META E L’USO SCORRETTO DEI COOKIE

Dopo 10 anni, l’azienda di Zuckerberg patteggia una pena di 90 milioni di dollari

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Nonostante l’azienda Facebook abbia cambiato nome in Meta già da parecchio tempo, ha ancora gli stessi problemi di un tempo fatti di cause legali, multe o accuse di violazioni della privacy. Uno di questi problemi che l’azienda di Mark Zuckerberg si portava al seguito da quasi 10 anni, era una class action sull’utilizzo improprio dei cookie, andando oltre i termini di utilizzo previsti per gli iscritti al Facebook. Recentemente Meta ha infatti accettato di pagare i 90 milioni di dollari previsti come risarcimento da un tribunale distrettuale del Northern District of California nel 2012, depositando la proposta di patteggiamento presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti a San Jose, in California.

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Il Colosso di Menlo Park non perderà solo la pecunia, ma dovrà anche rispettare tutte le misure di contorno contenute nell’accordo, tra cui eliminare tutti i dati raccolti in maniera illecita. Ma secondo quanto riportato da Variety, la corte dovrebbe ancora esprimersi accettando o rifiutando la proposta di patteggiamento. Ma in cosa consiste esattamente questo illecito? Secondo la denuncia presentata dagli avvocati, Facebook aveva comunicato di non effettuare il tracciamento dopo il log out dal social network, ma in realtà utilizzava specifici cookie per tracciare gli utenti sui siti di terze parti attraverso il pulsante dei “Like” che numerosissime pagine web avevano integrato. Questi cookie sono chiamati in gergo “persistenti”, perché non svaniscono alla chiusura del sito o del browser.

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Ciò significa che, per l’intera durata di vita del cookie (che può essere lunga o breve a seconda della data di scadenza decisa a monte dai suoi creatori), le sue informazioni verranno trasmesse al server ogni volta che l’utente visita il sito web, o ogni volta che l’utente visualizza una risorsa appartenente a tale sito da un altro sito (in questo caso il pulsante “Like”). La denuncia presentata era stata però respinta nel 2017 perché gli utenti non avevano dimostrato la violazione della privacy o di aver subito danni economici, solo successivamente in appello è stata ribaltata la sentenza del giudice di primo grado. Tuttavia, secondo quanto riportato da Reuters, Meta ha negato l’illecito ma ha proposto l’accordo per evitare i costi e i rischi di un processo, così come afferma la portavoce di Meta, Drew Pusateri, in una email: “Giungere a un accordo per questo caso, che risale ad oltre dieci anni fa, è nel migliore interesse della nostra comunità e dei nostri azionisti, e siamo lieti di aver risolto il problema”.

Francesco Maria Tiberio

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