MUSSOLINIA DI SICILIA

La città che non c’è... Sulla carta ma nella storia

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In chi, amante del raro, del pregevole e dell’insolito, dovesse avere tra le mani la Collana “Cento Città d’Italia” della Sonzogno Editore, grande interesse potrebbe suscitare il fascicolo n. 83, datato 1925. È dedicato, come da titolo, alla bella Caltagirone, ricca di architettura e arte; una città che, perlomeno per la splendida scalinata, per le ceramiche e per la figura di don Luigi Sturzo, chiunque conosce. Si conosce quel che esiste.

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Nel medesimo fascicolo di quasi un secolo fa, però, si parla anche d’altro. Invero, proprio nell’intitolazione, non compare soltanto Caltagirone, trovandosi pure “La città giardino di Mussolinia”. Sfogliando, si legge: “Tutto è stato prestabilito nei più minimi particolari ed il nuovo centro, espressione semplice e geniale di una architettura moderna, accoglierà, oltre alle abitazioni, tutti gli istituti e servizi pubblici che le esigenze della vita civile richiedono”.

Se questa città, dal nome emblematico di Mussolinia, è poco nota – se non decisamente sconosciuta –, lo si deve alla circostanza della sua inesistenza.

Sì, perché quello splendore annunciato nel succitato documento è in un certo senso restato confinato nella dimensione cartacea e propositiva. Idee, aspirazioni, speranze, progetti, ambizioni, servilismi, compiacimenti, slogan sociali e alalà; e poi – si potrebbe dire “immancabilmente” – sotterfugi, tradimenti, rivalità, accuse di locupletazioni, critiche, almeno così si narra. Qualunque fosse l’intento iniziale e a prescindere dalle ragioni incidenti, sta di fatto che di Mussolinia c’è nulla o appena poco più del nulla. Giusto precisare: non solo non esiste, in Sicilia, una città con tale nome – il che, francamente, è connesso a logica, nella realtà democratica repubblicana post-bellica – ma nel sito designato non v’è alcunché di quanto pomposamente ipotizzato. Qualche costruzione, una chiesa, un quadrivio, un serbatoio, una condotta idrica … e tanta natura. Quella eterna, quella dei campi che, tra latifondo e demanializzazioni, hanno attratto le rivendicazioni dei contadini, le occupazioni, la voglia di riscatto sociale ed economico.

Sempre chi ha un fremito nel toccare documenti datati, potrà provare un’emozione aggiuntiva, detenendo la cartina geografica del Touring del 1928 e osservandola. Sebbene con un cerchio piccolo e non marcato – diversamente da quel che accade per centri urbani maggiori –, è indicata proprio la città di “Mussolinia”, dentro un ideale triangolo avente come vertici Caltagirone, Gela e Ragusa.

cms_21487/2v.jpgGià solo perché fonti documentali riportano Mussolinia, occorre comprendere e analizzare una delle vicende più particolari della storia siciliana, quella, cioè, di una città mai nata o morta dopo i primi pseudo-vagiti, quando un pubblico plaudente e osannante oscillava tra la lietezza di un progetto utile alla collettività e la voglia di dare lustro al capo predappiese e non solo a lui. È una storia, quella di Mussolinia – o, per meglio dire, del territorio agricolo chiamato Santu Petru (Santo Pietro) – che sta tra Fasci siciliani e Fascismo, consapevoli che poi, in quei luoghi, è cruente la traccia lasciata dalla storia, una traccia inimmaginabile all’epoca delle vane inaugurazioni: trattasi dell’eccidio di San Pietro del 14 luglio 1943, compiuto quando l’Italia era al fianco della Germania hitleriana e gli anglo-americani erano appena sbarcati in Sicilia. A Santo Pietro, là dove Mussolinia non si sviluppò, era stato costruito un aeroporto.

Una volta conquistato dagli Statunitensi, i difensori – una settantina di italiani e quattro tedeschi, arresisi dopo violenti combattimenti – vennero fucilati.

Tante carte, tanto teatro, nessun beneficio e persino sangue, in quella terra. Là dove il pochissimo cemento è praticamente ammantato dalla natura, fra i tanti alberi che quasi celano il serbatoio della aleatoria citta-giardino, oggi si percepisce la gioia di famiglie e amici per la classica scampagnata. La concretezza e la bellezza dei sorrisi.

Fasci e fascismo

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, cresceva, in Sicilia, la volontà del popolo minuto di ribellarsi a quella che il ceto dominante considerava una predestinazione: povertà e disperazione. Dalle miniere ai campi, c’era la consapevolezza della necessità di unire le forze e scardinare una sorte che era parallela al benessere dei soliti padroni e predoni.

Caratterizzato da uno spontaneismo a sua volta scaturito da acuto disagio, il movimento dei “Fasci siciliani dei lavoratori”, in un certo qual modo emulazione di similari esperienze operaie del Centro e del Nord Italia, prese vita nel 1889, assumendo salda strutturazione con l’ufficiale fondazione del 1° maggio 1891, a guida di Giuseppe de Felice Giuffrida. Le componenti ideologiche libertarie, democratiche e socialiste erano prevalenti. Non una vera novità, per la Sicilia, che aveva registrato rivoluzioni nel 1820, nel 1837, nel 1848, nel 1860 e nel 1866, dunque sia prima che dopo l’unità d’Italia.

cms_21487/3v.jpgIl senatore Vincenzo Cordova – originario di Aidone, nell’ennese –, proprio sull’onda dei Fasci, si spinse a scrivere al Capo del Governo Francesco Crispi – nativo di Ribera, nell’agrigentino –, un saggio e “lettera aperta”, mediante cui evidenziare la “questione siciliana” ed evidenziare le rivendicazioni dei più deboli. Napoleone Colajanni, politico di Enna e autore del libro “Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause” (1894), assunse un ruolo di leader e fu capace di innestare, tra i contadini, lo spirito cooperativistico. Anche il milanese Felice Cavallotti, “il bardo della democrazia”, si schierò con i Fasci, notando come i siciliani in rivolta fossero “una infelicissima parte della nazione a cui invece del pane si dà risposta di piombo”, come riportato da Alessandro Galante Garrone, in “I radicali in Italia (1849-1925)”, (Garzanti, Milano). Cavallotti organizzò anche una raccolta di fondi per solidarietà verso i siciliani. Una lapide, a Enna, ricorda un suo famoso discorso, datato 18 maggio 1895, nel quale evoca Euno, lo schiavo che capeggio la prima rivolta servile contro Roma.

La componente agraria dei Fasci era significativa, con i contadini che lottavano per la speranza della divisione delle terre. In Sicilia, sebbene formalmente abolita la feudalità, imperava il latifondo che, in sostanza, altro non era che l’archetipo del sistema feudale, innegabilmente oppressivo per quella che i “signori”, spalleggiati sovente dai peggiori elementi e da soggettività mafiose, reputavano irrilevante “plebe”. Scrive Renato Marsilio in “I Fasci Siciliani” (Edizioni Avanti!, 1954): “ … Questi feudi, originariamente proprietà pubbliche, svincolati e trasformati in latifondi sotto la garanzia delle leggi civili, passarono nel 1813, in Sicilia, in mano di opulentissimi privati e le pese della lista civile, del culto, della pubblica istruzione e della guerra, marina, carceri, pubblica sicurezza, giustizia, gravarono sulla vita del proletariato, spogliato dei diritti d’uso e che attende ancora la distribuzione del lotto della terra”.

Vi furono sommosse, scontri e occupazioni dimostrative. La reazione del Regno d’Italia, dopo il periodo giolittiano incapace di dare argine, divenne durissima proprio con il Governo Crispi che, poco dopo l’insediamento, autorizzò l’intervento militare, così sa contarsi morti e feriti, in più occasioni, in varie località dell’isola. È di inizi gennaio 1894, addirittura, lo “stato d’assedio”.

Conclusasi tragicamente l’esperienza significativa dei Fasci, rimasero i problemi atavici.

Nella frazione di Santu Petru, a circa quindici chilometri da Caltagirone procedendo verso sud, era normale che, come in altri territori della Trinacria, continuassero i fermenti dei contadini, tra idee, politica e fame. Così ancora quando già il regime fascista – che di simile ha solo il nome, rispetto al descritto movimento – aveva preso il potere.

Constatati i perduranti fermenti connessi all’occupazione delle terre incolte, si fece strada l’idea di creare, proprio in Santo Pietro, una new town che, dedicata a Mussolini, si caratterizzasse per la fascistizzazione dell’area e la soluzione accentrata delle conflittualità sociali, stante la parallela distribuzione degli agri. Una città da creare di sana pianta, là dove v’era semplice ruralità e nessuna infrastruttura, solo tante querce da sughero.

cms_21487/4v.jpgOsserva Giuseppe Colomba, calatino, nell’interessante “Mussolinia – La saga delle beffe” (2011, Edizioni Bonfirraro): “L’antico feudo, già teatro di scontri feroci e di illusorie riforme sociali, era finalmente chiamato a risolvere, grazie ad una generosa quotizzazione dell’estensione boschiva, il secolare problema della manodopera in agricoltura, favorendo l’occupazione e l’insediamento stabile e dignitoso di migliaia di famiglie proletarie del luogo”. Ed ancora, nel medesimo libro, così Domenico Seminerio, curatore della prefazione: “La realizzazione della città di Mussolinia, la quotizzazione del vasto territorio di Santo Pietro, ben 2400 quote di tre ettari ciascuna, avrebbero rappresentato uno scardinamento delle dinamiche sociali e produttive di tutto il territorio, ancora legato a una produzione di tipo semifeudale, basato sullo sfruttamento stagionale di migliaia di braccianti.

Sarebbe stata una rivoluzione autentica”.

Posto tra i monti e la località, forse si intendeva creare un centro che fungesse da orientato ponte economico, sociale e culturale tra l’Italia e il nord Africa, nell’effimera e ingenuissima idea che il Mediterraneo (e quindi il Canale di Sicilia) fosse un Mare Nostrum e che la sponda a sud della Trinacria – cioè le coste della Tripolitania e Cirenaica, nonché altre in prospettiva – potessero vedere la bandiera o comunque l’egemonia italiana. Sogni non propriamente limpidi, certamente; e “conti fatti senza l’oste”, frettolosamente e con tanta supponenza. Mussolinia o meno, la storia avrebbe detto che, poco più di due decenni dopo, stante l’Operazione Husky, la Sicilia sarebbe stata occupata militarmente da nemici prossimi a divenire amici, gli stessi che pare si posero la domanda circa l’esatta ubicazione della città con il nome del dittatore, non visibile a seguito di ricognizioni aeree. No, non era sotterranea, semplicemente non esisteva!

Non è detto che Mussolini fosse propenso all’idea. Non si può escludere che, a suo modo di vedere, la dimensione rurale dovesse essere rafforzata in virtù non tanto di “città giardino”, cioè medio-grandi centri in cui la componente agraria si innestasse, bensì villaggi inseriti in un contesto di coltivatori resi piccoli proprietari. Insomma, la logica dei “borghi”, comprendenti poche famiglie, come se fosse un condominio. In Sicilia ve ne sono, concepiti dal regime. Basti pensare a Borgo Cascino, Borgo Lupo, Pergusa.

Nel tempo, però, probabilmente il capo s’infiammò all’idea. Chissà, forse anche per la suggestione di una città a lui dedicata.

Su propulsione del regio commissario fascista, avvocato Benedetto Fragapane, si sviluppò il proposito, sicché venne affidato il progetto all’architetto Saverio Fragapane, allievo di Ernesto Basile e apprezzato progettista dell’epoca, ancora oggi ritenuto un uomo illustre di Caltagirone, come testimoniato dal sito internet del comune. Su di lui, nel 2000, è uscito il libro “Saverio Fragapane (1871-1957). Dallo storicismo al liberty” di Damigella Anna Maria Robotti C. (cur.), Edizioni del Grifo, 2000.

Occorre aggiungere un altro nome, per cogliere gli artefici del cimento, quello di Giacomo Barone Russo, poi divenuto Giacomo Paulucci di Calboli Barone, per assunzione del cognome del casato nobiliare della consorte. Già bambino di Caltagirone orfano all’età di quattro anni, non si era arreso e, laureatosi in giurisprudenza per poi legarsi al suocero ambasciatore, si ritrovò, a un certo punto, a essere capo di gabinetto per gli Affari Esteri, nominato nel 1922 da Mussolini. “Non è barone, non è russo, non è marchese e non è neppure Paulucci di Calboli”: questa pare essere stata la battuta di Mussolini su di lui (la riporta “La Stampa” del 24 luglio 2012). Il duce non è diventato celebre per humour e ironia, ma la sua frase su Barone è di quelle che piacevano ai gerarchi, i ras che, in nome dei così detti “meriti” squadristici, avrebbero ambito a ricoprire tutti i posti chiave, mettendo ai margini o alla porta i tecnici. Giacomo Barone ebbe un ruolo importante in questa storia: convincere il capo del Governo a fondare, proprio nella boschiva contrada di Santo Pietro, nel comune di Caltagirone, la nuova città. Mussolini se ne persuase, stante il rapporto confidenziale tra i due. E Giacomo fu l’accompagnatore del capo durante le cerimonie.

Dietro front o semplicemente volatilizzazione di un proposito

Il 12 maggio 1924, tra osanna collettivi, il duce “mise la prima pietra” di Mussolinia. Di lì a qualche settimana avrebbe pensato a pietre tombali per Giacomo Matteotti e, sempre di più, a silenzi di tomba per la parola degli italiani.

Dopo i primi lavori, Mussolinia non progredì. Cambio di idea, riconoscimento di una inutilità, ordini diversi del dittatore? Non parrebbe.

cms_21487/5v.jpgForse, nel blocco o boicottaggio della nascita di Mussolinia, vi fu una componente antifascista, una ritrosia se non un’avversione, con tanto di radici nella vicina Caltagirone, la città di Don Luigi Sturzo, assertore dell’impegno in politica di cattolici, fondatore del Partito Popolare e mal visto dal duce? Non sembrerebbe. Non può con certezza dirsi ciò, anche se sarebbe bello scrivere di un contesto calatino che, per fiero antifascismo, abbia inteso mettere i classici “bastoni tra le ruote” all’attuazione di un progetto così simbolico, sotto vari aspetti. Ma c’era un profondo antifascismo, in Sicilia? E ancor prima: c’era una convinta adesione al fascismo?

Sostiene Alfio Caruso, nel libro “Arrivano i nostri” (ed. Longanesi & C., 2004): “Mussolini sa poco dei siciliani e probabilmente non gli importa saperne di più. A lui risultano incomprensibili il carattere, le tradizioni, l’ambiguità culturale. Una distanza che non sarà mai colmata. A differenza delle altre regioni, dall’isola giunge al duce un consenso modesto, frutto spesso di opportunismo piuttosto che di reale convincimento”.

Forse vi fu una speculazione, un tentativo – magari riuscito – di arricchirsi a margine di fanfare e slogan littori. Sorprenderebbe?

Non può mancare qualche considerazione tecnica circa le dimensioni degli appezzamenti, le spese troppo gravose per le tasche dei contadini, la non alta produttività nell’ottica dell’autosostentamento, la volontà degli abbienti di ottenere, del tutto sine ratio, porzioni nella divisione.

I lavori non superarono mai lo stato iniziale. Ci fu un’inchiesta condotta dall’Avv. De Marsico, che portò alla destituzione di Fragapane dalla carica di Commissario, alle sue dimissioni da deputato e all’espulsione dal partito fascista. Cadde, quindi, la testa dell’onorevole Fragapane, ma non è detto fosse quella giusta. Scrive Sciascia: “Ma pare che il Fragapane, che ufficialmente veniva ad essere il maggior responsabile della beffa, in realtà non ne fosse stato l’autore e tanto meno il profittatore. I veri profittatori non furono puniti: bisognava troncare, sopire; che più non si parlasse di Mussolinia”.

Non cadde invece la testa di Giacomo Paulucci di Calboli Barone. Mussolini continuò a stimarlo e, anni dopo, lo avrebbe voluto come Ministro degli Esteri della nazifascista RSI. Invece, di lì a qualche settimana, divenuto ormai il principale ambasciatore del governo Badoglio nel mondo, notificò al suo collega tedesco che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Germania. Di recente, su Paulucci è uscito il libro di Giovanni Tassani, dal titolo “Diplomatico tra le due guerre. Vita di Giacomo Paulucci di Calboli Barone” (Le Lettere, 2012).

Quando, nel 1927, il progetto fu ripreso dal nuovo Commissario prefettizio, Stanislao Caboni, Mussolini, non diede il suo appoggio, forse perché ancora indignato, forse perché quel progetto aveva mostrato negatività e non convenienze. Innegabilmente, si spensero le luci pure su Caltagirone, giacché non ottenne il desiderato ruolo di capoluogo di provincia, titolo che invece venne conferito alla non lontanissima Enna.

Tanti motivi vengono immaginati per spiegare quello che fu un clamoroso flop. Non si può dire, con precisione e di sicuro, cosa non portò al “decollo” di Mussolinia. Non si può escludere che vi siano state delle concause: tanti motivi, connessi a tanti personaggi, univocamente rivolti al fallimento.

E se la città-giardino fosse naufragata per volere di chi aveva la ferma intenzione di lasciar tutto com’era?

Mussolinia rischiava di mostrare, con la distribuzione di terre ai contadini, un mutamento non aderente agli schemi delle condizioni di sudditanza feudale. Di sicuro, non sarebbe cambiato il mondo, sul piano pratico, ove mai alcuni braccianti siciliani – e alcuni coloni giunti dal “Continente” – fossero stati destinatari, quali proprietari, di piccoli appezzamenti in quel di Santu Petru; ma sarebbe stato un simbolico precedente tutt’altro che fausto, per chi aveva in uggia persino la scolarizzazione dei meno fortunati, per chi temeva per una loro emancipazione, per chi mirava a metterli sotto il tallone, senza possibilità di fare alzare la testa.

Certi siciliani si innamorano dei capi – qualunque essi siano – se sussiste il profitto. E nulla di utile vi sarebbe stato in un esempio di pesudo-riforma agraria, pur se limitatissima e non cullata tra le braccia della ideologia socialista, quest’ultima invisa a chi mirava alla placida prosecuzione dei propri privilegi “di casta”.

Insomma, non è da escludere che, una volta refrigerati con il piombo e le sciabole gli ardori di masse reclamanti i sacrosanti diritti, i soliti egemoni temessero per un rinverdirsi di quelle speranze. Una riforma, contraria agli interessi del ceto dominante, non era da reputare meno fastidiosa sol perché dettata con le insegne del regime dittatoriale e non con la falce e il martello.

Del fallito progetto di Mussolinia, si è scritto molto, a volte in modo fantasioso e a volte sulla base di dati di fatto. Ricordiamo tra l’altro: un racconto di Leonardo Sciascia compreso nel libro “La corda pazza” del 1970; Andrea Camilleri in “Privo di titolo” del 2005; Salvatore Venezia, in “Mussolinia: il fantasma di una città giardino”, apparso sul "Bollettino" (1993, n. 2) della "Società calatina di Storia Patria e cultura"; Maria Luisa Madonna, nel saggio "Dalla città-giardino Mussolinia alla colonizzazione del latifondo siciliano", apparso in un volume di Studi in onore di Giulio Carlo Argan (Firenze 1994); Giuseppe Colomba nel citato “Mussolinia – La saga delle beffe” (Bonfirraro editore, 2011).

Le beffe di Mussolinia

cms_21487/6v.jpgIlluminanti e da riportare sono alcune frasi tratte dalle opere di Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. La loro combinazione offre una narrazione “a quattro mani” dei due illustri scrittori siciliani. È da notare che Camilleri scrive Duce con la D maiuscola e Sciascia con la d minuscola.

“-Il Presidente del consiglio dei ministri, Mussolini Cavalier Benito, per mità già Duce e per mità ancora no, addecide di fari una calata in Sicilia, terra che non gli fa sangue ... Pirchì? Pirchì il Cavaleri mai e pò mai avrebbe fatto sgarbo a un fascista calatino, Giacomo Barone, so capo di gabinetto del ministero degli esteri, del quale il quasi Duce è titolare …(Camilleri). L’avvenire della città, le sue fortune future, ormai si confidavano a colui che nato a Caltagirone come Giacomo Barone, sposando a Forlì Camilla Paulucci di Calboli, era diventato Paulucci di Calboli Barone Giacomo, marchese e conte… Barone aveva parenti a Caltagirone; e tra questi uno zio nella fazione fascista trionfante (Sciascia)…..arrivato a una piazza indovi c’è un mezzo busto, quello del calatino Giorgio Arcoleo, assertore della ricostruzione dello Stato e maestro di Paulucci de Calboli ecc. ecc,…appoia alla colonna una corona di fiori.(Camilleri)…una corona di fiori davanti al busto di Giorgio Arcoleo, che tanto meritava per essere stato assertore della ricostruzione dello Stato e per avere prediletto tra i suoi allievi Giacomo Barone. (Sciascia). Non si sa se il Duce (o duce) era a conoscenza del fatto che Arcoleo, deputato e sottosegretario, non si ricandidò alla Camera dei deputati alle elezioni del 1900, per protesta contro il decreto Pelloux che reprimeva la libertà di stampa.

Giusto rilievo anche agli episodi che resero burleschi gli eventi e infastidirono il dittatore. Il furto della bombetta... posata per un momento, ripresa: e il duce si ritrovò in testa un cappelluccio a caciotta da clown (Sciascia)… Di colpo tutti ingiarmano, apparalizzati. Pirchì Mussolini si è mittuto in testa non la so bombetta, ma una sorta di caciotta schiacciata a falde larghe. Fora dalla grazia di Dio, il Cavaleri se la leva, la jetta luntano, cerca la bombetta sul muretto e non arrinesci a vidirla (Camilleri). I fischi e la contestazione dei caprai: … Forse subivano l’influenza di qualcuno che a Mussolini voleva dimostrare quanto poco valesse la fazione locale a cui aveva dato fiducia e quanto forte fosse invece l’altra che aveva respinto (Sciascia)… Ora bisogna considerare che la friscata di un singolo pecoraro è capace di superare in altezza e in intensità la sirena di un papore o il fischio di un treno in corsa: figurarsi quando i pecorari sono decine e decine! (Camilleri). Roba da gastrite. Ma il Duce, l’11 maggio ebbe oltre ai fischi anche i fiori delle signore e la cittadinanza onoraria di Caltagirone, città natale di Don Sturzo che in quel periodo era reputato in un periodo di disgrazia nel suo paese natio. Nella cronaca locale, si scrive solo dei tributi e delle onorificenze, del pranzo di gala, degli omaggi floreali, delle dame e dei gentiluomini donanti ed ossequiosi nei confronti del Capo del Governo.

La scomparsa della pergamena, altro episodio gustosissimo, in quella che rischiò di diventare una farsa. Allo smarrimento successe una frenetica ricerca (Sciascia)... Per un attimo, ogni cosa si ferma, si mette in posa in attesa del lampo celeste che distruggerà l’universo criato….Solamente un suono di sottofondo: i frischi dei pecorari infrattati.(Camilleri). Mussolini s’innervosì: strappò un foglio da non si sa quale registro e scrisse (Sciascia). Mussolini perde completamente la pacienza…cava dalla sacchetta un pezzo di carta, ci scrivi sopra ...infila a sua volta il tubo nell’apposito pirtuso praticato nella petra, agguanta la petra, l’assistema nel loculo…afferra la cazzola che un capomastro gli proi … mura la petra, fa ‘nzinga alla banda d’attaccare (Camilleri). Alle dieci, in automobile, Mussolini partiva per Ragusa: piuttosto grigio, ma non dimenticando il bellissimo mazzo di rose, della varietà Remigia, che gli aveva offerto la baronessa Grazietta di San Marco (Sciascia). Rose e galanterie a parte, roba da ulcera.

Come riportato agli atti del Comune, il 9 agosto 1924, Mussolini promise la somma di centomila lire, quasi centomila euro di oggi, per la realizzazione di un asilo nella costruenda città. Probabilmente, anche il serbatoio civico fu finanziato da lui.

E pare che Mussolini ci tenesse molto, a quella città cui aveva dato il nome, e continuamente chiedesse notizie (Sciascia)… “Barone, a che punto è Mussolinia?” Se Mussolini gli sparava un colpo di revorbaro in mezzo alle scapole, di certo faciva meno effetto…(Camilleri). A placare l’impazienza del duce, fu montato un album che dispiegava Mussolinia in tutto il suo splendore (Sciascia) …La matina appresso l’album è supra il tavolino di Mussolini. Il quale a vidiri le fotografie della cità che porta il nome so, quasi quasi si commovi. (Camilleri). Ma ecco che gli venne da Caltagirone, dalla fazione fascista refoulèe (e che pare fosse vicina a Starace), una fotografia in cui la città appariva in riva al mare con la dicitura (Sciascia). Ma comu fu e comu non fu, una mattina ..il segretario..gli posò una busta… Mussolini c’infilò dintra du dita, tirò fora una fotografia, la taliò. Arriconobbe subito con piaciri le torri e il colonnato di Mussolinia. Solo che ora al posto della piazza, c’era un porto col mare, le varcuzze e le riti stise ad asciucari. Darrè c’era scritto (Camilleri)….

Non solo Caltagirone ha la sua città satellite, la sua città giardino, ma adesso anche il mare batte alle sue mura (Camilleri e Sciascia all’unisono).

Da queste ultime frasi, si coglie viepiù la dimensione di beffa.

Epilogo

cms_21487/7v.jpgSe in Sicilia non vi fu una città con il nome del dittatore, lo stesso non poté dirsi per l’altra grande isola regionale, la Sardegna. Il 29 ottobre del 1928, venne inaugurata una Mussolinia in terra sarda, a pochi chilometri da Oristano. Nel 1944, immancabilmente, assunse la denominazione più consona di Arborea, quando il deposto duce, avviato al tramonto della sua vita e di una storia divenuta sempre più tragica, era ormai a capo di una effimera repubblica lacustre, ove contava più la croce uncinata che il fascio. Così ancora oggi lo si conosce, questo paese di poco meno di quattromila anime, molti dei quali di origine veneta e friulana. Non a caso ad Arborea si ha la tradizionale “sagra della polenta”. Nel 2020, a causa del coronavirus, la trentasettesima edizione, prevista per il mese di ottobre, è stata annullata. Da notare che la frazione di Santu Pietru, dove doveva sorgere Mussolinia di Sicilia, ha invece una sessantina di abitanti.

Successivamente, fu l’era delle città sorte nell’Agro Pontino bonificato: Latina, Pontinia, Sabaudia, Aprilia sono ancora lì, con tanti borghi intorno. Hanno attratto “coloni” non solo laziali; molti i veneti.

La voglia di creare centri dal nulla non fu, in Sicilia, appannaggio del fascismo. Negli anni Cinquanta – dunque quando il regime era stato estirpato, v’era ormai la Repubblica e la Sicilia era diventata una regione autonoma –, si fecero sorgere sette borghi, nei pressi del paese di Francavilla, nel messinese, onde adibirli a luoghi di residenza per contadini assegnatari delle terre d’intorno. Borgo Schisina era il principale. Fu un fallimento.

Il pregio di avere una città con il proprio nome è un classico dei dittatori, degli “uomini forti”, dei capipopolo, qualunque sia la loro ispirazione politica e la loro aspirazione programmatica, qualunque sia l’epoca e il luogo nel mondo. Poi, sovente, giunge un momento in cui il voltar pagina e la damnatio memoriae iniziano proprio dal cancellare nomi che ricordino uomini e gesta, una volta scesa la notte – e la morte – su un periodo controverso o assolutamente efferato.

In Trinacria, per trovare qualcosa che, nel Novecento, abbia assunto il cognome di un uomo di vertice, non si può pensare a Mussolini e narrare di una esistente Mussolinia. Divertendosi, si può cercare nel regno di Eupalla, la laica dea che, in un rettangolo verde – o, propriamente, polveroso e brunastro –, suscita passiona, anche nell’isola triangolare.

Quando ancora in Sicilia – come in Italia – c’era tanto da ricostruire, i fratelli Massimino, imprenditori edili catanesi che avevano assunto la dirigenza di una piccola squadra di calcio, decisero di darle una nuova denominazione. Nel 1959, nacque la Massiminiana. Non ci fu Mussolinia, semmai la Massiminiana. Se vogliamo, a prescindere dai protagonisti e dai contesti storici, ciò fa pensare alla particolarità della Sicilia. Un duce che avrà sofferto e sarà restato perplesso, pensando ai fatti siculi e ai siciliani; gli stessi che, a torto o ragione, bene o male, ha tirato fuori dal cilindro l’idea di fare, della storpiatura del proprio cognome, il nome di una squadra che, per di più, disputò buoni campionati in serie C, giocando con formazioni blasonate. Lo stadio del Catania Calcio è dedicato ad Angelo Massimino.

Iniziò la sua carriera in questa squadra l’etneo Pietro Anastasi, fattezze ottomane e fiuto per la rete. A Pettru “u tuccu” andò meglio che a Santu Petru. Infatti, “il turco”, classe 1948, ha avuto una lunga e luminosa carriera, nell’Italia e in squadre come Inter e Juventus. Grazie a una miracolosa coincidenza, fu, da giovanissimo, un reale protagonista nella nazionale italiana, segnando un goal proprio nella (seconda) finale che portò gli azzurri al titolo di campioni d’Europa nel 1968.

Quel ’68 distante poco più di venti anni dalle tragedie del Ventennio ma così lontano da quei periodi cupi; quel ’68 che fu impulso per nuovi radicali trasformazioni.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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