LE FERITE DEL CUORE

Pillole di vita

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di un nostro lettore, Patrizia Nizzo, che arricchisce questa nostra nuova rubrica " Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

LE FERITE DEL CUORE

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Patrizia Nizzo

Bebet è una bambina di cinque anni vivace e curiosa, ha il corpicino minuto e un visetto rotondo su cui spuntano due grandi occhi da cerbiattina sgranati sul mondo.

I capelli, biondi come l’oro, sono legati in improbabili treccine contorte. Detesta le scarpe, che nasconde ovunque, perché le imprigionano i piedini impedendole il contatto con la terra, l’erba, la vita da scoprire. Vive sopra un colle della verde Umbria, con i nonni materni, i genitori e un fratello maggiore.

Sgambetta veloce nell’aia contadina, dove le galline sono irresistibili compagne di giochi e le oche terribili draghi soffianti.

Qui il tempo scorre sereno, perché la gente semplice non si aspetta altro dalla vita che vivere, non si fa domande, forse perché la fatica gliene toglie la voglia. E’ gente che ama Bebet, che invece di domande ne fa tante e bizzarre, rimanendo seria e stupita dalle risate in risposta…

Bebet sono io, prima che la vita mi colpisse ai fianchi con il peggiore dei tradimenti, condannandomi per la colpa di esistere.

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In collegio. Sono la quarta da sinistra

Ho fatto parte dell’esercito di bambini scomodi, quelli che impediscono ai genitori di lavorare con dedizione, quelli che distraggono con dei bisogni, quelli che devono essere sacrificati da quella parte folle della nostra mente, in cui alloggia l’ignoranza del bisogno e l’arroganza del potere.

Sono passati molti anni durante i quali ho cercato di seppellire il ricordo, sminuendo il dramma per sopravvivere a me stessa, alla rabbia muta ed auto lesiva, alla paura, alla colpa; chiedendo scusa di dover respirare per poi sentire una smisurata gratitudine per il permesso accordato. Da sola ho inventato la mia vita tra l’indifferenza della gente.

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Recita in collegio

Per anni ho portato lividi sulla pelle, ma senza sentirne il dolore, perché quelli che fanno male non si vedono, sono nella mente, nell’anima. Quei lividi ora sono la cancrena del mio cuore, il cuore di Bebet.

Ci sono pezzi della nostra vita che cerchiamo di dimenticare, ma riaffiorano sempre perché hanno amputato una parte di noi, facendoci perdere la nostra identità. Ciò che passa sulla nostra pelle lascia un segno indelebile, influenzando il nostro destino ed è tutto maledettamente conseguente, come i cerchi creati da un sasso gettato nello stagno.

Non è stata ancora inventata una parola efficace per descrivere come il dolore possa spezzare la mente uccidendola. Ma sono testarda, continuerò ad incollare i miei cocci con pazienza, con rabbia, con paura, cercando la Bebet che ho lasciato quella sera, quando l’orologio si è fermato e il mattino seguente ha salutato me al suo posto, appena nata.

Il senso della vita

Cerco tra le spire dei pensieri

Qualcosa che smascheri il nulla.

So che c’è un fondo più ampio

E una superficie increspata.

Non può essere tutto qui,

in questa laguna senza vento

il senso della vita.

Ho scritto numerosi libri e ritengo la scrittura una vera terapia per chi ama scrivere ed anche per chi ama leggere: la condivisione annulla la solitudine.

Tra i titoli, Dov’era Dio?, Come le foglie, Dalla nuvola non scendo, Il menestrello dei semplici (poesie) ed altri.

Patrizia Nizzo da Nettuno (Lazio)

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