Morire a 18 anni: il dramma delle “morti bianche”

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Andrea aveva appena 18 anni ed era al suo primo impiego.

Assunto regolarmente in una delle ditte nel comasco che si occupano dell’installazione di fibra ottica, Andrea era insieme al suo collega, nella notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre scorsi, su di un carrello levatore all’interno del parcheggio di un centro commerciale nel milanese, quando, seduto di spalle, non si è accorto di un abbassamento del soffitto.

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Ha così violentemente battuto il capo ed il colpo gli è stato fatale, tanto che è morto sul colpo rendendo vano il pronto intervento della sicurezza, presente nel centro 24 ore su 24.

Le agenzie di stampa hanno pubblicato la struggente lettera di addio in cui la professoressa delle superiori parla di Andrea, lo studente modello che “ce l’aveva fatta”: «Andrea che era entrato in classe bambino e che ne era uscito uomo con le spalle disegnate e il sorriso luminoso. Andrea col capo chino sugli esercizi, Andrea che aiutava tutti, Andrea che quando aveva preso 9 in verifica non ci credeva, Andrea che all’intervallo mi chiedeva se volevo il caffè, Andrea che quando mi si ruppe l’orologio di mio padre, quello che mettevo nei momenti difficili, quando avevo bisogno di conforto, mi disse dia qua prof che glielo aggiusto io, Andrea che rideva coi compagni, Andrea che io volevo continuasse a studiare e lui no prof, io voglio lavorare, Andrea che quel lavoro l’aveva trovato, Andrea che quel lavoro ce l’ha portato via. Andrea, Andrea Masi, il mio alunno che ce l’aveva fatta».

La morte del 18enne allunga la lista delle morti cosiddette “bianche”, che avvengono sul luogo di lavoro, conseguenza di banali disattenzioni, come in questo caso, o di gravi inadempienze come nella maggior parte degli episodi.

Leggerezze che costano la vita a giovani lavoratori, padri di famiglia, vittime innocenti di un sistema che spesso non garantisce la sicurezza sul lavoro.

Certo in questi anni molto è stato fatto, a partire dal Testo Unico che garantisce misure preventive atte a rendere l’ambiente lavorativo un luogo sicuro ed accogliente.

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Tornando indietro nel tempo, era il 1962 quando in uno dei programmi più seguiti della tv, Canzonissima, con la sua nota ironia, Dario Fo denunciò la precaria situazione che si registrava all’interno dei cantieri, con le conseguenti morti sul lavoro. Ciò scatenò un putiferio: proteste e denunce (che paradossalmente “denunciavano la denuncia” in diretta Rai).

La commissione di vigilanza Rai, dotata all’epoca di paraocchi, censurò l’intervento di Fo, il quale abbandonò la conduzione del programma.

La coppia Fo -Rame subì così l’allontanamento dalla Rai per molti anni, ritenuta “colpevole” per aver voluto sensibilizzare l’opinione pubblica su uno dei problemi più gravi nel mondo del lavoro.

Negli anni successivi, gradualmente, anche in ambito politico si è acquisita maggiore consapevolezza sull’importanza di dotare piccole e grandi aziende di dispositivi atti a garantire la sicurezza sul luogo di lavoro

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Le leggi dunque ci sono, eppure non sempre vengono applicate, per incuria o peggio per leggerezza.

Così le morti bianche continuano ad essere un’emergenza che deve essere affrontata, non già legiferando ulteriormente (le leggi ci sono e sono sufficienti), bensì cambiando la mentalità sia dei datori di lavoro che dei lavoratori, affinché le norme siano applicate, in quanto investire del denaro per rendere la propria azienda più sicura o perdere del tempo per indossare un casco o dei guanti, o ancora un’imbracatura, val sempre la pena.

Specie quando il rischio è alto, specie quando queste accortezze possono salvare delle vite umane, a volte, spesso, la propria.

Lucia D’Amore

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