La salute: un optional economico?

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Quando ad essere tagliati non sono gli sprechi, ma i servizi, la cosa si fa pericolosa, soprattutto se tale scelta è applicata in ambito sanitario. Perché alla ‘salute malata’ non si può rimediare in un secondo momento. Perché i quattro miliardi in meno alle Regioni finiscono per ridurre i servizi degli ospedali e delle Asl, sebbene gli sprechi continuino a perpetrarsi. Erodere i servizi, anziché mettere ordine nella spesa, ha conseguenze gravissime sui cittadini.

Tutte le strategie assunte dai vari governi che si sono susseguiti, dati alla mano, mostrano come il ceto che era medio fino a qualche anno fa - ora divenuto povero - non ha più accesso a tutti i servizi sanitari, non riesce a pagare il ticket, per cui ci si pensa due volte prima di andare a farsi curare o prima di andare in farmacia per acquistare un medicinale.

Certo, rispetto ad altre nazioni, che se la passano peggio, il nostro sistema sanitario regge ancora una fascia di persone deboli, ma con questa nuova stangata fino a quando potrà far fronte ancora? Perché ciò che stiamo registrando è la mancanza di fondi per la prevenzione. Che ne sarà delle giovani generazioni, in fatto di salute, visto che già in altri settori gli si preclude ogni via?

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L’Italia, che ha un PIL del 7% all’anno, investe troppo poco anche in salute, vista la stessa media dei paesi Ocse, nonostante questi ultimi abbiano rallentato la crescita degli investimenti in sanità.

Se si tiene conto, per esempio, dei costi per le vaccinazioni, questi coprono una fetta alta ma decrescente di popolazione: c’è sempre meno gente che fa sottoporre i propri figli alle vaccinazioni, ma che da adulta accede sempre meno ad esami importantissimi, come gli screening oncologici, che negli ultimi dieci anni sono stati offerti gratuitamente. Oggi, specie nel Sud Italia, i test per la prevenzione anticancro sono in netta discesa, perché a pagamento e costosi. La gente deve decidere se curarsi o dare da mangiare ai propri figli, a causa della considerevole riduzione di potere d’acquisto anche di quel che avanza del ceto medio.

Questo è il grave e grande cambiamento della vita degli italiani. Per esempio, si sta rinunciando sempre di più al dentista, considerato un medico secondario rispetto a tanti altri specialisti, perché “per i denti c’è più tempo, rispetto ad altre priorità”. In Italia, per la salute dei denti l’offerta pubblica è pressoché inesistente. A farne le spese sono anche i bambini: fino a qualche anno fa nelle scuole pubbliche c’era almeno una volta durante l’anno scolastico il medico incaricato di promuovere la prevenzione. Ora niente più: non ci si pre-occupa più di tutto questo. Lo Stato sembra interessato ad altro. E quel ch’è peggio è che non si tratta solo di dentista, ma di minori controlli medici, da parte dei genitori, dei loro bambini dal pediatra. Qual è la diretta conseguenza di tutto ciò? L’aumento delle malattie infettive, che colpiscono, per l’appunto, soprattutto i bambini.

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In un Paese dove dovrebbe vigere la parità di reddito e livello scolastico non dissimile, in realtà, vivere al Nord o al Sud fa la differenza. Lo dicono i dati di ammalati diabetici, obesi e pazienti affetti da livelli elevati di colesterolo. Se la gente si alimenta con quel che può comprare, approfittando del sottocosto, con la progressiva rinuncia al cibo sano e all’attività fisica, le conseguenze drammatiche sono inevitabili.

Ma tutto questo sembra non pre-occupare la politica, avendo, i politici, la gratuità delle spese mediche e di ogni altro privilegio, tutti sostenuti da noi contribuenti.

Leonardo Bianchi

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