MISTERO OLTRE LA TELA

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Un foglio bianco, non scritto, pronto; un tavolo che guarda lontano; una finestra che svela e nasconde: un mondo carico di messaggi, domande, suggestioni per chi sa leggere e ascoltare. E accanto una sedia vuota, pronta, libera che attende.

Mille cose affollano questi spazi capaci di creatività, di parola, di suono, di luce, di colore. Molte più cose di quelle che servono.

Ma è sempre così: ogni capolavoro offre piccoli dettagli, è fatto di piccoli dettagli.

Servono poche parole , certe parole, per generare un “dire” che potrà appartenere a tutti, che sarà emozione e stupore, che sarà poesia.

Restano sulla tavolozza del pittore la maggior parte dei colori che hanno ottenuto una rappresentazione in grado di attrarre attenzione, di evocare rappresentazioni inedite dentro a osservatori diversi.

Quante sono le note e le parole tra le quali un musicista si muove sino a scegliere proprio quel testo, proprio quella partitura. Tra tutto sceglie qualcosa. E poi va, suona, canta, diffonde.

E così in natura.

In natura qualcosa di simile si compie ripetutamente, fedelmente, nella ferialità dei giorni. Tutto si muove con abbondanza, con generosità, fino a che qualcosa finalmente si compie, nella pienezza, nella bellezza.

In cammino, a capo chino, smarriti dentro pensieri quotidiani, accade, talvolta, d’essere sorpresi da spazi lunghi, profondi, indefinibili, avvolgenti, che inaspettatamente si allargano.

Gli occhi si distendono, inseguono lontane linee di fuga, spaziano, abitano confini inesplorati e godono di restare al limite, proprio in fondo, all’estremo.

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Ecco, non appena diventa possibile spaziare, muoversi senza contenimenti, allungare la vista lungo aperture che portano lontano, più in là, subito il cuore spinge lo sguardo a frugare tra pieghe di vita che non si conoscono ancora.

Nella ferialità il tempo quotidiano, in genere, è tessuto di estrema efficienza e razionalità; tutto è bene incastrato: le troppe cose da fare trovano, in qualche modo, la propria collocazione e il proprio compimento.

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Si calcola, si vive con la misura del risultato, del conveniente, del tutto previsto, del tutto sotto controllo.

Ma non appena si allarga una distesa luccicante di acque in vivace fibrillazione, non appena si intuiscono vette solitarie, alte, maestose, silenziose, il cuore vola, si gonfia di festa, di riconoscenza, di gratuito restare.

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Tutto ciò che è grande, ampio, bello riempie di gratitudine e di pace interiore. Tutto si mette a tacere di fronte al mistero del sole che nasce, che si alza sorprendentemente veloce, emergendo quasi improvvisamente, seppur vegliato, da acque lontane che si colorano della sua luce, della sua vita.

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C’è bisogno di attesa, di desiderio, di respiro profondo. Occorre sostare.

Eppure, lo stesso sole si leva fedele all’alba di ogni altra giornata, anche di quelle frenetiche, cariche di impegni, di ritmi, di sequenze incredibili che affollano le nostre ore di vita.

Sembra uno spreco, nel tempo quotidiano, dedicarsi spazi di silenzio, magari di primo mattino oppure a sera, quando tutto torna a tacere, mentre si levano nell’intimo pensieri importanti, domande profonde, a cui, il più delle volte, si preferisce non dare risposta.

Eppure è lì, in questi tempi ampi, quasi esagerati, di spazio e di silenzio che il cuore si sazia trovando, finalmente, benessere e…profondità.

Non chiede molto la vita, se non d’essere vissuta con pienezza, nel benessere e nella profondità, nella verità che sempre deve misurare il respiro, il desiderio, la ricerca, il fare di ogni giorno.

Fermarsi ad ascoltare il silenzio, riconoscere le luci che possono orientare l’esistere, può sembrare uno spreco, una esagerazione, possibile, disponibile solo per chi non ha cose più importanti da fare. Eppure, basta poco per comprendere le priorità della vita. Aspettare la prima luce del giorno, in silenzio, per imparare ad orientarsi, può sembrare poesia.

E lo è realmente.

Perché solo questa è la pagina buona, la pagina bella, che resterà scritta per sempre nel cuore di chi ha appreso il senso del vivere.

Da lì, piano piano, poi, tutto prende colore, senso, luce, destinazione. Anche se ai più, nel quotidiano vivere, tutto ciò appare una esagerazione, uno spreco, un privilegio.

E’ proprio questo il mistero della vita.

Un compimento che accade nella quotidianità, sotto gli occhi di tutti, ma solo pochi sanno cogliere.

E tutto si ripete. Torna primavera, dopo il silenzio dell’inverno; e poi l’estate, fino all’autunno.

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Si riaffaccia una nuova alba dopo quella stupenda e unica che ci aveva sorpresi il giorno innanzi. E dentro l’avvicendarsi dei giorni accadono cose che in un frammento di tempo, di vita, segnano irreversibilmente esistenze alla ricerca di una luce, di una parola, di un colore, di un messaggio che resti significativo, eloquente, unico nel tempo.

Un frammento, dunque, può rappresentare proprio quel tutto a cui appartiene . E non è comunque limitato, insufficiente, particolare. Contiene, anche se non esaurisce. Parla anche se non spiega tutto. Suscita anche se non fa vedere tutto, ma solo percepire, anzi desiderare.

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Un mistero che ci fa percepire come la vita sia davvero un dono, qualcosa di fragile e potente, di presente e assente. Fragilità e pienezza. Inizio e compimento. Frammento e integrità. Privazione e restituzione. Segno e riferimento.

Lo stupore che ci avvolge quando certi segni risultano eloquenti, quando certe parole disegnano dentro immagini ineffabili, quando certi suoni ci invitano a volare alto, altro non è che il Mistero che ci ha raggiunto nel mistero quotidiano che tentiamo di penetrare, comprendere, rappresentare, condividere. Vuota rimane la sedia del poeta, confusa appare la tavolozza del pittore, indefinita la melodia del musicista sino a che egli non comprende che è il Mistero a comporre la sua Opera, con dettagli che raccontano il Tutto.

(Servizio fotografico realizzato da Marina Tarozzi)

Fausto Corsetti

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