Le proteste in piazza fanno tremare Omar al-Bashir

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Il giorno di capodanno del 1944, per il Sudan non iniziò solamente un nuovo anno ma in un certo senso una nuova fase politica. Da una famiglia di discendenze beduine nacque infatti Omar-al Bashir, l’uomo che avrebbe per sempre stravolto la storia della nazione. Sebbene i suoi natali appartenessero ad un piccolo villaggio a pochi chilometri dalle sponde sudanesi del Nilo, Hosh Bannaga, fin da subito il futuro presidente comprese che il suo destino non era quello di trascorrere la propria intera esistenza in un luogo completamente isolato dal mondo. Egli voleva viaggiare, aprirsi a nuove culture divenendo, a suo modo, un protagonista degli eventi del suo tempo. Fin da giovanissimo si trasferì nella capitale, Khartum, dove scopri la propria vocazione per le armi arruolandosi nell’esercito sudanese, ma evidentemente per lui non era ancora abbastanza. Poco dopo aver compiuto ventinove anni, allo scoppio della guerra del Kippur, egli si trasferì in Egitto dove prestò servizio come paracadutista. In altre parole, a metà degli anni ‘70 aveva già combattuto per ben due Paesi differenti, distinguendosi in ognuno di questi scontri per la sua tenacia ed il suo coraggio.

Tornato in patria, i suoi talenti non poterono che essere notati dalle alte sfere politiche al punto che ben presto ottenne la promozione a colonnello. In quegli anni il primo ministro era Sadiq al-Mahdi, un iman democraticamente eletto con il sostegno del Fronte nazionale islamico, il partito di un suo stretto parente di nome Hassan al-Turabi. Nel giugno dell’89 tuttavia, come purtroppo è accaduto innumerevoli volte nella storia dei Paesi subsahariani, il Colonnello Omar al-Bashir organizzò un colpo di stato per far cadere il governo e per instaurare una dittatura fondata sulla repressione di ogni libertà di stampa e sulla violenza. Sarebbe stato ben difficile tuttavia governare la nazione se non avesse potuto contare sull’appoggio dei musulmani ottenuto, curiosamente, grazie all’appoggio di al-Turabi, il cognato del deposto Presidente.

cms_11563/2v.jpgSu consiglio di quest’ultimo, nel Paese vennero introdotte la Shari’a ed una polizia religiosa in grado di farla rispettare, ma benché l’inedita alleanza fra i due riuscì a trasformare il Paese in uno stato fondamentalista essa non perdurò in eterno. Ben presto, infatti, le plateali uscite e le ancor più emblematiche decisioni di al-Turabi (tra cui quella di offrire a Osama Bin Laden la possibilità di risiedere in Sudan) provocarono non solo un grande imbarazzo ma soprattutto l’isolamento internazionale del Paese. Per risolvere la spinosa questione, il Presidente inviò parte delle sue truppe e dei propri carri armati a deporre l’antico alleato.

Malgrado la riuscita di tale operazione, il sogno del Presidente di raggiungere un disgelo con gli altri stati delle Nazioni Unite si rivelò quantomai effimero, non solo per lo scarso senso democratico manifestato negli anni da Omar al-Bashir quanto per un episodio se possibile ancor più preoccupante… il genocidio del Darfur.

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Il 21 luglio 2001, nel villaggio di Abu Gramra ebbe luogo uno storico incontro fra i leader dei gruppi Zaghawa e quelli Fur. Al termine della discussione, essi giurarono sul corano che avrebbero fatto tutto il possibile per proteggere le proprie terre dal famigerato governo di al-Mahdi, ne seguirono diversi attacchi fra cui quello alla guarnigione militare stanziata ad al-Fashir, durante il quale con sole pochissime perdite riuscirono a distruggere sette elicotteri nemici e un numero non quantificato di bombardieri Antonov.

La tattica dei ribelli era semplice e geniale: muoversi rapidamente con le proprie Toyota Land Cruiser (particolarmente adatte agli spostamenti del deserto), provocare quanti più danni possibili nelle fila avversarie e scappare. L’esercito sudanese subì alcune fra le più umilianti sconfitte della propria storia, al-Bashir, che un tempo era stato un grande soldato, dimostrò di non essere forse altrettanto capace come comandante in capo delle forze militari. Eppure, ciò non vuol dire che egli fosse disposto a rassegnarsi con così tanta facilità alla sconfitta, al contrario, l’esperto colonnello aveva ancora un asso nella manica: i Janjawid.

Sarebbe difficile trovare una definizione univoca per quest’ultimo popolo: essi erano insieme dei guerrieri, dei mercenari e, più banalmente, dei pastori consapevoli che in certe regioni del mondo l’unico modo per prosperare è quello di imbracciare le armi. Immediatamente, essi vennero posti al centro della strategia governativa per reprimere la rivolta: il piano funzionò ma il costo in termini di vite umane e di perdite civili fu elevatissimo…

Furono in molti i rappresentanti internazionali che sollevarono polemiche sulla crudeltà e sull’operato del Presidente sudanese, ma in sua difesa intervenne un insospettabile alleato… Sadiq al-Mahdi, lo stesso uomo che molti anni prima era stato defraudato del proprio ruolo presidenziale proprio da al-Bashir. Dopo un lungo periodo trascorso in esilio infatti, l’Iman aveva finalmente avuto la possibilità di tornare in patria ed ora, non sappiamo se per convinzione o per convenienza, sostenne il Presidente dopo che questi venne accusato di genocidio dalla Corte Penale Internazionale.

cms_11563/4v.jpgAd ogni modo, a distanza di quasi trent’anni dalla sua ascesa al potere Omar al-Bashir è ancora al proprio posto, dimostrando di essere capace di resistere a qualunque nemico interno ed esterno. Eppure, a minacciare la sua egemonia è da poco giunto un nuovo pericolo, forse addirittura più insidioso dei precedenti: nelle ultime settimane infatti migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze delle principali città per chiedere le dimissioni del Presidente. In realtà, i problemi non hanno avuto inizio che nel dicembre scorso quando alcuni studenti liceali hanno invaso il mercato della piccola città di El Gadarif per protestare contro il taglio dei sussidi alimentari al grido di “Presidente sei solo un ballerino!” (Un riferimento all’abitudine del Capo di Stato d’inaugurare ognuna delle sue uscite pubbliche con l’esecuzione di stravaganti danze tribali). Ben presto però, il movimento ha assunto una natura ben più eterogenea ed ora i manifestanti stanno protestando anche per la disonestà del governo, per l’aumento dell’inflazione e più in generale per tutte le depravazioni che hanno dovuto subire negli ultimi anni. Sebbene tali insurrezioni abbiano ottenuto il sostegno del partito comunista locale e di altre importanti associazioni (tra cui quella dei medici, che per l’occasione ha anche indetto uno sciopero) in realtà a scendere in piazza sono soprattutto persone comuni, desiderose semplicemente di assicurare un futuro migliore al proprio Paese.

Com’era prevedibile, il Presidente ha reagito ordinando ai suoi uomini di sparare sui dimostranti; ad oggi, il bilancio è di dieci vittime, tra cui alcuni bambini, ma è destinato inevitabilmente a salire. In particolare, ha destato sbigottimento la decisione delle forze dell’ordine di aprire il fuoco su un ragazzo appena adolescente che si stava recando nella sede del governo per consegnare un innocente lettera in cui richiedeva ad al-Bashir di lasciare il proprio incarico.

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È difficile prevedere come si evolverà la situazione, ma a questo punto appare chiaro che le più probabili soluzioni non sono più di due: o il dittatore reprimerà definitivamente le manifestazioni, approfittando anzi della situazione per rimarcare ancora una volta l’assolutezza del proprio potere, o alcune forze armate decideranno di unirsi alle proteste dando vita a un ennesimo colpo di stato. Quest’ultima, appare in realtà un’ipotesi di assai difficile realizzazione dal momento che il Presidente (forse ricordandosi del modo in cui è salito al governo) ha avuto negli ultimi anni la premura di porre nei ruoli chiave dell’esercito i suoi più fedeli collaboratori, i quali dunque difficilmente potranno tradirlo. In verità ci sarebbe anche una terza opzione, per certi versi la più auspicabile di tutte: quella che al-Bashir possa dimettersi spontaneamente risolvendo una volta per tutte la diatriba… peccato soltanto che ciò condurrebbe quasi certamente il dittatore ad essere dapprima esiliato e in seguito processato all’estero per crimini contro l’umanità. Dunque, questo sogno sembra destinato a rimanere un’ingenua utopia.

Gianmatteo Ercolino

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