LE MINIERE IN SICILIA HANNO IL COLORE DEL SOLE E DELLA LUNA (Parte II)

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Per tutto l’Ottocento, la Sicilia fu il maggior produttore e fornitore mondiale di zolfo. In Sicilia ci sono gli unici siti al mondo dove la produzione di sale avviene interamente nel sottosuolo.

A Proserpina, la regina degli inferi, e a sua madre Cerere

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Carusi e caruse, profitto e patimenti

cms_19743/2v.jpgCiaula scoprì la luna per caso e restò sbalordito. Così narra Pirandello in una nota novella che egli innesta nelle dinamiche della vita di miniera. Ciaula era un giovane minatore e può risultare rappresentativo di una vita con tante ombre – appena violate da fioche luci di lanterne –, buio costante e la sorpresa di un chiarore inimmaginato.

La condizione di sudditanza e di miseria era compagna dei lavoratori. Un’esistenza in cui le ore erano scandite dalla fatica. La ricchezza e gli agi, ai padroni. In miniera entravi da bambino e ne uscivi vecchio di stanchezza, non soltanto di età.

Nella scala socio-economica, si riusciva forse a creare una gradazione. Parrebbe che gli zolfatari, pur in condizioni non agevoli, risultassero più abbienti – o meno disperati – dei salinari e dei contadini. Sfaccettature, ancorché non irrilevanti.

Non avrebbe dovuto essere luogo per donne, eppure lo fu. Il lavoro in miniera femminile è misconosciuto, ma furono più di cento, le lavoratrici, cui va aggiunto il numero di quelle “clandestine”. Era un lavoro quodammodo infamante, giacché si trovavano nelle gallerie, gomito a gomito, con uomini per giunta seminudi.

cms_19743/3v.jpg A maggior ragione, le miniere non avrebbero dovuto vedere il lavoro minorile o, peggio ancora, infantile. Invece, nei cunicoli più angusti, i bambini erano apprezzatissimi per la loro utilità. L’imprenditoria può essere spietata, si sa. Al contempo, il bisogno non guarda in faccia nessuno, neanche chi ha ancora il volto dell’innocenza della verde età. Il fenomeno dei “carusi” e delle “caruse” – bambini e bambine – in miniera è forse quello che induce a maggiori riflessioni. Angeli nell’inferno.

Affinché potessero rientrare in città provenienti dalle sedi minerarie, a Enna si dedicava loro la festa della “Madonna de’ carusi”. È una tradizione secolare. Ancora oggi, ogni prima domenica di settembre, è una ricorrenza sentita, pur non essendovi più – sia lodato il Cielo! – carusi da gettare negli ingranaggi della produttività. Per diversi decenni, la Madonna è stata portata a spalla dai “carusi” delle miniere. Oggi, non essendoci “carusi”, il fercolo è portato a spalla dai “picciriddi” della confraternita della Madonna delle Grazie.

cms_19743/3b.jpg I Siciliani – e non solo loro – hanno conosciuto le viscere della terra, hanno strappato oro bianco e oro giallo lì dove non giunge la luce del sole e della luna del “caruso” Ciaula. I Siciliani hanno scavato gallerie e ci hanno lavorato; hanno estratto, picconato, trasportato. Lo hanno fatto nella loro splendida isola e, da emigranti, in terre lontane, pure sporcando e incallendo le loro mani in miniere diverse rispetto a quelle del luogo natio. “Il sole nasceva ma io non lo vedevo mai, laggiù era buio. Nessuno parlava, solo il rumore di una pala che scava, che scava. Le mani, la fronte hanno il sudore di chi muore …” (“Una miniera”, New Trolls – 1969). Viene da pensare a Marcinelle, al nero carbone. È un’altra storia, pur sempre di dolore e sudore, rispetto a quelle scritte nello zolfo e nel sale; ma è innegabile la similitudine nel duro lavoro. La “Lega zolfatai” di Piazza Armerina, in un manifesto dello scorso secolo, collegò il disastro di Marcinelle del 1956 con la tragedia avvenuta nel 1958 a Caltanissetta, nella solfara Gessolungo. Nel giorno di San Valentino del 1958, ci furono 14 morti tra minatori adulti e carusi. Nella stessa miniera, nel 1881, ne morirono 81, tra cui 19 carusi, dai 6 ai 14 anni, di cui nove rimasti senza nome. Sono sepolti nel Cimitero dei Carusi, a Caltanissetta, nei pressi della miniera Gessolungo. La miniera nissena fu chiusa solo nel 1986.

Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, cha siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene”. (“The Road to Wigan Pier”, 1937, saggio sui minatori inglesi di George Orwell). Minatori di ogni dove, di ogni miniera, di ogni materia estratta. Simili, non uguali.

E torniamo ai minatori di Sicilia, torniamo ai loro cantori. Come Alessio Di Giovanni, poeta e drammaturgo nativo di Cianciana, nell’agrigentino, in un noto suo componimento dedicato alle solfatare, caratterizzanti il paese di origine. Il padre, neanche a dirlo, era proprietario di miniere. Egli scrisse dei lavoratori:

Parinu di la morti accumpagnati!

Vistuti scuru ca li cunfunniri

‘Mmenzu lu scuru di li vaddunati.

A du’ a du’, o suli, stanchi ed avviliti,

Ni la muntata spuntanu affannati,

Aà nun ni ponnu cchiù…Nun li viditi?

Parinu di la morti accumpagantiti!

Dal romanzo “Cuore negli abissi” dello scrittore Nino Di Maria, nativo di Sommatino, paese nisseno famoso per l’estrazione dello zolfo, è stato tratto il film “Il cammino della speranza” (anno 1950) del regista Pietro Germi. Si narra di vite già grame, rese ancor più drammatiche dalla chiusura di una miniera a Favara, nell’agrigentino, dei tentativi di occupazione della miniera stessa da parte dei lavoratori, della necessitata scelta dell’emigrazione, per giunta in condizioni di illegalità.

Suggestivo è quel che narra Stefano Vilardo, scrittore nativo di Delia, nel nisseno, amico di Leonardo Sciascia: “Sono nato … in un paesetto della Sicilia. Paese di contadini e di zolfatari: umili pazienti accomodanti i primi, violenti prepotenti sciarrieri i secondi. La mattina della domenica non era raro aggiornasse morto ammazzato per le strade, ché il sabato si ubriacavano come porci e ci mettevano poco a sfoderare i leccasaponi più micidiali delle pistole, ché da un colpo di pistola la puoi scampare, mai dalla lama del leccasapone stricata d’aglio nella pancia”.

Nel solco del lavoro minerario, si è pensato all’offerta di alloggi ai lavoratori e, ancor più, alla creazione di veri e propri villaggi residenziali. Villaggio Mosé vicino ad Agrigento, Villaggio Santa Barbara (c.d. Terrapelata) in prossimità di Caltanissetta, Villaggio Albavilla a Lercara Friddi e Villaggio Cantiere a Villarosa, rappresentano la concretizzazione di mirati progetti urbanistici risalenti agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.

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Usque ad sidera, usque ad inferos

I Siciliani riescono a toccare gli estremi. La santità e la dannazione, il coraggio di uomini di Stato e la mafia. Vette e abissi ideali ma anche fisici. L’astronauta Luca Parmisano, siculo nativo di Paternò, guarda negli occhi le stelle, rischiando: chissà se lui, così distante dalla superficie, ha mai pensato ai suoi corregionali d’altri tempi intenti, sotto il suolo, a rischiare – là dove l’immaginario situa i demoni – per lo zolfo che odora di inferno o il sale che attosca la pelle.

Ci si affrancava dalla durezza della miniera e si auspicava un futuro diverso per i figli, magari scalando le gerarchie lavorative.

Lo sapeva bene un lavoratore che, classico “caruso” di soli nove anni divenuto capo zolfataro, ebbe come nipote Leonardo Sciascia. Tra i colpi di piccone e i tratti di penna, evidentemente, può esistere un’inimmaginabile connessione.

Lo sapeva bene un altro, originario della mineraria Lercara Friddi, che pare essersi comprato, grazie allo zolfo, il biglietto per l’America, per Nuova York, per “Broccolino”. Ebbe un figlio che avrebbe tenuto ben stretti i rapporti con la Sicilia, così tanto da essergli storicamente attribuita una centralità nello sbarco degli Alleati in Sicilia nel 1943. Dallo zolfo possono nascere belle storie ma anche vicende tragiche, pensando a quel figlio. Salvatore Lucania, il suo iniziale nome, meglio conosciuto come Lucky Luciano. Mafia e ancor più.

Si potrebbe dire che di zolfo, idealmente, odorano le corde vocali di Frank Sinatra, il cui padre era originario della medesima Lercara Friddi. Per chiudere il cerchio – e dare spunto ad altre considerazioni, tra leggenda e cronaca –, non può sfuggire che Frank e Lucky si incontrarono.

cms_19743/4b.jpgLuciano co-fondò il “sindacato del crimine”. Che l’unione faccia la forza è un principio immanente, insito nella storia dell’uomo. Lo ha compreso, con la carica innovativa di natura delinquenziale, il succitato boss al quale si deve la concretizzazione di un’organizzazione per “famiglie” mafiose. Ma c’è anche, e soprattutto, l’aggregazione per difendersi, per chiedere il rispetto di basilari diritti, per assistersi in mutualità, per essere una parte compatta. L’esperienza sindacale – quella onesta – ha sicuramente caratterizzato la realtà mineraria, mentre intanto, nell’era dei “fasci siciliani” di fine Ottocento, si toccava con mano la rivendicazione delle masse meno fortunate, ispirate al pensiero democratico e socialista.

Innegabilmente, si deve anche alla lotta, più o meno sindacalizzata, dei lavoratori delle miniere, la spinta a cambiamenti che han reso moderno il sistema giuslavoristico. Sotto certi aspetti, la miniera è divenuta, ancor più che un laboratorio tecnico, una fucina di idee. Affermò Sciascia: “La zolfatara ha rappresentato una grande apertura sul mondo, una grande occasione di presa di coscienza per l’uomo siciliano”.

È pur vero che la realtà delle miniere non possiede, in maniera generalizzata e profonda, le caratteristiche della classica e nitida contrapposizione tra datore e manodopera, essendovi più elementi derogatori. Tra essi, quelli ricollegabili alla capillare presenza della mafia, parassitaria e apparente risolutrice, edificatrice o mantenitrice di neo feudalesimo, in primis concettuale.

La creazione di Enna come capoluogo di una nuova provincia va intesa pure nel senso di una fascistizzazione in zone della Sicilia che il regime dell’epoca temeva fossero consegnate ai partiti delle masse proletarie, le stesse impegnate nelle miniere e nelle campagne.

Non può sorprendere, in quest’ottica, la visita che Mussolini fece, nel 1937, presso il distretto minerario di “Grottacalda”, in Valguarnera Caropepe (Enna). Il dittatore, noto amante dell’esibizione tra il popolo e a favor di popolo, scese in miniera, assieme agli operai, fino alla profondità di quattrocento metri. Tre anni prima, il fascismo con una apposita legge aveva escluso il lavoro di donne e ragazzi al di sotto dei sedici anni: non è dato sapere se, in quella miniera, ve ne fossero, specie all’indomani dell’apparizione ducesca. Sta di fatto che, sotto il profilo della tutela dei lavoratori, le regole erano poco rispettate. È da rilevare che nel 1886, anno della prima legge italiana sul lavoro minorile, la legge Berti stabiliva l’età minima in 9 anni. Successivamente, la legge 19 luglio 1902, n. 242, che restò in vigore fino al 1934, la fissò in 12 anni.

Nello stesso periodo della eclatante visita di Mussolini, tantissimi per lavorare avrebbero pensato di arruolarsi tra i “volontari” fascisti della guerra di Spagna, a sostegno di Francisco Franco e dei nazionalisti. Ben poco di ideologico, sia chiaro: la fame spinge a tante cose, in terre dove persino il lavoro durissimo delle miniere era un “lusso”.

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Era un sistema, quello delle miniere, di grandi disuguaglianze sociali ed economiche ma che, nel complesso, pareva garantire equilibri alle varie componenti umane che ruotavano intorno al lavoro. Si enumeravano sfruttati e sfruttatori, certamente; ma la sopravvivenza in Sicilia – pur in una vita durissima – era possibile per centinaia e centinaia di famiglie. Le miniere erano vita ma anche morte, in epoche in cui la legislazione di tutela era sconosciuta o muoveva i primi passi.

Possiamo però dire che è cambiato qualcosa davvero in tutta Italia? Possiamo vedere realmente, nelle miniere, l’esemplificazione classica e unica di un lavoro secondo paradigmi vetusti, come se oggi, in costanza di una ampia e completa normazione, non vi fossero tracce del morire o dell’ammalarsi in relazione alla prestazione lavorativa? Le cronache, crude e funeree, impediscono rosee risposte.

La Sicilia come l’araba fenice

In Sicilia, i primati – come quelli del sale e dello zolfo – si dissolvono, si polverizzano. Lasciano persino solo scorie.

Quando le miniere tendevano a morire – non è ben chiaro se per esaurimento o per equilibri mondiali da garantire o per valutazioni economiche oppure per un po’ tutte queste ragioni – si aprì la stagione di un’altra pietra da perforare: ed ecco il petrolio. Non più zolfo e sale dalla pietra, ma “olio”. Dall’oro giallo e bianco, all’oro nero.

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Nuove cattedrali, altamente inquinanti, fecero la loro apparizione in Sicilia, nella seconda metà del secolo scorso. Una benedizione economica – si pensò – con qualche “piccolo sacrificio”. Falde acquifere compromesse, aria irrespirabile e, abissus abissum invocat, comunità pesantemente incise nel senso di una irregolare urbanizzazione, del mutamento radicale di orientamento economico, della stessa idea della vita, della ricchezza, dei programmi esistenziali, del tipo di studi da compiere o da interrompere. Altre storie e ulteriori vicende di mafiosità rapace.

Benessere diffuso, nessuna galleria, nessun piccone. Casi tumorali e costi sociali, ma la ricchezza obnubilava taluni. Giacimenti, pozzi, raffinerie, petrolchimico. Benvenuti in Texas!

Oggi, mentre anche questo settore è in crisi, restano da porsi tante domande.

Anche perché, su quell’aereo precipitato nel pavese, a inizi anni Sessanta del secolo scorso, dopo un decollo da Catania, si potrebbe innestare un infinito discorrere. E sulla figura del morto eccellente, Enrico Mattei – il quale incentrò sulla “ricchezza della Sicilia” l’ultimo suo discorso pubblico, il 27 ottobre 1962, nella piazza di Gagliano Castelferrato (Enna), all’epoca paese di zolfatari –, si potrebbe narrare e considerare. Chi tentò di farlo, Mauro De Mauro, sparì nell’inferno di quel nulla che non colpisce il naso come lo zolfo, che non colpisce la lingua come il sale, ma che colpisce le coscienze come la mafia.

Il riscatto e la rinascita di una terra passano attraverso il ricordo, la memoria, l’apprendimento di lezioni e la operosità cosciente, dignitosa e legale. Il sudore dei minatori possa essere, idealmente, il nutrimento di ogni speranza economica e sociale.

Restano cattedrali nel deserto di ieri e di oggi. E domani ne resteranno di ulteriori. Ma la Sicilia, si sa, è come l’araba fenice. Da sempre è abituata a “cummattiri”. E i siciliani, combattenti indomiti, san risorgere dalle proprie ceneri, mille e mille volte.

LE MINIERE IN SICILIA HANNO IL COLORE DEL SOLE E DELLA LUNA (Parte I)

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Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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