LE GEMELLE KESSLER E FRANK SINATRA

Istantanee d’autore

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Avevo 6 anni quando mi innamorai delle gemelle Kessler.

All’incirca quando ne avevo 8, scrissi una letterina e la spedìi al famoso indirizzo di viale Mazzini 14, che sentivo sempre ripetere in TV.

Ricevetti “una risposta” 20 anni dopo.

Durante un programma TV, rispondendo ad una domanda del presentatore, raccontarono della lettera di un bambino italiano che chiedeva loro di aspettare che diventasse adulto per sposarle.

Non riuscivo a crederci! Ricordavo benissimo quella lettera.

Poco tempo dopo erano in cartellone all’Eliseo di Roma con lo spettacolo KesslerKabaret.

Comprai il biglietto e quel giorno le aspettai all’ingresso del teatro.

Quando arrivarono, mi presentai e raccontai tutto, compresa la forte emozione che stavo vivendo.

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Ma anche loro erano emozionate.

Allora ero consulente di alcuni programmi TV; lo dissi nella conversazione e chiesi se potessi eventualmente invitarle.

E così cominciò una bella amicizia e una collaborazione.

In seguito mi invitarono anche a Monaco per assistere al loro nuovo spettacolo.

Il bambino che rimaneva incantato ogni volta che le vedeva in Tv, si ritrovava a casa, o al ristorante o in auto o a scherzare con quelle figure della fantasia che erano diventate realtà.

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Fu un periodo intenso perché a qualsiasi redazione le proponevo come ospiti, erano accettate con piacere. E così per qualche anno organizzai il loro lavoro in Italia, servizi fotografici, spostamenti e via dicendo.

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Imparai a conoscere i loro caratteri, diversissimi, ma che si armonizzavano come se fossero di un’unica persona. Ellen, impetuosa e mente organizzatrice; Alice, riflessiva, pacata e dotata di una ironia irresistibile.

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Con loro ho potuto vivere una delle esperienze più interessanti della mia vita professionale: l’incontro con Frank Sinatra.

Molti anni prima loro avevano lavorato un mese in un suo show in un Casino di Las Vegas e mi chiesero di trovare il modo per poterlo salutare in occasione del suo ultimo concerto a Roma.

Chiamai l’organizzatore Pier Quinto Cariaggi e gli comunicai questa richiesta.

Lui, molto gentilmente, ci invitò ad un rinfresco che si sarebbe tenuto nel backstage del Palaeur prima del concerto.

Così mi ritrovai (in stato quasi confusionale) a sorseggiare un drink con Barbara Sinatra, Roger Moore e pochi altri vip in una saletta accanto al camerino di “The Voice”.

Ma lui non c’era.

Ad un tratto ci avvisarono di accomodarci in platea e capitai in coda a questo piccolo corteo che lasciava la sala, quando si aprì una porta ed uscì Sinatra affiancato da due bodyguard.

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Rimasi inebetito e immobile a guardarlo. Avevo di fronte il mito.

Lui mi guardò un pò accigliato, forse chiedendosi chi fosse quel tipo in quell’area riservata.

Quando un’automobile giunse all’uscita di quella anticamera per accompagnarlo al palco, mi accorsi di essere rimasto solo e mi misi a correre per raggiungere la platea. Ma non sapevo la strada e così mi ritrovai accanto al palco.

Lui era appena salito e l’orchestra stava iniziando il primo brano.

Non sapendo cosa fare, rimasi lì, in piedi, ad un lato del palco che non aveva quinte e sotto gli occhi di un Palaeur gremito che forse, come Don Abbondio, si chiedeva “chi fosse quel Carneade”, assistetti incantato all’esibizione, sentendomi privilegiato di poter notare tanti dettagli da così vicino.

Per esempio: lui leggeva i testi delle canzoni su un monitor poggiato a terra e non si è mai mosso dal metro quadro in cui era posizionato il microfono che usava sapientemente, perché la sua voce non era più quella potente di prima.

Ma sarei rimasto lì impalato anche se avesse sussurrato l’elenco telefonico.

Ecco, vi ho raccontato una favola incastrata in un’altra favola, capitata ad un ragazzo di provincia a cui la realtà, qualche volta, ha voluto regalare qualche incantesimo.

La storia con le mie Kessler non ebbe un lieto fine o almeno una lieta prosecuzione, come tutto faceva sperare.

Un equivoco distrusse improvvisamente la mia infantile storia d’amore con le gemelle; un equivoco che non mi è stato mai permesso di chiarire e quindi discolparmi.

Ho vissuto quell’episodio con profonda tristezza, ho cercato invano di parlare con loro: si sarebbe tutto risolto in pochi minuti.

Con l’andar del tempo ci si rassegna e si trattengono le cose belle, cercando di cancellare quelle brutte.

E niente può farmi disconoscere che è stato molto bello essere loro amico ed essere uno tra i pochissimi a saperle distinguere (quando le accompagnavo sul lavoro, tutti, in maniera discreta, mi chiedevano immancabilmente chi fosse Alice e chi fosse Ellen).

(Foto di proprietà dell’autore)

Giacomo Carlucci

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