LU CASTAGNU DI LI CENTU CAVADDI

Sant’Alfio, Sicilia

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In un continente europeo spazzato dai venti di guerra e ripiombato inopinatamente in quella bellicosità tra Stati che si credeva sepolta da decenni, quando tra Russia e Ucraina si combatte casa per casa, uomo contro uomo, in una inarrestabile escalation di morte, c’è un luogo di pace e di naturale eternità; verde, come la speranza.

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Contrada Carpineto del Comune di Sant’Alfio, Sicilia, prime pendici dell’Etna, versante sud-orientale del vulcano. La nostra riflessione parte da qui, ammirando un gigante millenario, un castagno che risale a circa 2.200 anni fa; datazione, questa, fissata nel 2022 dal CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), in virtù di uno studio basato sul DNA delle foglie, così da potersi porre in discussione la tesi di una età tra i 3.600 e i 4.000 anni.

Sorprendente in ogni caso, il nostro protagonista.

Vivissimo, verdissimo, frondoso e capace di regalare i suoi frutti, lo abbiamo incontrato e osservato, girandogli intorno, tra ricci e castagne generosamente regalate al suolo.

Un luogo incantevole, francamente ben tenuto e attrezzato, che richiama giustamente un buon numero di visitatori. Lo si raggiunge procedendo da Giarre, bel centro del catanese non lontano da Acireale, splendida nelle sue tracce barocche, nonché da Taormina e Giardini-Naxos, turisticamente rinomate a livello internazionale. È poco distante dall’autostrada Catania – Messina e vi si arriva in pochi minuti, uscendo dallo svincolo per Giarre. Per chi vive in Sicilia e per chi pur limitatamente soggiorna in Trinacria, è pressoché d’obbligo trovare tempo e modo per vedere, percepire, godere ed emozionarsi in virtù dell’incontro con lui, un capolavoro della natura.

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È denominato “Castagno dei Cento Cavalli” (Lu Castagnu di li Centu Cavaddi) ed è un vivente “monumento messaggero di pace nel mondo”, stante il riconoscimento dell’UNESCO nel 2006, in coda ad apposito convegno internazionale tenutosi a Sant’Alfio. Era stato dichiarato monumento nazionale nel 1965. Premi e vittorie, quando questo vegetale siciliano idealmente si muove e si pone a confronto con altri fratelli verdi. Ad esempio, è stato, a livello italiano, “Tree of the Year 2021”, prevalendo su altri tre castagni, quelli di Grisolia (Calabria), Nardo (Abruzzo) e Laion (Trentino Alto Adige).

Strutturalmente, lu Castagnu, alto più di venti metri, è composto da tre fusti che si ergono dal terreno come se si trattasse di tre separati alberi, mentre invece risultano uniti. Ne deriva che si possa entrare nello spazio esistente tra essi, trovando un rifugio che uomini e bestie hanno utilizzato da sempre. Un’area alquanto ampia, tanto da potersi ospitare, sotto un alto tetto di fronde, trenta cavalli (così Pietro Carrera, 1571 – 1647, nell’opera “Il Mongibello”) o trecento pecore (così Antonio Filoteo) oppure decine e decine di persone (attualmente, stante una opportunissima recinzione che circonda a debita distanza l’albero, ciò è precluso; così come è severamente punita, giustamente, qualsiasi azione dannosa verso di esso).

Narra una leggenda, a tal proposito, che le chiome del castagno diedero riparo, durante un temporale, a una sovrana e a circa un centinaio di cavalieri del suo seguito. Per taluni, si tratterebbe della regina Giovanna I d’Angiò (quattordicesimo secolo), per altri della regina Giovanna d’Aragona (tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo); talora si fa cenno a Isabella d’Inghilterra, moglie di Federico II (tredicesimo secolo). Cambia poco. Anzi, la proverbiale riservatezza dei siciliani, quando si toccano argomenti intimi, induce a non fornire certezza sulla protagonista femminile. Invero, sta di fatto che la leggenda non si basa semplicemente sull’essersi riparati dalle intemperie ma anche – e soprattutto – dall’avere con diletto speso utilmente le ore in quel rifugio, divenuto luogo di sensualità. La denominazione del patriarca vegetale risente, evidentemente, della colorita leggenda.

Pare che tra i tre polloni vi sia stata una casetta. Di sicuro, in un suo celebre dipinto datato intorno al 1777, il pittore, incisore e architetto francese Jean-Pierre Louis Laurent Houel (1735 – 1813), che aveva effettuato due viaggi in Sicilia (nell’ambito dei così detti “grand tour” europei), immortalò il Castagno con “dentro” la costruzione.

Si legge in un cartello, posto dal Comune di Sant’Alfio e dal Club UNESCO di Acireale in prossimità del magnifico vegliardo: “Meta agognata in ogni tempo e rifugio di uomini e donne di qualsiasi condizione, uniti tutti dal comune desiderio di ritrovare se stessi mediante il pacifico contatto con la natura ancora incontaminata e dunque potenzialmente ispiratrice di messaggi sovrumani ed eterni che, attraverso l’albero, fanno riscoprire l’assoluto che c’è dentro ciascuno di noi. Accanto a quest’albero ci si sente in armonia con la natura; in pace con i nostri simili e con l’Universo intero, giacché le passioni ed i travagli interiori si acquietano, gli animi ritrovano il loro equilibrio ed i corpi il loro benessere ….

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Verissimo. Trovarsi dinanzi a questo splendore consente un immediato far parte della natura e apre il cuore e la mente alle migliori riflessioni. L’uomo, la cui esistenza si computa in pochi decenni, praticamente diventa nulla se paragonato a questo castagno testimone di una Sicilia arcaica e dei suoi mutamenti storici. Gli esseri umani, che si entusiasmano – e si tranquillizzano, nella speranza di briciole di vita in più – quando registrano nel mondo i loro centenari e ne declamano le perduranti capacità, possono solo restare muti guardando il gigante che sfida il tempo, profuma di eternità e genera ossigeno dalle sue foglie nonché castagne, da oltre due millenni.

È un incontro positivo e fortunato. Si coglie l’immensità, la propaggine del divino o comunque di un livello neanche di facile fruibilità per la fugacità umana. C’è un oltre. Se l’uomo pensasse alle proprie braccia come rami, alle proprie gambe come tronchi, al proprio sangue come linfa e al proprio destino come costruzione di bellezza, rifletterebbe sulla insensatezza delle ferite e delle mutilazioni patite in guerra, sulla brutale follia del non fare fluire più la vita, sulla inutilità di un giorno in cui di dimentica la grandezza del creato e non si ringrazia per quello che ci è stato donato.

Questo magico organismo vivente determina pure altre sensazioni, connesse alla sua immutata produttività, a onta dei millenni trascorsi. Torniamo alle significative parole concepite dal Comune e dal succitato club. “Il luogo, ammirato per la sua selvaggia facies da tutti i visitatori settecenteschi e ottocenteschi, è stato e continua a essere simbolo di evocata fertilità. Il Castagno infatti è testimonianza della potenza generatrice della natura fecondante e, a sua volta fecondo e fruttifero, è rinomato universalmente per essere simbolo della forza della vita che nasce e sempre si rigenera. Attorno al suo tronco richiama da tutto il mondo coppie di innamorati e così perenne ed infinito diventa il dialogo tra gli uomini e la natura in un connubio senza fine che coinvolge insieme la ricchezza e la fertilità dell’albero e del suolo e l’operosità dell’uomo”.

Diciamo la verità; quale migliore testimone di pronunciate promesse di eterno amore potrebbe esservi, diverso da questo abbracciante e calamitante albero, baciato dal sole siciliano da un tempo così remoto da sembrare eternità?

cms_27991/2_1666498521.jpgIl Comune di Sant’Alfio reca, nel suo stemma datato 1929, proprio lu Castagnu centenario. Evidentemente, per i santaffioti – che nel ‘29 erano circa 4.000 e oggi, un secolo dopo, circa 1.600 –, era motivo d’orgoglio la presenza dell’albero nel loro territorio.

Non era visto, in quegli anni di autonomia comunale (separazione da Giarre), come attrazione turistica che favoriva l’economia del paese, anche perché il turismo, all’epoca, non esisteva nell’accezione attuale.

Lu Castagnu era “amato” proprio per la sua bellezza e la sua storia. Lo abbiamo percepito personalmente intorno alla fine degli anni settanta del secolo scorso, dal modo in cui ce ne parlava un amico originario di quelle zone.

Andando indietro nel tempo, ci rendiamo conto, comunque, che è stato per secoli oggetto di ammirazione e di orgoglio per i siciliani. Infatti, il 21 agosto 1745, con atto del Tribunale dell’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia, si è concepita la sua tutela naturalistica. Ancora un primato per la Sicilia, che mostrava sensibilità di matrice ecologica, fin da allora. Carta canta.

cms_27991/3v.jpgA meno di mezzo chilometro dal Castagno dei Cento Cavalli, lasciato il Comune di Sant’Alfio e giunti in quello di Mascali, si trova un altro albero dello stesso tipo; plurisecolare sebbene non di età rapportabile al sopra descritto, non raggiungendosi, ancorché di poco, i 2.000 anni. Si tratta del “Castagno di Sant’Agata” (santa venerata nell’oriente siculo etneo, nonché patrona di Catania), detto anche “Castagno della nave”, forse per la forma della ceppaia che somiglia allo scafo di un vascello. Anch’esso vitalissimo e ricco di foglie e frutti, ha una circonferenza di 23 metri e un’altezza di 19 metri. L’atto di tutela ambientale del 1745 riguarda pure questo vegliardo.

A differenza del gigante più celebrato, il Castagno mascalese è situato in una proprietà recintata e, semplicemente, sporge protetto da un muro e da un cancello. Ricci e castagne imperlano un tratto della strada provinciale 84, quella che da Sant’Alfio sale verso i punti più panoramici dell’Etna.

Proprio ponendo mente all’essere, le sue fronde, connotazione del paesaggio stradale e dunque caratterizzazione del percorso dei viandanti, potrebbe darsi spiegazione del terzo nome, in vernacolo, attribuibile all’albero: Arrisbigghiasonnu. E ciò sia perché, senza distrarsi e senza “dormire”, occorreva fare attenzione ai rami sporgenti, onde evitare che, se assopiti sui carretti, si cozzasse contro di essi, “risvegliandosi” di botto; sia perché la generosa chioma ospitava tantissimi volatili, il cui cinguettio teneva desto chi passasse da quella strada.

Il castagno è un albero che simboleggia la protezione, potendosi trovare riparto intorno a esso; ma rappresenta anche il binomio forza-umiltà: solo con la seconda, si può ritenere sacra la prima. Pare una perfetta sintesi delle migliori caratteristiche degli esseri viventi, nonché la fusione tra femminile e maschile.

Russi e ucraini trovino, in un abbraccio, nuova spiritualità sotto il Castagno. Ciascuno di noi si senta protetto, pensando o vedendo tanto splendore della Natura. E ognuno sappia discorrere di pace mentre i raggi del sole accarezzano e imperlano le fronde eterne del gigante.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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