La tragedia dell’hotel Rigopiano e le identificazioni

Come l’inconscio elabora l’accaduto

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È passato qualche mese dalle prime scosse di terremoto in centro Italia e pochi giorni dalla disgrazia dell’hotel Rigopiano di Farindola, travolto, la scorsa settimana, da una valanga che ad oggi ha provocato diverse vittime e tiene ancora nascosti i corpi di alcune persone.

Milioni di persone sono rimaste incollate alla tv per vedere e sentire ora per ora le notizie di quella tragedia. Se ne è parlato per giorni e quella che è rimasta impressa è l’ondata di emozioni generate dalla notizia del ritrovamento dei primi morti, dal salvataggio dei primi sopravvissuti, dalla speranza di trovarne altri, dal lavoro dei vigili del fuoco e di tutte quelle persone che si sono prodigate per il salvataggio dei sopravvissuti.

Ora che l’ondata di emozioni sta calando possiamo affrontare con maggiore lucidità un aspetto di queste tragedie che non tutti riescono ad osservare. Proviamo a rifletterci insieme. La valanga sull’hotel Rigopiano è stata senz’altro un evento doloroso per tante persone, ma se ci pensiamo un attimo, nel mondo avvengono quotidianamente fatti simili, a volte più a volte meno eclatanti, ma sempre ugualmente dolorosi. Non solo, nel mondo ci sono paesi in guerra da anni, famiglie che vivono nel terrore, sotto una pioggia di bombe e proiettili. Pensate ai bambini che vivono in quelle situazioni, cosa stanno provando? Quanto resteranno segnati psicologicamente, alcuni anche fisicamente, da quelle terribili esperienze? Ci sono milioni di persone che soffrono la fame, bambini che muoiono per mancanza di cibo. Pensate alla loro sofferenza, pensate al dolore delle loro mamme che li vedono spirare tra le braccia. Sono forse meno importanti quelle tragedie?

Perché ci emozioniamo così tanto per ciò che accade vicino a casa? Perché ci scaldiamo così tanto per gli atti di “eroismo” dei soccorritori in Abruzzo e non siamo minimamente toccati dai tantissimi eroi che giornalmente cercano di fare del bene dove c’è carestia e guerra, a volte lasciandoci la vita? La risposta a queste domande, anche se forse non appare chiara a tutti, in realtà è molto semplice. Si tratta dell’identificazione.

Come ho scritto nel mio libro “Le 3 Menti Inconsce”, l’essere umano è un mammifero dotato, come tutti gli altri animali, di tre cervelli e tre coscienze distinti: Il Sé fisico, il Sé istintivo ed il Sé mentale. Non trattiamo ora della coscienza dell’Io, la nostra vera identità, di cui sappiamo ben poco e che dorme per il 95-99% del tempo, limitiamoci a parlare del mammifero umano, perché i comportamenti di cui stiamo trattando appartengono esclusivamente a lui.

La componente emozionale del mammifero è il Sé istintivo. È una coscienza che ha come obiettivo la socializzazione e per il quale, gli affetti ed il branco sono la cosa più importante. Ora, il Sé istintivo vive di identificazioni. Quando veniamo concepiti, il Sé istintivo si identifica con la mamma, nei primi anni di vita si identifica con la famiglia, durante l’adolescenza si identifica col branco e da adulti le sue identificazioni possono variare in base al suo livello di maturità emotiva. Più un essere umano è evoluto e ha raggiunto una sana maturità emotiva e più le sue identificazioni tendono a svanire, al più si identifica con tutta l’umanità. Meno evoluto è il Sé istintivo, o minore è il grado di maturità emotiva, e più ristretto sarà il gruppo con cui si identifica. Un Sé istintivo molto immaturo si identifica solo con sé stesso o con la sua famiglia, ad un gradino superiore di maturità si può identificare con il rione dove vive (avete presenti le competizioni tra i rioni di alcune città?). Ad un gradino superiore ci si identifica con una regione o un insieme di regioni (pensiamo a molti aderenti al partito politico della Lega), ad un gradino ancora superiore con il popolo di una nazione (pensiamo al coinvolgimento emotivo che proviamo quando ci sono le olimpiadi o i mondiali di calcio).

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Ecco dunque che l’identificazione è la risposta alla domanda che ci siamo posti più sopra. Ci facciamo coinvolgere emotivamente quando qualcosa tocca da vicino i nostri affetti, estesi, generalmente, fino alla nazione in cui viviamo. Siamo molto coinvolti se una persona della nostra famiglia ha un problema e tale coinvolgimento si estende ai nostri connazionali quando capita qualcosa di particolarmente grave. Ma non basta, perché il nostro Sé istintivo si faccia coinvolgere è spesso necessario che le notizie ci vengano raccontate con immagini e parole particolarmente forti e cariche di emozione. Questo è il Sé istintivo.

Non siamo tutti colpiti allo stesso modo. Il grado di coinvolgimento varia in base alla nostra maturità emotiva, ma anche al grado di razionalità del Sé mentale che potrebbe soffocare l’accesso alle emozioni. Conoscete qualcuno particolarmente “freddo”, lucido, incapace di esprimere emozioni, qualcuno che non si commuove mai? Qua non si tratta di maturità emotiva, una persona siffatta probabilmente avrà vissuto la tragedia di Rigopiano in modo distaccato, non per un sano distacco dagli eventi che implica però una partecipazione empatica e spesso costruttiva, ma solo perché il Sé istintivo è stato messo a tacere dalla fredda razionalità del Sé mentale.

Speriamo che certi tragici eventi non si debbano ripetere, ma nel caso, proviamo ad osservarci, proviamo ad ascoltare cosa ci dice il Sé istintivo con le sue emozioni, proviamo ad ascoltare cosa dicono i freddi pensieri del Sé mentale, proviamo a sentire invece l’empatia e proviamo ad estenderla fuori dai confini nazionali. Fino a dove riusciamo ad arrivare? Riusciamo a percepire che ci sono altri popoli che vivono i nostri stessi problemi fuori dal nostro territorio e oltre gli oceani? Fino a dove riusciamo a “sentire”? Chi “sente” non è più ne il Sé istintivo, ne il Sé mentale, chi sente è l’Io, la nostra coscienza risvegliata.

Antonio Origgi

Tags: Antonio Origgi, Sé mentale, Sé istintivo, Rigopiano, tragedia, terremoto, emozioni, maturità

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