MAESTRE CHE ODIANO I BAMBINI: PERCHE’?

Non si fermano i casi di maltrattamenti tra i banchi di scuola, l’ultimo episodio a Roma

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Ginocchiate, scossoni, ingiurie e minacce: un incubo che si ripeteva ogni giorno per i bimbi di una scuola elementare romana, teatro dell’ennesimo episodio di violenza su minori da parte di una maestra. E’ infatti un’insegnante di 54 anni l’autrice di tante brutalità, emerse in prima battuta dallo sfogo di un collaboratore scolastico: l’uomo avrebbe visto la maestra colpire con una ginocchiata e una sberla un alunno di 6 anni, tenendolo per il braccio. Dichiarazioni che hanno subito fatto scattare le indagini della Polizia di Stato del commissariato Appio, terminate soltanto ieri dopo circa 4 mesi di testimonianze e verifiche. Colleghi, genitori e soprattutto ex alunni (alcuni ormai adulti) non hanno potuto che confermare quanto dichiarato dal collaboratore, in una raccapricciante escalation di crude testimonianze: tanto per dirne una, i piccoli erano costretti a tenere la testa china sul banco per consentire alla maestra di consumare i pasti in tutta tranquillità, per poi sfogare le proprie frustrazioni su di loro. L’ira della 54enne non si fermava neppure dinanzi alla disabilità: la docente avrebbe infilato la testa di un’alunna di 6 anni, affetta da disturbi psicofisici, nel cestino della spazzatura. Negli ultimi anni le violenze – sia fisiche che psicologiche – si sarebbero fatte ancora più brutali, tanto che l’insegnante aveva più volte cambiato classe, in seguito alle proteste di genitori e alunni. Ma l’ultimo atto della vicenda si è svolto ieri mattina, quando il gip di Roma ha emesso le misure di detenzione cautelare per la donna, condannata agli arresti domiciliari. Da chiarire la posizione dell’istituto scolastico, che non si sarebbe fatto carico dell’annosa questione, limitandosi a spostare la docente da una classe all’altra.

cms_6640/2.jpgPurtroppo, non stiamo parlando di un episodio isolato e sporadico: i casi di maltrattamenti tra i banchi di scuola stanno aumentando esponenzialmente con il passare del tempo, complici forse la scarsità delle pene previste e l’abitudine generale alla violenza sui bambini, che ha trasformato terribili storie di abusi in “notizie di routine”. C’è da dire che molte scuole non fanno nulla per scoraggiare il fenomeno, ignorando apertamente la circolare ministeriale del 2006, che prevede la sospensione delle educatrici indagate di violenza sui minori. I dirigenti preferiscono “lavarsene le mani”, delegando qualsiasi responsabilità a polizia e magistratura; intanto, però, gli abusi continuano a fiaccare l’equilibrio psicofisico dei piccoli, scavando ferite profonde nel cuore e nell’anima. Talvolta, anche la Giustizia si mostra fin troppo indulgente con le colpevoli: l’interdizione dai pubblici uffici è solo una delle possibili sanzioni postume, applicata a totale discrezione del magistrato; ciò vuol dire che chi si macchia di un reato tanto infamante potrebbe ritrovarsi a contatto con i bambini a distanza di pochi anni. E potrebbe tornare a far danni, con il beneplacito delle istituzioni. Insomma, il pericolo è sempre in agguato, e non fa di certo dormire sonni tranquilli ai poveri genitori: anche sul fronte della prevenzione, le lacune non sono poche, anzi. La tanto chiacchierata legge sulle telecamere nelle scuole e negli asili nido è caduta nel dimenticatoio: approvata dalla Camera dei Deputati lo scorso 20 ottobre, al Senato non è ancora riuscita a raccogliere il sufficiente numero di consensi, complici le proteste dei docenti. Per la categoria, infatti, si tratterebbe di un provvedimento lesivo della privacy, in grado di condurre a giudizi sommari sull’operato degli insegnanti. A nulla sono valse petizioni e iniziative organizzate dai genitori, rassicurati dalla presenza di un “occhio digitale” in grado di registrare le angherie, cogliendo sul fatto i presunti colpevoli. In realtà, la videosorveglianza negli istituti non è sufficiente a garantire la presenza di un clima disteso e accogliente all’interno delle aule. Installare dei dispositivi “di controllo” serve solo a far sentire in gabbia i docenti, accrescendo ulteriormente in loro il senso di frustrazione.

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Le uniche vere misure preventive da adottare, in queste circostanze, sono quelle che puntano a risolvere il problema alla radice, indagando il labirinto di problematiche e disagi che alberga nell’animo delle responsabili. Quelle che in origine erano maestre dolci e comprensive si trasformano, con il passare dei giorni, in mostri spietati e malvagi, pronti ad abitare i peggiori incubi dei loro alunni: è l’effetto del burnout, complessa forma di disagio psicofisico che interessa anche poliziotti, infermieri, operatori in ambito sociale. In pratica, tutti coloro che svolgono professioni emotivamente stressanti, a contatto con situazioni di grave rischio o con soggetti particolarmente vulnerabili (anziani, bambini, disabili). Nei primi tempi, il coinvolgimento personale conferisce forte motivazione al soggetto, fornendogli una vera e propria iniezione di entusiasmo; pian piano, però, cominciano a farsi spazio livelli sempre più alti di stress, fino a raggiungere il picco di “esaurimento emotivo”. Subentrano quindi sentimenti di alienazione e depersonalizzazione, che portano a sentirsi privati delle proprie energie vitali: nasce così la rabbia nei confronti dei bambini di cui ci si prende cura, inconsciamente ritenuti responsabili del proprio disagio. Nell’anima i valori crollano come un fragile castello di carte al vento, mentre crescono a dismisura sentimenti come il cinismo, l’apatia, l’indifferenza verso i bisogni degli altri. L’insegnante perde se stesso, in un groviglio di sensazioni che lo costringono al malessere psicofisico: spesso si ritrova invischiato nella spirale della depressione o delle dipendenze, instaurando un circolo vizioso che distrugge la sua vita e quella dei bambini. E’ questo ciò che bisogna evitare, prima di ricorrere ad armi di controllo tecnologico: la serenità dei nostri piccoli va di pari passo con quella delle loro maestre, che devono sentirsi supportate da una solida comunità lavorativa e, se necessario, anche da uno specialista. Solo così potranno risolversi i conflitti interni che fanno da barriera nell’interazione con i bambini, conferendo ai cuori la dolcezza e la tenerezza di cui erano colmi in origine.

Federica Marocchino

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