LETTERA DISCHIUSA [*]

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Riflettevo qualche minuto fa sul contenuto delle mie rumorose parole e le confrontavo con le tue, sempre così sagge e silenziose. Comprendo che una lieve nota malinconica possa essere sfociata dai miei discorsi, eppure non intendo che essa prevalga, o quantomeno che li condizioni. Ricordo la forma dei tuoi abbracci e il calore che provavo in essi. Vampate crepuscolari, silenti, indecifrabili. E’ difficile accettare come essi finiscano senza che la memoria riesca a restituirne una minima parte. Mi sembra assurdo in questa infinita attesa che, pur provando a socchiudere gli occhi, l’inconscio non mi restituisca alcunché, tenendosi stretti i suoi preziosi cimeli.

Rievocando quelle affabili parole, che un tempo così spesso vibravano tra le labbra tue, percepisco un angosciante nichilismo. Esse paiono essersi accomiatate da mesi, forse da anni, senza che sia trascorso neppure un giorno dove non abbia provato a riprodurle. Hanno perso di valore, sembrano certamente di qualcuno, ma non mie! Me le hanno rubate dunque? Parole che insieme abbiamo legato, fondendole tra loro e rendendole così solo nostre. O era solamente ciò che ci univa a saldarle? E forse adesso è proprio il ricordo di quel che è stato a disgregarle come cocci d’un vaso perduto. D’altronde figuriamoci se qualcuno potesse sottrarcele proprio ora. Ora che non ci sei più.

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Ho dato la colpa, come siamo soliti fare in queste occasioni, all’astratto. Il tempo era il mio primo accusato. Ne era passato troppo affinché potessi ricordare fisicamente la tua persona; mi dicevo. Con la memoria non riuscivo a richiamare quegli elementi materiali che, una volta, tanto appagavano i sensi. Ma ecco che, così facendo, ignoravo i primi tempi di solitudine: quando il ricordo della tua fredda manina, nascosta nella mia, si era già fatto evanescente.

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L’altra volta passeggiavo dove eravamo soliti farlo, le gambe mi sorreggono ancora, seppure mi lamenti precocemente della loro scarsa agilità. Scontento della sensazione che pervadeva il mio corpo (non ti nascondo che tremavo al pari d’una tesa corda, lievemente pizzicata e lasciata oscillare), ho tolto le scarpe. A piedi nudi ho tentato di rianimare la percezione di benessere e sicurezza che avevo prima sulle suole; ma se i sensi parevano freddamente persi, è il vuoto dei resti che m’ha ottuso.

Dopo questo piccolo esperimento ho cambiato idea, escludendo il tempo, mendace costruzione, dalle fonti dei miei ragionamenti. Mi sono accorto che non era questione di secondi e neppure di anni: tutto era perfettamente registrato nella mia mente, senza che io potessi rievocarlo. Tale punizione mi sembrava troppo grande perché non vi si fosse posto già rimedio. A seguito di ciò però ho abbandonato il futile lavoro di comprensione, come d’altronde t’avevo già accennato qualche mese fa nell’ultima lettera.

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Finché la scorsa notte, sotto le lenzuola, mentre le fattezze ridotte del nuovo letto mi inebriavano di malinconia, ho provato un’ultima volta a ricordare. Solo allora, nel dormiveglia, tutto mi è parso chiaro. Se l’evanescenza dei nostri dolci trascorsi mi ha punito ancora, mi è tornato in mente ciò che in questi anni avevo misurato e osservato intorno a me, ma che in qualche modo la coscienza aveva scartato. Dal nostro amore per il cinema, per le fotografie, per la storia ed i suoi reperti, per tutto ciò che cristallizzasse finalmente ciò che ci attorniava. E questo amore, cosa ancora più importante, l’ho visto nei volti riflessi d’una pozzanghera, nelle smorfie disgustate di coloro che vi si specchiavano un attimo prima e che invece la pioggia aveva cancellato così incurantemente. L’ho intravisto nel volto sconsolato d’un bambino, una volta dissoltosi l’arcobaleno, e reclamante l’attimo seguente la pioggia. O, al contrario, di coloro che maledicevano quest’ultima, accortisi in ultimo d’avere costruito le proprie fortune su fondamenta di sabbia. L’ho constatato nella mania d’ognuno di catturare gli attimi, anche quelli più intimi, per abbracciarli a proprio piacimento; e nonostante commossi o sorridenti non vi diranno mai il vero: che queste preziosissime ingegnerie non sono, nemmeno lontanamente, soddisfacenti.

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Dunque un po’ per sordida ignavia, un po’ per vigliacco timore d’arrecarmi troppo male, ho osservato un’umanità sconfitta nell’eterna battaglia che m’apprestavo ad affrontare. Ho riposto finalmente le armi, mia cara, e m’appresto all’imprevedibile tentativo di scorgere la lirica e disperata bellezza di ciò che nel breve, infinitesimale, ma paradossalmente eterno, frangente, m’attraversa e, il più delle volte, trafigge.

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[*] Giocando con la locuzione “lettera aperta” ho voluto definire come “dischiusa” una lettera indirizzata ad un ipotetico destinatario. L’impossibilità di ricevere una risposta dal destinatario (o da qualsiasi altro soggetto, essendo idealmente una lettera privata) fa sì che la mia lettera rimanga “dischiusa”.

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(Servizio fotografico realizzato da Arianna Leccese)

Pierferdinando Buttaro

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