Le lezioni di Weber per i professionisti della conoscenza - Prima parte

Il sociologo tedesco affronta il dilemma tra motivazioni irrazionalistiche e necessità di organizzazione razionale nelle professioni

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L’opera di Max Weber intitolata “Il lavoro intellettuale come professione” è stato pubblicata in italiano dalla casa editrice Mondadori nel 2006, con una riedizione nel 2018. Il libro si compone di tre parti: l’introduzione scritta dal filosofo italiano Massimo Cacciari; il capitolo primo intitolato “La scienza come professione”; il capitolo secondo intitolato “La politica come professione”.

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Introduzione. L’introduzione è composta da tre parti, ovvero: “Scienza e valori”, “Le due città”, “Responsabilità, colpa e decisione”.

Nel primo paragrafo, intitolato “Scienza e valori”, Cacciari fa riferimento alla relazione esistente tra l’avalutatività della scienza e la dimensione assolutamente valoriale, seppure di valori in conflitto ed in divenire, che caratterizzano l’oggetto della scienza in ambito sociale, ovvero l’essere umano e le sue costruzioni sociali e politiche. Viene fatto un riferimento alla razionalità della scienza moderna come valore in sé. Il principio di razionalizzazione è essenziale nella logica weberiana. Tuttavia, occorre distinguere tra razionalità e razionalismo. Weber rifiuta il razionalismo come forma fideistica, scientistica. La scienza deve rinunciare alla pretesa di essere un “modello per la vita” affinché possa affermare il predominio della razionalità, nonché all’esercizio di una egemonia sui valori dell’uomo. Essa deve specializzarsi nell’applicazione della razionalità senza travalicare il proprio ambito epistemologico. Si viene quindi a creare una contraddizione tra la scienza come dimensione razionale e l’agire umano. Si configura una gerarchia tra gli enti valutati dalla scienza pura, che grazie alla razionalità cerca delle regolarità, e le manifestazioni dell’umano che mancano di tale purezza e che dunque dovrebbero essere considerate come inferiori. Tuttavia, tale scelta sarebbe priva di scientificità. La scienza, pertanto, può solo stabilire le relazioni tra valori senza mai stabilire delle gerarchie o degli ordinamenti. Di conseguenza, esiste una ineliminabile dimensione conflittuale tra la avalutatività della scienza e quella dimensione valoriale dell’uomo, che è oggetto dell’indagine scientifica soprattutto nelle scienze sociali, che trova la sua trasposizione nella dialettica tra “vocazione scientifica” e “vocazione politica”.

Nel secondo paragrafo, intitolato “Le due città”, viene proposta la contrapposizione tra politica e scienza. L’unità della dimensione civica viene quindi ad essere rotta attraverso la contrapposizione tra scienza e politica. Da un lato la scienza ha delle pretese di esercitare qualche forma di potere politico. Dall’altro lato la politica cerca una legittimazione di carattere scientifico. Tuttavia, scienza e politica hanno un “nemico” comune che è costituito dalla dimensione metafisica-religiosa e naturalistica. La scienza infatti nega che la natura sia di per sé uno strumento per giungere alla verità. E la politica nega di par suo che essa abbia un qualche mandato o una qualche finalità di carattere religioso e metafisico. Tuttavia, scienza e politica tornano a contrapporsi nell’ambito dei valori. Da un lato, infatti, la scienza ritiene di essere libera e di non dover scegliere tra i valori, mentre le proposizioni politiche sono fondate nel conflitto dei valori. La politica, di fatto, è possibile soltanto se i politici ritengono di essere portatori di una visione valoriale che sia migliore di quella degli avversari politici. La scienza è libera dal conflitto valoriale sul tipo di società e di umanità. La politica è fondata ed immersa nel conflitto valoriale. La politica quindi, assai più della scienza, deve essere rivolta, ispirata ed orientata ad una dimensione etico-morale. I politici tendono ad essere dominati da un imperativo categorico al quale devono in una qualche misura credere, essere cioè convinti di avere la visione giusta del mondo. E tale convinzione, che fa parte delle competenze professionali del politico, deve essere costruita nella dialettica tra “etica della convinzione ed etica della responsabilità” (pag. XXIV). La scienza è libera da tale contrapposizione valoriale, tuttavia essa pure non può risolvere il conflitto dei valori attraverso l’applicazione della logica scientifica, non può ergersi a giudice dei valori che ispirano i politici, né tantomeno gli scienziati possono bollare le proposizioni politiche di irrazionalità. Anche perché, aggiunge Cacciari, l’esercizio della politica come manifestazione di valori richiede un’attività di razionalizzazione. Quindi la scienza è priva della capacità di scelta ordinamentale delle proposizioni politiche a fondamento valoriale. La dimensione del politico e della scienza sono entrambe sottoposte ad un processo di razionalizzazione che è tipico del moderno, tuttavia la prasseologia, ovvero i metodi esplicativi di funzionamento di tale razionalizzazione differiscono. I politici fondano la razionalità sulla scelta valoriale etica. Gli scienziati usano la razionalità e non possono scegliere le proposizioni politiche valutandone la razionalità. Lo scopo del politico è quello di organizzare l’esistente sulla base di valori, una finalità del tutto estranea all’agire scientifico. Vale a dire che politica e scienza condividono la razionalità del moderno, sebben tale razionalità sia applicata a finalità distinte prive di conciliazione. Scienza e politica convergono nella volontà di dominio, poiché anche la scienza è orientata al dominio dell’esistente. Tuttavia, nel conflitto tra scienza e politica la scienza vince la politica se quest’ultima perde razionalità.

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Nella terza parte dell’introduzione, intitolata “Responsabilità, colpa e decisione”, si fa riferimento alla dimensione etico-morale delle professioni intellettuali. In modo particolare, Cacciari apre il paragrafo considerando che il politico deve credere ai propri valori non in modo egotistico né per vanagloria o boria, quanto per convinzione di poter cambiare il mondo con la sua visione valoriale. Viene ripresa l’idea della politica come conflitto dei valori, tra i quali il politico sceglie per “vocazione” i propri e lotta contro gli altri per affermarli. Esiste una inevitabile dimensione di conflitto nella politica che invece sembrerebbe essere assente nella scienza. La scienza non può scegliere tra i valori, può stabilire delle relazioni tra le diverse proposizioni politiche in contrapposizione. Tuttavia, la vittoria politica avviene se la proposizione politica incontra il bisogno dell’avversario, la quale circostanza presuppone il fatto che il politico, pure scegliendo una visione valoriale, sia in grado di conoscere anche le altre in contrapposizione e di formulare una risposta che possa essere utile e risolutiva anche per gli avversari. Esiste però anche un senso di colpa del politico, che pure riconoscendo la validità delle altre proposizioni politiche non può condividerle e deve avversarle. Tuttavia, il politico può essere animato da una etica della responsabilità e della colpa se pure credendo nella superiorità della propria visione politica e valoriale evita di negare le altre e di distruggerle nell’affermazione assolutistica delle proprie proposizioni politiche. Non v’è dunque una vittoria certa weberiana. Il conflitto tra le proposizioni politiche permane ed opera fintanto che, ovviamente, agisca attraverso gli strumenti della razionalità moderna. Weberianemente non v’è terzo che possa risolvere il conflitto tra le proposizioni politiche, e non v’è proposizione politica che possa assolutizzarsi divenendo parte terza rispetto ai valori in conflitto. Infine, Cacciari fa riferimento alla visione del politico come eroe proposta da Weber considerando che è eroe “[…]

chi si batte fino all’ultimo per la propria convinzione, senza mai pensare che la sua lotta sia salvifica e la sua politica messianica” (pag. XLVI). Nella parte finale Cacciari sintetizza le posizioni politiche di Weber che vedeva la Germania impegnata in una politica di potenza e di relazioni internazionali con i paesi dell’Europa centrale in funzione anti-russa.

La scienza come professione. Si tratta in realtà di una conferenza che Weber tenne nel 1917 presso una associazione di studenti democratici in Baviera. Il testo fu successivamente elaborato per la stampa nel 1919. Weber inizia la sua conferenza svolgendo delle riflessioni sul rapporto tra l’esercizio dell’attività di ricerca in Germania e negli Usa. Weber mette in risalto le difficoltà per i giovani di intraprendere un percorso di ricerca e insegnamento accademico a causa degli scarsi mezzi disponibili. Esiste una ampia inefficienza nei meccanismi che conducono i giovani ad occupare delle posizioni accademiche. Inoltre, viene posta in risalto la contrapposizione tra attività di ricerca e attività di insegnamento. Taluni sono bravi nella ricerca e pessimi nell’insegnamento e viceversa. Sussistono poi notevoli limitazioni di carattere etnico, finanziario e valoriale che possono ostacolare un giovane anche brillante nella sua carriera accademica.

In seguito, Weber fa riferimento alla necessità per il ricercatore di essere motivato dalla passione, dai valori, da una sorta di credenza nella sua missione, senza i quali attributi immateriali risulta essere impossibile intraprendere con successo il mestiere dello scienziato o del ricercatore. V’è infatti spesso un senso di vacuità che lo scienziato, anche sociale, può provare, per il fatto d’essere impegnato in lunghi calcoli e congetture le quali pure approdano al nulla o portano a poco. Weber inoltre analizza il processo di creazione e superamento delle proposizioni scientifiche alle quali il ricercatore deve dedicarsi come “un artista”. Le proposizioni scientifiche infatti richiedono un processo di messa in discussione che possa comportare anche il loro superamento. Weber fa riferimento all’idea di progresso nella società occidentale che ha informato il processo scientifico. Il progresso scientifico appare come un’opera di continuo arricchimento senza fine, che comporta la crescita insieme dei mezzi e dei fini, e rispetto al quale sembra che si sia verificato un processo di rimozione della finitudine dell’esistenza. Tale rimozione considera il finire degli enti come assurdità, come impossibilità. Ciò deriva sostanzialmente dal fatto di considerare lo sviluppo come un fenomeno lineare, tipico della modernità, a differenza degli antichi che invece avevano una concezione ciclica dell’esistenza. Lo scienziato ha quindi un ruolo sociale, deve essere in grado di portare la conoscenza alla società sconfiggendo le tenebre dell’ignoranza attraverso il sole della verità. Per Weber, lo scienziato ha quindi come fine la ricerca della verità ed ha sempre un ruolo di carattere sociale. Weber ritiene che due siano gli elementi che hanno fondato la scienza nel senso di grande opera di razionalizzazione occidentale ovvero il concetto, inventato dai greci, e l’esperimento scientifico inventato nel Rinascimento. Tuttavia, la scienza non ha la risposta ai problemi esistenziali dell’essere umano ovvero non offre soluzioni alle domande sul senso dell’esistenza.

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Inoltre, Weber critica i professori universitari che fanno politica durante le lezioni accademiche considerandoli poco professionali. Weber critica però anche gli studenti quando questi cercano di trovare nei professori delle figure di guida piuttosto che dei semplici insegnanti. L’errore degli studenti consiste nel fatto di considerare i professori universitari come dei capi, come dei leader, laddove essi svolgono banalmente l’attività di insegnamento e ricerca scientifica. La scienza tuttavia deve essere tenuta distanza dalla religione e lo spirito di religiosità degli uomini, che pure esiste, non deve essere offeso dalle promesse di una finta scienza irrazionalistica. Quanto invece proprio la consapevolezza che la scienza non offre né salvezza né profeti dovrebbe consentire di rivolgere lo spirito religioso verso ambiti che siano più consoni a tale manifestazione dell’animo umano. Weber conclude la conferenza sostenendo quindi che lo scienziato deve seguire il proprio compito razionalmente, professionalmente e tecnicamente, seguendo tuttavia la propria dimensione valoriale e le proprie profonde motivazioni che lo sostengono nell’esercizio dell’attività di ricerca.

Angelo Leogrande

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