Minori online, postare le loro foto è solo un vezzo genitoriale

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Genitori sempre più ansiosi, non sempre e solo per i propri figli ma spesso per l’irrefrenabile ansia di condividere online le loro foto sui social. Nella società dell’immagine non esserci equivale a non esistere, non condividere le proprie foto vuol dire l’esilio sociale. Il fenomeno di genitori presi dall’irrefrenabile tentazione di postare foto dei propri figli su qualunque social network, è divenuto sempre più diffuso a livello mondiale e un sondaggio recente pubblicato negli Stati Uniti offre un quadro interessante e nello stesso tempo preoccupante: dagli 0 ai 6 anni il numero di foto condiviso è di 100 all’anno, scende a poco più di 40 negli anni che vanno dall’adolescenza alla maggiore età. Vi è poi un altro dato di cui tener conto, ovvero che il 55% dei genitori non chiede quasi mai ai diretti interessati il permesso per la pubblicazione delle proprie foto.

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Per sottolineare ed evidenziare come il fenomeno abbia assunto dimensioni preoccupanti si può citare un’altra ricerca, stavolta inglese, che sottolinea come nel corso dell’esistenza di un minore siano caricate sul web una media di 1300 foto scattate e pubblicate direttamente dai propri genitori; il sondaggio americano sopra menzionato, eleva il numero degli scatti pubblicati dai genitori prima dei 18 anni dei figli ben al di là delle 1400 foto. L’agenzia che ha somministrato il questionario a oltre 1250 genitori americani, chiedeva loro quanto spesso rendano pubbliche le foto dei propri figli in una settimana per poi moltiplicare la media dei risultati per avere poi i dati su base annua. Il risultato del sondaggio lascia sbalorditi: una media di 1414 foto scattate dai genitori durante i primi 18 anni di vita dei figli, con una media di 109 foto ogni anno nei primi 6 anni di vita, 99 nei sei anni successivi e 41 negli anni dell’adolescenza fino alla maggiore età.

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Il dato numerico si lega poi alla totale mancanza da parte dei genitori coinvolti nel chiedere il permesso ai propri figli di essere fotografati, facendoli precipitare in grossi rischi come essere esposti a un pubblico di sconosciuti e di potenziali pedofili. Se la tendenza social è quella appena illustrata, da qualche tempo, almeno in Italia, la strada sembra essere indirizzata a offrire una maggiore tutela del minore per combattere il narcisismo dei genitori. La giurisprudenza sul tema delle immagini digitali in cui sono raffigurati minori, si è arricchita grazie all’ordinanza del 2017 del Tribunale di Roma che stabilì come il giudice possa ordinare la rimozione delle immagini dei figli ai genitori che ne abbiano fatto un uso distorto. Non solo. I genitori possono essere condannati al pagamento di una somma proprio in favore dei minori. Lo schermo è sempre presente tra noi, soggetti interconnessi h24 che comunicano con i loro device e che a loro affidano fiduciosi gusti, interessi, spesso vizi e di rado virtù. Sempre online, incrementiamo nuove forme di adattamento, modalità originali per riuscire a muoverci sia nel mondo reale che in quello virtuale.

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Il labile confine creatosi con le nuove tecnologie tra sfera pubblica e sfera privata presenta a tutti noi utenti, domande di stampo etico legate alle enormi potenzialità esponenziali delle piattaforme di condivisione. Gli effetti di questa emorragia comunicativa, di questa overdose di messaggi e immagini, sono ancora oggetto di ricerca e analisi sociologica e clinica. La rete sempre più si conferma come un’estensione del sé, un mondo impersonale a cui chiediamo sostegno e comprensione emotiva, uno spazio in cui sin da piccoli si è chiamati a superare le barriere dell’anonimato, della distanza fisica, per acquisire, anche tramite l’ausilio di un genitore, un’identità disinibita in grado di amplificare un’empatia allargata utile per la neo società dell’immagine.

Andrea Alessandrino

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