LOTTE E BISCOTTI

Dalla Tunisia alla Francia e all’Italia, la strana storia del nome di uno dei biscotti più famosi della pasticceria italiana

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No, non è un errore di battitura. Ma in genere ai biscotti si abbina il latte la mattina, non delle lotte. E qui si parla addirittura di lotte sindacali. La domanda a questo punto diviene ancora più chiara: cosa avranno mai in comune lotte sindacali e biscotti? Se escludiamo casi singoli di tensioni tra lavoratori e grandi compagnie produttrici di dolciumi, assolutamente nulla. Eppure, per vie traverse che emergono dal multiforme universo delle umane vicende, queste due dimensioni lontane tra loro si sono intrecciate in una parola: crumiro. Vi è capitato mai di sentir parlare di crumiri? Se sì, probabilmente i casi sono due: o si parla di lavoratori che non aderiscono ad uno sciopero, oppure dei deliziosi biscotti da latte tipici del Piemonte. O magari conoscevate già entrambi, e forse qualche volta vi è persino venuto in mente che si trattasse di una bizzarra coincidenza della lingua italiana. Peccato che questa parola non sia italiana ma francese, eppure le sue radici non sono neppure europee, bensì nordafricane.

Entrambe le definizioni nascono infatti dalla stessa radice, e per risalire ad essa dobbiamo fare un salto in Tunisia, dove vivevano i Khrumir, una tribù guerriera del Maghreb. A quel tempo noi italiani avevamo aspirazioni coloniali sulla Tunisia, dove esisteva una nutrita comunità di nostri connazionali (formata prevalentemente da pescatori e contadini siciliani), ma la Francia - prendendo a pretesto proprio le frequenti scorrerie dei Khrumir tra Tunisia e Algeria, già colonia francese dal 1830 - fu più rapida nell’avviare la guerra d’invasione nel 1881, generando una crisi diplomatica tra i governi italiano e francese poi sfociata in una guerra a base di dazi doganali e vari “sabotaggi” commerciali diretti e indiretti che procurò danni enormi all’economia italiana, soprattutto a quella delle regioni meridionali. Tutto questo è passato poi alla storia come “Schiaffo di Tunisi”. Ma torniamo ai Khrumir. Questi, infatti, portarono a lungo avanti la lotta contro le truppe francesi, divenendo famosi per la loro terribile ferocia. I giornali francesi ed europei si riempirono di racconti riportati da soldati e viaggiatori, che insistevano molto sulle atrocità subite dai prigionieri francesi da parte di quei guerrieri, il che li trasformò – agli occhi dell’opinione pubblica europea – nel prototipo del beduino selvaggio, un immaginario “colonialista” che ancora ci portiamo dietro inconsciamente: se quando pensate al Nordafrica vi vengono in mente uomini col turbante sui cammelli, armati di scimitarra e fucile che vagano per il deserto assaltando le carovane, quello a cui state pensando non è un generico nordafricano, ma l’immagine di un khrumir come lo avevano conosciuto i francesi.

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In un’epoca qual era l’Ottocento, pervasa dall’immaginario colonialista e che vedeva la nascita della pubblicità in senso moderno, non era inusuale che qualche imprenditore si adeguasse a questa tendenza per venire incontro ai gusti della clientela dando nomi “orientaleggianti” a un nuovo prodotto per meglio piazzarlo sul mercato. Infatti, della “notorietà” dei Khrumir approfittarono due pasticcieri, l’italiano Domenico Rossi di Casal Monferrato e il francese Auguste Redon di Confolens, a fini di promozione commerciale. Il primo fu Domenico Rossi, di cui si racconta che ideò i suoi biscotti krumiri nel 1878, anno della morte di re Vittorio Emanuele II, ai cui baffi a manubrio rimanda la forma del biscotto stesso. Leggenda vuole addirittura che li cucinò la prima volta per meglio assorbire i sonori postumi di sbornia che lui ed i suoi amici si erano procurati dopo una notte in taverna a bere. Gustosa aneddotica sicuramente, ma basandoci esclusivamente sulla testimonianza dei documenti d’archivio una prima attestazione dei krumiri la ritroviamo solo nel 1884, quando furono presentati e premiati all’Esposizione Generale Nazionale di Torino. Risale invece a molto più tardi - era il 1895 - la creazione dei dolcetti di pasta di mandorle di Confolens da parte Auguste Redon, che li chiamò kroumirs. Semplice coincidenza dettata dalla contingenza storica o plagio bello e buono? Probabilmente non lo sapremo mai.

Quanto visto finora vale per i biscotti, ma ancora non abbiamo svelato cosa c’entrino le lotte operarie con tutto questo. Presto detto. Dopo la conquista della Tunisia, la Francia ottenne il controllo di tutto il Maghreb, dal Marocco alla Tunisia. Da quel momento il termine krumiro – che, come abbiamo visto, era diventato sinonimo di “feroce beduino” - fu usato come insulto razzista per riferirsi a tutte le popolazioni del Nordafrica, indistintamente. Quando i lavoratori del porto di Marsiglia proclamarono lo sciopero il 28 febbraio 1901, dato che ancora all’8 di aprile lo stesso non accennava minimamente a terminare, le perdite economiche per commercianti e armatori marsigliesi iniziarono a diventare consistenti. Data la situazione, qualcuno suggerì di sostituire gli scioperanti - per la maggior parte italiani - con immigrati nordafricani, generalmente chiamati krumiri dai francesi, appunto. E fu con questo termine che il quotidiano socialista Avanti! del 31 marzo 1901 designò un gruppo di lavoratori italiani che erano stati ingaggiati per sostituire gli scioperanti. Il termine passò così dal francese all’italiano, non più come epiteto razzista ma come insulto verso quei lavoratori che - contro le indicazioni del sindacato - si rifiutavano di partecipare allo sciopero, entrando definitivamente nel vocabolario nostrano dopo uno sciopero dei carbonai a Genova nel giugno dello stesso anno. In quell’occasione venne costituita, con la complicità dei datori di lavoro, la Lega cattolica di lavoro (12 giugno 1901), col preciso scopo di reclutare i lavoratori durante gli scioperi ed evitare quindi il blocco delle attività.

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Da quel momento, il termine crumiro venne utilizzato per indicare i non scioperanti. Per noi, esseri umani di un tempo molto improntato ad un diffuso “presentismo”, risulta difficile credere che il nostro più intimo essere sia condizionato dal peso del passato, anche lontano nel tempo. Eppure, se il semplice biscotto che inzuppate nel latte può raccontare una storia così complessa e affascinante, forse è il caso di riconsiderare l’importanza che il passato ha per noi, sia come comunità che come individui. Perché il passato sarà pure terra straniera, ma sa tante cose di noi. Più di quanto noi presumiamo di sapere su di lei.

Michele Lacriola

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