LIBANO, È CRISI DI GOVERNO

IL Paese è al collasso, continuano gli scontri in seguito all’esplosione di Beirut

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Scenari dai risvolti apocalittici, sono quelli che scaturiscono dall’attuale situazione libanese. Un Paese in preda a veri movimenti riottosi, manifestazione chiara di un forte malcontento generalizzato che include tutte le fasce della popolazione civile e prescinde anche dalle divergenze tra le varie comunità religiose. Non per altro, ad oggi, il Libano, si configura come uno dei paesi mediorientali considerati centri nevralgici dei fragili equilibri peculiari dell’area del mediterraneo orientale. La violentissima deflagrazione che il 4 agosto scorso ha raso al suolo il porto di Beirut e le zone residenziali limitrofe, avvertita per kilometri avendo prodotto una scossa di magnitudo 3.5, ha costituito solo il detonatore di una preesistente pressione socio-economica che affliggeva da anni il paese, e che ha incontrato in questo spiacevole pretesto, una valvola di sfogo. L’esplosione a fungo, le cui terrificanti immagini ricordano gli indelebili fatti di Hiroshima e Nagasaki, che è costata la vita a più di 100 persone, secondo il bilancio riportato dalla Croce rossa Libanese, producendo 4mila feriti e procurando danni irreparabili alle abitazioni confinanti e lasciando senza casa 300mila persone di cui 80mila bambini, sarebbe stata causata, secondo le ricostruzioni fornite dell’accaduto, da un incendio divampato in un deposito di fuochi d’artificio, maldestramente localizzato a ridosso di un magazzino allestito allo stoccaggio di 2750 tonnellate di nitrato di ammonio.

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Secondo le evidenze riportate dall’emittente qatariana Al Jazeera, infatti, nel 2013, la nave che trasportava il carico del materiale in questione, dovette attraccare nel porto di Beirut per un guasto al motore e nell’applicazione delle leggi libanesi, si dispose il sequestro dell’imbarcazione e del carico, il quale fu stoccato nell’hangar 12 del porto, mentre si lasciò che l’equipaggio si disperdesse. Da allora risulta che i funzionari delle dogane tra il 2013 e il 2017, preoccupati per le condizioni in cui la consistente quantità di nitrato di ammonio era stato collocato nel porto e consapevoli del suo grado di esplosività in determinate circostanze, avrebbero inviato agli uffici preposti, 5 lettere di segnalazione, le quali non avrebbero mai ricevuto risposta. È evidente, dunque, che si tratti di una catastrofica conseguenza della mala gestione della dirigenza amministrativa di uno dei porti più importanti del Mediterraneo e non solo. Questo stesso metro di valutazione, è stato esteso a tutta la classe politica dirigente libanese, accusata di negligenza dall’opinione pubblica nazionale, per l’ammontare di molteplici fattori negativi, accumulatisi esponenzialmente a partire dalla dichiarazione di default da parte del primo ministro Hassan Diab, annunciata lo scorso marzo, che avrebbero contribuito a far sprofondare il paese nel caos. Il governo, avrebbe infatti in questo modo ammesso la sua sconfitta nel non essere riuscito a risanare il debito di 1,2 miliardi di dollari di obbligazioni emesse in valuta estera, gravando su un’economia già pressoché collassata, con un debito pubblico in crescita esponenziale e un rapporto debito/Pil al 170%, che aveva già collocato il Libano tra i primi tre paesi al mondo con il valore del rapporto debito/Pil più alto, provocando la perdita dell’ancoraggio con il dollaro e il crollo del valore della sterlina libanese, con la conseguente diminuzione del valore d’acquisto da parte della popolazione.

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Le manifestazioni scoppiate poi in seguito all’incremento della tassazione sul tabacco, carburante e servizi di messaggistica, avevano dovuto necessariamente attenuarsi per il lockdown, il quale non ha fatto altro che peggiorare la situazione, innalzando il livello di disoccupazione al 25% e infierendo su questo circolo vizioso. Intanto da marzo il governo stava portando avanti difficili negoziati con il Fondo Monetario Internazionale, per pianificare un piano di aiuti e agevolazioni, ma l’estrema pressione esercitata dal malcontento popolare, ha spinto l’esecutivo a dimissioni immediate. Intanto, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha sollecitato l’assunzione di profonde riforme nel paese, e ha chiesto di ascoltare le richieste dei cittadini che sono scesi in piazza per protestare dopo le devastanti esplosioni del 4 agosto nel porto di Beirut. «In questo momento di prolungata tristezza e frustrazione, la rabbia dei libanesi è palpabile. Le loro voci devono essere ascoltate», afferma Guterres in un incontro organizzato dalle Nazioni Unite per informare i suoi membri sulla situazione in Libano.

Federica Scippa

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