La letteratura perde Philip Roth

Morto a 85 anni l’eterno candidato al premio Nobel

La_letteratura_perde_Philip_Roth.jpg

Se n’è andato martedì 22 maggio scorso, a causa di un arresto cardiaco, uno dei pilastri della letteratura americana. Philip Roth, nato nel 1933 a Newark nel New Jesey, di origini ebreo-americane, è stato uno scrittore che ha segnato un epoca con le sue opere ironiche e irriverenti, che non si sono mai risparmiate nell’evidenziare il troppo conservatorismo della società americana e il bigottismo della comunità ebraica, di cui lui ha fatto parte sin dalla nascita. Senza pudore i suoi scritti raccontavano questo ed altro, tanto da attirargli allo stesso tempo simpatie e antipatie da parte dei lettori, per cui ancora è accesso l’eterno dibattito: con o contro Roth?

cms_9280/2.jpg

Addio Columbus e i cinque racconti fu il romanzo d’esordio di Roth in cui criticò, con il suo modo di fare cruda satira, la psicoanalisi e l’ebraismo. Ma l’opera che l’ha reso celebre è stata, senza ombra di dubbio, Il lamento di Portnoy, in cui il paziente ossessivo Portnoy, disteso su un lettino, racconta le sue nevrosi sessuali. Un’opera considerata da molti scandalosa. L’orgia di Praga, La controvita, Pastorale americana (grazie alla quale vinse un premio Pulitzer), Ho sposato un comunista, La macchia umana e Il fantasma esce di scena sono altre sue opere che vedono come protagonista il personaggio, alter ego di Roth e voce narrante, di Nathan Zuckerman.

cms_9280/3.jpg

In ogni opera di Roth c’era sempre tanto di lui, che criticava lo schematismo della società, l’antisemitismo in America degli anni ‘40, la guerra di Corea ed altre manovre del governo statunitense negli anni che hanno portato al ‘69, un periodo di svolta in cui tra i lettori di questo scrittore fuori dalle righe si faceva sempre largo la possibilità di una rivoluzione ideologica. Comicità e satira pungente, quella usata dallo scrittore americano nei suo scritti, che lo ha tenuto per una vita intera sotto scacco delle continue critiche che reputavano blasfeme le sue opere.

Nel 2012, a 79 anni, Roth aveva annunciato pubblicamente di voler abbandonare la narrativa, perché, a sua detta, sentiva di aver dato il meglio di sé fino a quel punto della vita e che quindi nessuno scritto successivo sarebbe stato migliore di quelli precedenti. Questa sua decisione era dovuta anche al dissidio interiore che gli provocava la scrittura ogni giorno, che lui viveva come un momento di isolamento, lontano da tutti e da tutto. Inoltre, aveva dato disposizione che dopo la morte i suoi scritti dovessero essere distrutti.

cms_9280/4.jpg

Roth era stato più volte uno dei candidati alla vittoria del premio Nobel. La notizia della sua dipartita arriva poche settimane dopo da quella della cancellazione dello stesso premio, per lo scandalo che ha travolto l’Accademia svedese.

Ci lascia uno scrittore, ma soprattutto un rivoluzionario della prosa, che senza troppi fronzoli andava dritto al punto, colpiva il centro, l’origine dei problemi che hanno afflitto la società moderna, di cui lui aveva vissuto tutte le tappe: seconda guerra mondiale, dopoguerra, anni ‘60, guerra fredda e anni 2000. Tanti cambiamenti visti, vissuti, criticati, incarnati e ironizzati nel pensiero delle masse, che spesso Roth ha voluto raccontare ai suoi contemporanei e ai posteri, come una sentenza troppo dura da digerire. Quest’ultima osservazione, molto radicata nella sua prosa, partorisce la famosa citazione dello stesso autore: “Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”.

Francesco Ambrosio

Tags:

Commenti per questo articolo

[*COMMENTI*]

<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


News by ADNkronos


Salute by ADNkronos