Le nuove città ideali degli schermi dei nostri pc

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L’effetto straniante causato dalla situazione emergenziale che stiamo vivendo e che con molta probabilità diventerà la nostra routine, si fa ancora più evidente in un ribaltamento della colonna sonora delle nostre vite. La quotidianità allucinatoria-pandemica stravolge le sonorità che solitamente ci accompagnanavano nelle nostre giornate; in casa cacofonie e traffici linguistici al limite dell’assordante, fuori, nelle strade, silenzi irreali, suoni finalmente veri perché provenienti dall’ambiente e dalla natura primordiale delle cose. Ciò è però nell’irrealtà delle cose sotto l’egida pandemica, cioè non rappresenta la frettolosa e spesso soggettiva normalità sostanziale degli accadimenti. Ce ne accorgiamo nel punto esatto quando le esigenze della sicurezza si ergono a principio regolatore delle cose umane sottomettendo le libertà acquisite da lotte millenarie. Vi è poi a rendere la clausura forzata ancor più densa di rumori e di intolleranze fisiche dovute a una promiscuità non voluta, un ulteriore trambusto, un arcaico tamburo tribale in chiave tecnologica che si fa spazio più di altri nelle nostre case: le tastiere dei computer. Software, app, social non sono mai stati forse così frequentati come in questi mesi; lo schermo ha assunto e ha fatto convergere identità, voci, espressioni, intimità, rumori, che ora convergono assieme a milioni di altri in un concerto caotico a più voci asincrone con ulteriore accompagnamento di tasti nervosamente tamburellanti.

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L’effetto straniante e sostitutivo operato dalle macchine digitali e digitanti sulle piazze reali del Paese svuotato e agonizzante, è un pervicace, lento, profondo e inesorabile de profundis dell’allontanamento dal prossimo. Le distanze tra di noi si allargano non solo a causa di provvedimenti governativi, ma anche perché aiutate dalle angosce esistenziali degli individui rintanati davanti a più sicuri schermi dal riverbero azzurrognolo. Senza rapporti fisici e privi di un tessuto sostanziale di significati trasmessi oralmente, giudichiamo e commentiamo il mondo secondo pesi e valori consustanziali solo al nostro benessere psicologico. Il risultato è una nuova prossemica relazionale che ha abolito la condivisione e la profondità umana degli spazi aperti perché forieri di contagi, e ha invece aperto, spalancato, definitivamente il costituirsi di più sicure, perché asettiche, monadi in cui rappresentare noi con gli altri. Città, paesi, borghi, ogni spazio sociale, socializzante e comunitario lascia il posto ad altre piazze in cui organizzare nuove routine produttive, lavorative, scolastiche; dove fidarsi solo del proprio giudizio e della propria valutazione delle cose e della realtà sotto l’egemonia di una prospettiva soggettiva che confina e allontana un esterno troppo incerto e infido. Ecco allora una paura istintiva che ci pone come masse rassegnate all’ineluttabile sopravvivenza sotto forma di vite sempre più mascherate e celate al prossimo.

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Nam June Paik

Serpeggia un virus molto più pericoloso di quello attuale, ed è la cascata quotidiana di messaggi destabilizzanti, contraddittori che appaiono sulle nostre bacheche, ovvero su quei mondi artificiali dove l’incombente si materializza sotto forma di quelle paure istintive di cui sopra da ritrasmettere velocemente a quanti più abitanti del pianeta possibili, in un corollario proselitistico costituito in prevalenza da emozioni epidermiche riluttanti alla riflessione razionale. Crollate mura, scomparsi fossati e ponti levatoi, siamo ristretti improvvisamente in milioni di abitazioni in cui ricostruire fittizie megalopoli costituite da solitudini digitali e onnivore di immagini, tempo, esperienze, sensazioni appiattite su un eterno presente privo di una memoria e dell’esercizio di saperi resistenti alle ondate tsunamiche della globalizzazione. Il vuoto delle strade non è la possibilità di una forma consapevole per sedimentare responsabilità mai assunte prima, ma luogo di paure, rischi, poteri totalitari tesi a sopprimere rigurgiti di libertà. Meglio allora abbracciare la sicurezza dei propri domicili, immergersi nelle abissali profondità di schermi totalizzanti, connessioni impalpabili e stringersi in relazioni lontane rigidamente amorfiche e instabili emotivamente.

Andrea Alessandrino

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