoi componenti, ritrovare sotto la stessa capanna tutti riuniti riscaldati dal bue e asinello. Elementi cifra di laboriosità impegno, fatica dell’essere animale che è in noi, da cui non potremo mai staccarci e nel senso principe del calore che emana la famiglia, principio e continuum di vita.

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Certo esiste la strumentalizzazione del Natale, il business, come per tutto nella nostra società dei consumi, da cui ci lasciamo a volte trascinare ma con una punta sempre di spirito “natalizio”. A tal proposito ci viene incontro la figura del Marcovaldo calviniano ne “I figli di babbo Natale”, racconto significativo di come si possa essere semplici, naturali al di fuori di appartenenze sociali e della capacità dell’imprenditorialità volta agli affari. Esistono gli sfiduciati nei confronti della bellezza del Natale, le cui opinioni vanno rispettate come le fantasie dei sognatori, che spesso mitizzano, pur nella consapevolezza che certe sfumature non idilliache rimangono anche a Natale, ricordiamo tutti “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo, esemplificativo in tal senso. Del resto anche negli altri periodi dell’anno capita di mitizzare riguardo a sentimenti o persone che si rivelano essere belli solo nella mente di chi ha visto in loro luce mitica, risultando questa solo proiezione della propria luce nel buio. Tutto ciò però non ci impedisce, secondo lo spirito ludico del fanciullino che per grazia rimane in noi, di immaginare di ritrovarci dentro una palla di neve in cui, come in una fiaba, ci muoviamo secondo le note di un dolce carillon e di essere trascinati su una slitta dalle renne, abbracciati alla speranza che qualcosa di bello possa accarezzare la nostra anima.

Cettina Bongiovanni

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