METAVERSO

Un mondo ancora poco umano

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cms_26733/1.jpgNato come evoluzione del già noto social network (Facebook), Meta è oggi dichiaratamente una nuova concezione, un nuovo brand se vogliamo estenderne il concetto, che si inserisce alla perfezione in un contesto sempre più altamente tecnologico in cui si dà alle persone la possibilità di potersi esprimere in maniera sempre più vicina stando però ben lontani l’uno dall’altro. L’utente è passato, seguendo le parole di Zuckerberg, dalla posizione desktop al web e poi al mobile, coinvolgendo in questa dinamica di flusso anche il modo in cui leggere la realtà: dal testo alle foto, sino al video. Meta vuole rappresentare la sintesi di questo cammino tecno-evolutivo che porta l’utente a provare la sensazione di presenza di altre persone, un coinvolgimento a distanza, un ossimoro de facto costituito su una pseudo realtà estesa che ha bisogno di essere caricata di senso dagli stessi attori protagonisti, ovvero noi. Dunque Meta vuole rappresentare un viaggio continuo sotto forma di ologrammi che spezza l’incantesimo del contatto con il mondo delle cose, con le noie della quotidianità (traffico, mezzi pubblici), con le barriere spazio temporali.

cms_26733/2_1657432833.jpgL’utente è chiamato a indossare protesi come visori e occhiali per AR per essere immerso in uno spazio sempre cangiante di piattaforme e luoghi virtuali. Zuckerberg ha voluto non solo trattenere quanto più possibile le persone sul suo social ma cercare di creargli attorno un mondo nel quale sia sempre più difficile staccarsene, alimentando cioè una tecno-dipendenza simile a quella degli stupefacenti. Funzionalità, coinvolgimento, euforia sono le principali istanze di cui Meta si serve per tenere le persone alla larga da qualsiasi velleità di un incontro fisico, prospettando invece un meta-mondo nel quale vi sia un’assoluta nettezza circa l’igiene, la salute, la sicurezza, l’assenza di qualsivoglia pericolo di una realtà sempre più disforica. Basterà occultarsi dietro maschere congeniali allo spostamento sensoriale e potremo accedere a una realtà fatta e vista in prima persona, un interminabile piano sequenza che trasforma le nostre vite disordinate e caotiche in rassicuranti ambienti ovattati e sicuri, in cui non dobbiamo preoccuparci di nulla se non di curare il nostro avatar e fare nuovi incontri.

cms_26733/3.jpgNel fantastico e utopico mondo del metaverso non c’è spazio per bronci, malinconia, infelicità o per sentimenti come odio e paura, ma ci si trova come immischiati in una rappresentazione fittizia simile a un ballo in maschera in cui è stampata sui volti dei tanti avatar, una posticcia euforia mista a felicità. Chi ha provato l’esperienza di Meta parla di uno spazio virtuale nel quale sperimentare una nuova socialità, nel frattempo che essa diventi una realtà a tutti gli effetti, una realtà che però si avvale di metavolti non in grado di recepire la grande complessità del volto umano, costringendolo a una riduzione digitale della superficie espressiva. Micro espressioni facciali e sfumature espressive sono caratteristiche prettamente legate a un oggetto, il volto, dall’iper codificazione e dall’iper connotazione, dettagli che convergono inevitabilmente in un processo di significazione per il destinatario. La VR legata all’abitare il metaverso come altrettanto simili mondi virtuali, riduce la capacità informativa e rappresentativa dei volti digitali ridotti a una generalità semiotica dell’agire sociale che non permette rappresentazioni accurate, interpretazioni cioè più vicine al nostro sentire umano, troppo umano.

Andrea Alessandrino

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